Europa: alla ricerca di un equilibrio

tra Cina e Stati Uniti

REBECCA PRUDENZIATI

5 OTTOBRE 2020

 

Cosa si  intende per "trappola di Tucidide"? Qual è il background delle tensioni tra Cina e Stati Uniti ? Cosa lega l'Europa a queste due grandi potenze? Infine, qual è il ruolo dell'Italia ? Questi sono alcuni dei punti trattati nell'interessante analisi di Rebecca Prudenziati, vincitrice per la sezione Asia del concorso indetto da Orizzonti Politici durante il Workshop "Scrivere nell'era della Post-Verità", all'interno dell'Hikma Summit of International Relations .

La trappola di Tucidide

L’espressione “trappola di Tucidide” compare nel libro del politologo americano Graham Allison, Destinati alla guerra, per definire gli scenari che potrebbero delinearsi come conseguenza delle tensioni tra Cina e Usa. L’espressione fa riferimento allo storico greco Tucidide: nella Guerra del Peloponneso egli sostiene che a causare tale conflitto siano state l’ascesa di Atene e la paura degli spartani che ne derivò. Per “trappola di Tucidide” si intende quindi la concreta possibilità che  il tentativo da parte di una potenza emergente di prendere il posto di un’altra potenza egemone sfoci in una guerra. 

Alcuni esempi…

Secondo Allison negli ultimi cinquecento anni di storia le premesse della trappola si sono manifestate in sedici casi, dodici dei quali si sono trasformati in guerre. Un esempio ne è la paura degli inglesi nei confronti della Germania, sfociata nella Prima guerra mondiale. Anche la Guerra di successione spagnola, secondo questa teoria, è stata causata dal timore che la crescente influenza di Luigi XIV potesse intaccare la stabilità degli equilibri in Europa. La Guerra dei trent’anni, infine, fu caratterizzata dal peso delle insicurezze che i francesi nutrivano verso l’impero asburgico.

Il background: le tensioni tra Cina e Usa

Il processo di globalizzazione innescato alla fine degli anni ’90 ha portato alla crescita di Paesi come Russia, India e Cina, contestualmente al progressivo disimpegno statunitense nei confronti delle questioni internazionali. Gli equilibri politici sullo scacchiere internazionale stanno cambiando, ma nonostante questo, gli Usa sono da considerarsi l’unica superpotenza militare rimasta, mentre la Cina assume il ruolo di potenza regionale. 

Dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca le tensioni tra Stati Uniti e Cina si sono inasprite: nell’ambito della guerra commerciale, l’apice è stato toccato nel maggio 2019 quando l’amministrazione Trump imponeva tariffe del 25% su 200 miliardi di dollari di merci importate dalla Cina. C’è poi il conflitto per la supremazia tecnologica, giunto al culmine con l’arresto del Chief financial officer (Cfo) di Huawei, Meng Wanzhou, nel dicembre 2018. Alimentata dalle proteste di Hong Kong e dalla repressione della minoranza musulmana dello Xinjiang, va aggiunta anche la disputa sui diritti umani e, più recentemente, il botta e risposta sulle responsabilità e il tema della gestione della pandemia da Covid-19. Sono questi i motivi che hanno portato i rapporti tra le due superpotenze al punto più basso da settant’anni, ovvero dai tempi della Guerra di Corea. Il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres denuncia la direzione che stanno prendendo tali rapporti definendoli pericolosi e una minaccia per il futuro del mondo. 

Che cosa lega l’Europa a Cina e Usa? 

Stati Uniti ed Europa sono alleati naturali, ma prima la presidenza Obama e poi l’arrivo di Donald Trump hanno fatto vacillare ogni certezza sul supporto reciproco e sul valore del legame. Il primo infatti considerava l’Europa una regione stabile e matura e per questo, nonostante le collaborazioni per raggiungere l’accordo di Parigi sul clima e il patto sul nucleare iraniano, non la vedeva più in cima alle priorità geopolitiche statunitensi; il secondo invece ha indebolito il legame con l’alleato europeo perseguendo una politica estera isolazionista, dettata dello slogan “America First”.

La crisi finanziaria del 2007-2008 ha segnato invece il consolidamento delle relazioni tra Europa e Cina, con Pechino che ha sostenuto la ripresa economica del continente europeo. Dal punto di vista politico, negli anni a venire, non ha appoggiato la Brexit e nemmeno Mosca relativamente alla crisi ucraina. Ha inoltre sfruttato la crescente sfiducia nei confronti di Trump: secondo un sondaggio del Pew Research Center condotto a metà 2017 in 37 Paesi, la fiducia nei confronti del presidente americano e del modo in cui avrebbe strutturato la politica estera nel corso del suo mandato si attestava solo al 22% (valore mediano). Dal punto di vista economico ormai da anni la Cina è stabilmente il secondo partner commerciale dell’Unione, dopo gli Stati Uniti.

 

A questo si sommano le opportunità offerte dalla Belt and Road Initiative (Bri): politica economica promossa dalla Cina con lo scopo di accrescere il livello di interconnessione commerciale  tra i continenti attraverso un piano di investimenti nel settore delle infrastrutture di molti Paesi. Ad aprile 2019 la Cina aveva siglato accordi con non meno di 160 partner sparsi in tutto il mondo, addirittura in Sud America. Ma l’obiettivo ultimo rimane l’Europa, che però non si presenta come un fronte unito in merito alla questione. Di certo l’Ue è delusa dal limitato accesso al mercato interno cinese tanto quanto preoccupata dall’impostazione nazionalistica data al suo operato dal presidente cinese Xi Jinping. A tale proposito nel marzo 2019 la Commissione europea ha diffuso un rapporto in cui definiva la Cina “rivale sistemico”. 

Pechino-Bruxelles-Washington

Finora i Paesi europei hanno cercato di mantenere la propria posizione neutrale nell’ambito dello scontro tra le due superpotenze, ma è evidente che entrambe guardano all’Europa con interessi concreti, alla ricerca di alleati. Il 25 settembre è iniziato il tour europeo del ministro degli Esteri cinese Wang Yi che ha toccato, oltre a Roma, anche Amsterdam, Oslo, Parigi e Berlino. Le visite, terminate il 1 settembre, si sono svolte in un momento particolarmente delicato: la tensione tra Cina e Usa è alimentata dalle accuse di Donald Trump circa l’origine e la diffusione del Covid-19, dall’inasprimento dello scontro per la supremazia tecnologica, dalle polemiche in materia di diritti umani sollevate in riferimento a quanto accade a Hong Kong e nello Xinjiang e dal fatto che gli Stati Uniti si proiettano nell’ultima fase della campagna elettorale per le presidenziali americane di novembre. E mentre la Cina accusa Trump di manipolare la narrativa sulla diffusione del virus con scopi  politici, il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, a sua volta recentemente rientrato dal suo ultimo tour in Europa, risponde indicando la multinazionale Huawei come uno strumento nelle mani del Partito comunista cinese e invitando l’alleato europeo a fare fronte compatto contro Pechino.

L’Europa, da una parte, si trova a fronteggiare l’atteggiamento ambiguo, sostenuto da continue minacce di sanzioni, che Washington ha assunto nei suoi confronti, la crisi delle relazioni transatlantiche e il dilagare di partiti e movimenti populisti che hanno minato la solidità dell’Unione sulla base dello slogan “America First”. Attraverso le parole di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, l’Ue si schiera in difesa del multilateralismo, scegliendo di non abbracciare il motto “Europa First”, ma di dare nuova vita a una delle sue alleanze più importanti, pur ammettendo la possibilità di non essere d’accordo con l’operato americano. 

Dall’altro lato rimane l’assenza di una politica condivisa dai membri dell’Ue relativamente alla posizione da tenere nei confronti della Cina. In questo caso l’ambiguità si manifesta nella valutazione della relazione: si parla al contempo di un partner economico, di un concorrente e di un rivale. 

Il ruolo dell’Italia

In questo contesto l’Italia rappresenta il primo dei paesi membri del G7 ad aver aderito al progetto della Nuova via della seta (Bri) con la firma di un Memorandum of Understanding il 23 marzo 2019. La scelta italiana è stata presentata dal premier Conte come una mossa puramente economica, ma è stata accolta dagli Stati Uniti con preoccupazione. La stampa cinese l’ha descritta come un modello di cooperazione per gli altri Paesi europei. Per certo, gli economisti di tutto il mondo sono d’accordo nell’affermare che l’esponenziale crescita della Cina porterà il dragone a essere la prima economia del mondo nei prossimi anni ed è questo il principale motivo per cui Pechino pretende di essere rispettata. 

L’Europa non è chiamata a scegliere da che parte stare

E fra due fuochi fa in modo di mantenersi neutrale. Al suo interno, la mancanza di una politica condivisa determina la possibilità che tale incertezza possa essere sfruttata. La questione 5G, ad esempio, divide l’Europa. Washington spinge a seguire l’esempio del Regno Unito, che ha deciso di proibire alle compagnie di telecomunicazioni l’acquisto di tecnologia 5G di Huawei e minaccia ripercussioni per i membri Nato che invece sceglieranno di utilizzarla. La Germania intanto rimanda la decisione e l’Italia resiste alle pressioni americane, confermando l’alleanza strategica con gli Stati Uniti e allo stesso tempo difendendo il senso del Memorandum con la Cina che, dal canto suo, apprezza tale comportamento ritenendolo lontano dalla politicizzazione della questione attuata da Usa e Regno Unito.

La sfida è rappresentata dal pericolo di inciampare nella trappola di Tucidide. La qualità di un rapporto è determinata dalle rappresentazioni reciproche. Per ora l’Europa sembra oscillare tra l’immagine della Cina come di un nemico con l’obiettivo di danneggiarla o addirittura distruggerla e quella di un Paese con esigenze diverse, ma non incompatibili, che dunque possono coesistere in un clima di cooperazione. 

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