Commercio di armi: l’evoluzione di un

business che non

conosce crisi

DI CHIARA CISTERNINO

16 marzo  2020

Il trasferimento di armi convenzionali ha da sempre rappresentato uno dei principali strumenti usati dalle grandi potenze per influenzare il comportamento di altri stati. Com’è cambiato questo business dopo la Guerra Fredda? E soprattutto, la comunità internazionale ha fornito soluzioni adeguate per far fronte al crescente aumento di traffici illegali?

Dalla fine della Guerra Fredda abbiamo assistito a diverse trasformazioni a livello internazionale e nazionale che hanno cambiato radicalmente le logiche che si nascondono dietro il trasferimento di armamenti. In primis è avvenuto un passaggio dalla logica politico-militare a quella economica (le armi sono vendute per sostenere l’economia anzichè per ragioni strategiche), in secondo luogo c’è stato un importante incremento di armi leggere utilizzate da gruppi irregolari all’interno di stati falliti. Un contesto, quest’ultimo, sempre più complesso perché mutevole e imprevedibile.

Le motivazioni: cosa spinge le grandi potenze a trasferire armi verso altri stati?

Numerosi studiosi hanno cercato di dare una risposta a questa domanda e nel corso degli anni sono stati elaborati diversi modelli teorici.


Un primo modello, quello realista, afferma che la scelta di un paese di fornire armamenti ad un altro è determinata da un’esigenza di sicurezza interna e da un interesse politico-militare che spesso corrisponde a voler rafforzare e/o vincolare un proprio alleato. Questa teoria si adatta molto bene alle dinamiche di trasferimento durante la Guerra Fredda, quando USA e URSS vendevano armi ai paesi delle loro rispettive sfere d’influenza, tuttavia possiede molti limiti in riferimento a numerosi casi devianti, ad esempio quelli in cui la vendita di armi avviene per interessi commerciali e non strategici (come accaduto nel caso Irangate).

Il modello della politica interna, al contrario, tenta di spiegare proprio queste deviazioni focalizzando l’attenzione sulle dinamiche interne degli stati. Dato che il processo decisionale è caratterizzato dalla presenza di una molteplicità di attori, esiste allo stesso modo una molteplicità di ricette per affrontare i problemi internazionali.


Spesso la decisione di esportare un sistema d’arma può essere la risposta alle richieste di industrie interessate ad allargare i propri mercati, di militari che vogliono integrare i loro bilanci, di governi che vogliono guadagnare valuta pregiata sul mercato internazionale o di politici che vogliono sostenere le imprese che operano nelle loro circoscrizioni elettorali.

 

Infine, i modelli normativi pongono l’accento su un’altra questione interessante, ovvero sul significato simbolico del possesso di una determinata arma. Nel corso del tempo infatti, ogni stato sviluppa una propria identità e a sua volta ognuna di queste determina specifiche preferenze. In altre parole i leader politici di una nazione, nel decidere di importare armi, non puntano tanto a rafforzare la sicurezza del paese, ma si chiedono piuttosto che tipo di armi un paese come il loro, con una particolare identità nazionale, dovrebbe avere.

Per concludere questa breve premessa teorica, possiamo affermare che le diverse ragioni che si celano dietro il trasferimento d’armi convivono e si intrecciano nella realtà dei fatti: è questo che rende la compravendita di armi un fenomeno così complesso e contraddittorio.

Le logiche dei fornitori prima e dopo la Guerra Fredda

Ad oggi, nella top five dei fornitori di armamenti vi sono Stati Uniti, Russia, Francia, Germania, e Cina in ordine decrescente.

Gli Stati Uniti rappresentano la più grossa economia militare con un bilancio della difesa che da solo supera quello delle altre maggiori potenze messe insieme: essi controllano infatti il 34 per cento del mercato mondiale. E proprio gli USA sono l’esempio di quanto il commercio di armi possa risultare contraddittorio: durante la Guerra fredda essi da un lato fornivano armamenti a Taiwan per rafforzare le sue capacità difensive, dall’altro sostenevano la Cina per rafforzare il suo potere di controbilanciamento nei confronti dell’URSS. Attualmente gli Stati Uniti esportano il 22 per cento delle armi prodotte verso l’Arabia Saudita, seguita come meta da Australia ed Emirati Arabi Uniti.

Anche la Russia, che invece controlla una fetta di mercato pari al 22 per cento, ha visto profondamente modificata la logica della politica di trasferimento degli armamenti dopo la Guerra Fredda. Mosca rappresenta infatti l’esempio lampante del passaggio dalla logica strategica a quella economica. Durante il periodo del conflitto bipolare i principali destinatari erano i paesi del Patto di Varsavia, oppure stati o movimenti di liberazione nazionale del Terzo Mondo a sé allineati (fino alla fine degli anni ’50 la Cina di Mao era uno dei principali destinatari del trasferimento tecnologico russo), mentre dopo il crollo dell’URSS la vendita di armamenti è diventata una delle principali fonti di valuta straniera usata dal governo di Mosca, che ha perseguito una spregiudicata politica d’esportazione. Ad oggi il principale destinatario è l’India (con cui la Russia ha un’eccellente sinergia da decenni) che si aggiudica il 27 per cento delle armi russe seguita da Algeria e Cina (a entrambe è destinato il 14 per cento).

Spostando l’attenzione verso l’Europa, scopriamo che Francia e Germania sono rispettivamente il terzo e quarto esportatore mondiale di armamenti: la Francia possiede una quota di mercato pari al 6.7 per cento, la Germania del 5.8.
Entrambe hanno tuttavia registrato una lieve flessione nelle esportazioni di armi a partire dal primo decennio del XXI secolo ed attualmente esportano armi in aree molto diverse: la Francia destina la maggior parte dei propri armamenti all’Egitto, all’India e all’Arabia Saudita, mentre la Germania si rivolge principalmente verso la Corea del Sud, Grecia e Israele.

Infine, la Cina rappresenta la principale novità nella politica di trasferimento di armamenti dell’inizio del XXI secolo: se durante il periodo maoista aveva un ruolo minimo nel settore, dopo l’apertura degli anni ’70 il suo attivismo è aumentato e ad oggi può dirsi letteralmente esploso, il che ha portato Pechino a occupare il quinto posto tra gli esportatori. Grazie alla crescita degli anni ’90, la Cina è diventata un fornitore sempre più aggressivo e diversificato e ad oggi detiene il 5.7 per cento del mercato mondiale. I principali destinatari di questi trasferimenti sono: il Pakistan (che da solo assorbe il 37 per cento delle esportazioni cinesi di armamenti), il Bangladesh e l’Algeria.

I traffici illegali

L’attacco alle Torri Gemelle e la conseguente minaccia del terrorismo internazionale, assieme all’esplosione di guerre civili combattute con armi di piccolo calibro hanno contribuito ad incrementare il traffico di armi di piccolo calibro negli ultimi decenni. Nel primo caso gli attori devono per forza rifornirsi sul mercato illegale, nel secondo i protagonisti, essendo alle prese con conflitti solitamente condannati dalla comunità internazionale, devono ugualmente rivolgersi a canali alternativi di rifornimento per aggirare le politiche di embargo.

Il commercio illegale di armi di piccolo calibro e di armi leggere si verifica in tutto il mondo, ma è soprattutto concentrato nelle zone colpite da conflitti armati, violenza e criminalità organizzata; qui la domanda di armi illegali è spesso più alta. Il traffico di armi fomenta le guerre civili e i conflitti regionali; alimenta gli arsenali dei terroristi, cartelli della droga e di altri gruppi armati, e contribuisce alla diffusione di crimini violenti e alla proliferazione di tecnologie sensibili.
Secondo la Smalls Arms Survey ci sono oggi nel mondo circa 875 milioni di armi leggere in circolazione. Questa categoria comprende tutte le armi trasportabili da una persona (fucili, pistole, mitragliatrici leggere, ma anche missili antiaerei o anticarro trasportabili a spalla) e viene prodotta da circa 1.000 aziende collocate in oltre 100 paesi. Il loro valore annuo si aggira attorno agli 8.5 miliardi di dollari.

Il regime internazionale delle armi convenzionali

Purtroppo, per anni, i tentativi di porre sotto controllo i trasferimenti di armi convenzionali sono andati incontro a ripetuti fallimenti. A differenza delle armi nucleari (per le quali le due superpotenze avevano da subito sviluppato iniziative al fine di bloccarne la proliferazione) nel campo delle armi convenzionali i tentativi di regolamentazione sono stati molto più sporadici e inefficaci. Ciò è dipeso innanzitutto dall’ingente ritorno economico che generano, ma anche dal fatto che lo sviluppo e il trasferimento di armi sono considerati legittimi strumenti della politica di sicurezza di uno stato.
Nel tentativo di costruire un regime internazionale di controllo degli armamenti, l’apice è stato raggiunto nell’aprile del 2013 con l’approvazione da parte dell’Assemblea generale dell’ONU a stragrande maggioranza del Trattato internazionale sulle armi convenzionali. Esso impegna i paesi membri a dotarsi di regolamenti nazionali sul trasferimento di armi convenzionali e li obbliga a non esportare armamenti verso aree sottoposte a embargo, caratterizzate da violazioni dei diritti umani, o in cui operano gruppi terroristici o organizzazioni criminali. L’obiettivo del trattato è dunque quello di regolamentare il commercio delle armi, e non di impedirlo, riducendo gli effetti più destabilizzanti che i trasferimenti possano avere sulle aree caratterizzate da elevata conflittualità.

In conclusione, possiamo affermare che l’impatto economico del commercio di armi sia uno dei principali motivi per i quali non è mai avvenuta una vera demilitarizzazione a livello mondiale. Appurato ciò e proiettando il nostro sguardo verso il futuro non possiamo fare a meno di auspicare un’evoluzione graduale, da una logica prettamente economica a una più “morale”; in particolar modo attraverso un intervento più deciso da parte dei principali organismi internazionali, atto a limitare al massimo l’utilizzo di armi convenzionali e la compravendita illegale di esse.

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