Tempi duri per la Commissione

von der Leyen

DI MARCO CARAGNANO

24 marzo 2020

A pochi mesi dal suo insediamento, Ursula von der Leyen ha già dovuto sperimentare le difficoltà del ruolo di presidente della Commissione Europea: in pochi mesi si sono affollate emergenze inaspettate, Coronavirus in primis, e alcuni problemi sopiti si sono risvegliati. Sarà in grado di sopravvivere?

Le elezioni europee del 26 Maggio 2019 si sono tenute tra mille difficoltà, come la Brexit e l’ascesa di partiti nazionalisti ed euroscettici in molti Paesi dell’Unione. Alcuni di questi hanno ottenuto ingenti quantità di voti (Fidesz in Ungheria, Lega in Italia, Front National in Francia, Brexit Party nel Regno Unito), ma gli exit poll hanno confermato un assetto del Parlamento simile a quello precedente: i tre gruppi di maggioranza rimangono il Partito Popolare Europeo, Socialisti & Democratici e i centristi dell’ALDE. Tutto questo un un clima disinteressato, anche se in decrescita, verso le istituzioni europee: la metà degli aventi diritto di voto si è recata alle urne. Se certamente il risultato è da considerarsi un passo avanti rispetto ai risultati precedenti (solo il 42,6% nel 2014), non si può certo festeggiare una vittoria per così pochi punti percentuali.

Tra il vecchio e il nuovo, tra il baratro della disintegrazione e la crescente globalizzazione che rende impossibile vivere separati, ci si chiede quale futuro attende Commissione Europea. Partiamo però dai suoi protagonisti.  

 

  Mi fido di te

Grandi aspettative pesavano sulla Commissione prossima a nascere: dopo il quinquennio sotto guida di Jean-Claude Juncker, dettato da rigore economico, austerità e crisi risolte solo in parte, l’elettorato europeo desiderava una boccata d’aria fresca, una Commissione progressista e radicale che potesse affrontare al meglio l’emergenza climatica, migratoria ed economica. In seguito alle elezioni, la presidenza fu assegnata a Ursula von der Leyen, politica tedesca della CDU (storico partito dei conservatori), una delle “delfine” di Angela Merkel. Già Ministra per la Famiglia, Ursula von Der Leyen è tristemente nota ai tedeschi per il cosiddetto scandalo delle “consulenze pazze”: mentre la neo Presidente della Commissione Europea era la titolare del dicastero della Difesa, circa 155 milioni di euro sono stati spesi per “consulenze esterne”; la maggior parte di essi sarebbe finita nelle tasche di uomini vicini all’esercito e ai pezzi grossi del Ministero. La stessa con der Leyen ha ammesso che “ci sono stati errori nell’assegnazione dei contratti”; tuttavia tale episodio non ha frenato la sua nomina a successore di Jean-Claude Juncker alla Presidenza della Commissione Europea. Altri  incarichi importanti sono poi stati consegnati a Paolo Gentiloni (Commissario all’Economia), Josep Borrell (Alto Rappresentante per gli Affari Esteri), Franz Timmermans (Vicepresidente e Commissario per il Clima), Stella Kyriakidou (Commissario per la Salute) e Valdis Dombroskij (Commissario per i Servizi Finanziari), rappresntanti quindi dei grandi partiti popolari nazionali, “classici” sotto un certo punto di vista. La grande svolta radicale e progressista, dunque, sembra non esserci stata; una Commissione la si valuta non per le ideologie politiche, ma per come risolve i problemi: ad oggi, chiusi in casa per l’emergenza sanitaria, possiamo affermare che la Commissione von der Leyen non sia proprio iniziata in un buon periodo. Come il suo predecessore, anche la nuova presidente ha stabilito la divisione della Commissione in “gruppi di lavoro”: tra questi, il più celebre è quello incaricato a redigere un “Green Deal” Europeo, ossia un programma che preveda misure volte a fronteggiare gli effetti e le degenerazioni dovute al cambiamento climatico (alcune di queste misure prevedono il dimezzamento delle emissioni di CO2 entro il 2030 e addirittura l’azzeramento entro il 2050), così tanto e calorosamente richiesto da parte dei giovani di tutto il mondo, scesi nelle piazze a protestare solo qualche mese fa. Tuttavia il global warming non è l’unica sfida che la Commissione von der Leyen deve fronteggiare. Al contrario, i primi mesi del 2020 hanno catapultato Bruxelles nel bel mezzo di problemi difficili; alcuni impensabili fino a qualche mese fa, altri forse un po’ più prevedibili.

 

  Ci vediamo al secondo appello

Il mese di gennaio del 2020 è cominciato col botto: l’assassinio del generale iraniano Qassem Soulimani da parte degli USA e una pericolosissima escalation del conflitto in territorio libico tra Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar hanno caratterizato uno scoppiettante avvio del nuovo decennio. All’attacco americano è seguito un vuoto appello a scongiurare l’uso della violenza in ambito internazionale, di fatto evitando di prendere una posizione favorevole né agli USA, né all’Iran. Per quanto riguarda la crisi libica, l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, lo spagnolo Josep Borrell, ha dovuto svolgere un duplice compito: da un lato, vigilare sulla mediazione tra le due fazioni che si contendono il governo della Libia, dall’altro ristabilire un embargo sulle armi che veniva costantemente violato. Borrell ha riunito i 28 Ministri degli Esteri, i quali gli hanno conferito il mandato di indire una conferenza nella quale si sarebbe ribadita una soluzione di tipo politico del conflitto. Tale conferenza, tenutasi a Berlino il 19 Gennaio 2020, ha portato a un nulla di fatto: ai vuoti tentativi di mediazione politica tra i due contendenti sono seguiti bombardamenti da parte del feldmaresciallo su Tripoli.

Fallito il primo importante compito, la Commissione dunque ha sancito la fine dell’Operazione Sophia (lanciata nel 2015 per monitorare e annientare i traffici illegali di esseri umani) e l’avvio di un’altra operazione marittima volta a evitare l’afflusso di armi alla Libia. Tuttavia non si sa ancora il nome di questa nuova operazione, né se porterà effetti positivi, perché una nuova emergenza sta sconvolgendo l’intera Europa: l’emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus.

 

  Cose che voi umani non potete neanche immaginare

Tutto comincia il 21 febbraio, quando un uomo di Codogno (Lombardia) accusa gravissimi disturbi respiratori: il tampone dà esito positivo alla nuova malattia proveniente dalla Cina e circa 15 persone vicine al ragazzo vengono colpite dal Coronavirus. Contemporaneamente in Veneto scoppia un altro focolaio: nel giro di 24 ore, circa 58 persone risultano positive. Un numero che purtroppo aumenterà esponenzialmente in tutta Italia e che dilagherà anche in Europa, mietendo vittime a frequenza giornaliera. Dal punto di vista sanitario siamo di fronte ad una pandemia, come ufficialmente dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità l’11 Marzo; dal punto di vista economico si prospetta una catastrofe, uan recessione economica che rischia di essere peggiore di quella del 2007 secondo le stime. Il sistema sanitario di molti Paesi riscontra gravissime difficoltà: i casi aumentano vertiginosamente, le protezioni personali (mascherine, gel, medicinali) diminuiscono nella stessa misura e i paesi si chiudono spaventati nei loro confini: i trasporti aerei sono stati quasi totalmente cancellati e molti stati stanno chiudendo i loro confini, utilizzando la possibilità che l’Unione offre di ristabilire unilateralmente controlli ai confini dello spazio Schengen previa motivazione alla Commissione. Diversi paesi hanno imposto la chiusura di scuole, università, attività e il divieto di spostarsi all’interno del territorio nazionale: ne consegue che per compensare questo blocco dell’economia sono necessarie manovre coraggiose che richiedono decine di miliardi di euro. Le borse europee chiudono con percentuali drammatiche e lo spread schizza attorno ai 300 punti; la Presidente della Banca Centrale Europea, la francese Christine Lagarde, il 12 marzo ha dichiarato che non è compito della BCE risolvere tale emergenza e che non aveva nessuna intenzione di essere conosciuta per un “whatever it takes bis”, rispolverando la nota citazione del suo predecessore Mario Draghi. Tale dichiarazione sembra contraddire un video-messaggio registrato da Von der Leyen il giorno prima, nel quale, in italiano, dichiarava il pieno sostegno europeo all’Italia in questo momento davvero delicato. La stessa Von der Leyen, per risolvere la “gaffe” della collega, ha annunciato una coraggiosa mossa: la sospensione del Patto di Stabilità. Lagarde, per rimediare, ha annunciato a sua volta il lancio di un Quantitative Easing dal valore di 750 miliardi di euro. I governi nazionali dunque, hanno il permesso di utilizzare tutte le risorse necessarie volte a superare questa doppia crisi, sanitaria ed economica. Ma era già troppo tardi: le parole della presidente della BCE avevano causato un disastro immediato. Il 12 marzo Piazza Affari di Milano chiude a -16,92%. Quelle parole non verranno dimenticate molto presto.

 

  Il banco di prova

In conclusione, la Commissione Von der Leyen sembra ottenere risultati contraddittori. In Libia, per esempio, è arrivata a svuotare l’UE di ogni influenza e ha fallito nel tentativo di arginare un conflitto quasi decennale, lasciando ampio spazio ad attori esterni come Russia e Turchia. La carta diplomatica, un importante asso nella manica dell’Unione, doveva essere utilizzata più saggiamente invece è stata sprecata. D’altro canto ha lanciato manovre molto coraggiose per sostenere i Paesi in lotta contro quel “nemico invisibile” che è il Coronavirus. E proprio in questa emergenza, molti pensano, si tireranno le vere somme del bilancio europeo: si resta e ci si stringe insieme, o si molla e non si va più avanti. Un vero e proprio banco di prova. Von der Leyen sta fronteggiando sfide che farebbero tremare chiunque; al momento non abbiamo né le tecniche né le competenze necessarie per stabilire se le misure adottate bastino, né se la Commissione sarà capace di risolvere questo problema e quelli a seguire. Ci limiteremo a riportare le parole della commissaria europea agli affari interni Ylva Johannson: “Notiamo che gli stati membri chiedono un ruolo maggiore da parte della Commissione europea, rispetto a quello svolto normalmente. Chiedono coordinazione, accolgono le linee guida e lavorano tra loro e con l’esecutivo di Bruxelles, provando a superare gli ostacoli e i problemi per trovare soluzioni meno traumatiche. Malgrado ci siano ancora problemi da risolvere, vedo che c’è buona volontà” ha affermato a Euronews.

L’importante ora è restare uniti, sembra il mantra delle istituzioni: al resto si penserà dopo.

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