La Cina alle prese con il

Covid19, le conseguenze

su politica interna ed

estera

DI FILIPPO AGOSTINELLI

9 marzo 2020

L’impero di Xi pugnalato da un nemico invisibile. La ricetta per uscire dalla crisi

Battuta d’arresto (momentanea) per la Repubblica Popolare

Un’emergenza che rischia di rivelarsi ben più grave rispetto alla diffusione della SARS. Il governo di Xi ha la necessità di dimostrare alla popolazione di avere la situazione in pugno per tre motivi:  preservare la figura del leader agli occhi del popolo,  continuare l’ascesa allo status di potenza globale ed infine rassicurare gli scettici riguardo l’efficacia del modello a partito unico.

A causa del rapido dilagare del virus nello Hubei, molti colossi delle multinazionali sono stati costretti a sospendere le proprie attività di produzione e vendita. Un duro colpo per la Cina, che trova nella regione di Wuhan uno snodo cruciale della propria economia, dal settore automobilistico a quello tessile. Questa paralisi ha investito anche il settore del turismo e dei consumi, con la chiusura delle catene di ristorazione, l’annullamento di eventi sportivi e dei festeggiamenti per il capodanno lunare. Pechino promette limature dei tassi sul medio termine  e una graduale espansione della politica monetaria, per agevolare la ripresa delle attività imprenditoriali. Le borse cinesi e asiatiche stanno cercando di invertire il trend che aveva caratterizzato i giorni successivi alla diffusione del virus, nonostante molti settori (come quello manifatturiero) restino ancora in alto mare.

Il governo di Xi non sembra avere però nessuna intenzione di lasciarsi sopraffare dalla crisi. Nell’ultimo mese anzi, Pechino ha investito molto nel campo della biosicurezza, destinato ad avere grande fortuna negli anni a venire.

 Per rafforzare le misure di monitoraggio domestico e di isolamento delle zone più a rischio, la Cina ha puntato fortemente su nuovi strumenti tecnologici. Questi dispositivi -sostiene l’OMS- andranno a migliorare il sistema di prevenzione e aiuteranno in futuro a gestire i rischi per la salute umana. Le autorità cinesi, ad esempio, hanno fatto largo uso di droni per diffondere comunicazioni alla popolazione o semplicemente per disinfettare strade e piazze. Xi in persona ha incoraggiato l’utilizzo dell’ applicazione Close Contact Detector, in grado di tracciare i movimenti delle persone, arginando così il più possibile il contagio.

L intelligenza artificiale viene inoltre usata per mettersi in comunicazione con i cittadini ed avere un rapporto sul loro stato di salute.

La Cina sembra intenzionata ad utilizzare la crisi come un’ulteriore campo di sfida tecnologica con gli USA, dopo le vicende riguardanti il 5G.

 


Conseguenze sul progetto Nuove Vie della Seta

Nel 2013 Xi Jinping inaugurò il piano “Belt and Road initiative”. Il fine è quello di riallacciare rapporti economici con l’occidente, riportando in auge le antiche Vie della Seta, percorse dai mercanti europei e cinesi nel medioevo ed età moderna. Il nome esotico e il richiamo storico hanno attirato l’attenzione di molti paesi, europei e non, tra cui l’Italia. Il 22 marzo 2018 il Presidente Conte ha dichiarato ufficialmente che il nostro paese parteciperà all’ iniziativa. Questa decisione ha fatto storcere il naso agli Stati Uniti, che non hanno gradito la scelta dell’Italia di permettere alla Cina un approdo al continente europeo.

Il progetto tuttavia nasconde molte insidie e costi per la completa realizzazione. Pechino intende debellare quanto prima il Covid19 anche per mandare un messaggio di affidabilità agli stati che verranno coinvolti nel progetto.

Le Nuove Vie della Seta, secondo il progetto di Xi, sarebbero principalmente due: una terrestre e una marittima. La prima dovrebbe attraversare le vecchie città carovaniere dell’ Asia centrale, giungendo poi in medio oriente ed infine nell’ est Europa. La via della seta marittima dovrebbe costeggiare tutti gli stati del sud-est asiatico e giungere sino in India, successivamente coinvolgere i porti petroliferi del golfo persico per poi arrivare nel Mare Nostrum tramite il canale di Suez. Una parte più remota del piano prevederebbe l’ampliamento della rete di commerci verso l’Atlantico.

Ad oggi il governo cinese ha individuato le due città che saranno cruciali per realizzare il progetto: Urumqui e Fuzhou.

La prima, situata nella regione dello Xinjiang, è diventata tristemente nota per le recenti repressioni che Pechino ha perpetrato nei confronti degli uiguri. La città di Urumqui, per la sua posizione geografica, è considerata la porta verso gli Stan dell’Asia centrale. Situata nel nord- ovest del paese, sarà il punto di partenza della Nuova Via della seta terrestre.

Fuzhou si affaccia invece sullo stretto di Taiwan, a metà tra il mar cinese orientale e meridionale. E’ stato designato come porto di partenza per le merci che percorreranno la Via della Seta marittima.

 

L’isola che non c’è (per le Nazioni Unite)

Proprio al di là dello stretto, a centocinquanta chilometri da Fuzhou, si trova l’ isola di Formosa, o Taiwan.

Scalo commerciale portoghese e poi olandese sin dal XVI secolo, l’isola cadde in mano giapponese dal 1895 fino al 1945. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale venne restituita alla Cina. Terminata la guerra civile cinese, i nazionalisti di Chiang Kai-Shek, sconfitti dai comunisti di Mao, si ritirarono sull’ isola protetti dalla flotta americana. Dal 1949 dunque la Cina si trovò spaccata in due, ma fu il governo dell’ isola di Taiwan a presiedere il seggio all’ ONU. Nel 1971 però, nel pieno della guerra fredda, Nixon e Kissinger decidono di aprire parzialmente alla Cina comunista. L’obiettivo? Allontanarla ulteriormente dall’URSS. Nello stesso anno le Nazioni Unite approvarono una risoluzione che prevedeva la sostituzione della Cina Nazionalista (ROC) con quella comunista (PRC) nel seggio ONU. Dal 1971 dunque, Taiwan non fa più parte delle Nazioni unite. A partire da questa data molte nazioni hanno scelto di riconoscere la Repubblica Popolare anziché Taiwan: persino gli Stati Uniti presero questa decisione, nel 1979.

Nonostante ciò, Washington archiviò solo apparentemente la questione. Gli USA infatti garantiscono all’isola un’ampia fornitura di armi e petrolio; la USS Navy circola regolarmente nello stretto di Taiwan, a garanzia dell’accordo di mutua difesa risalente al 1954; infine, il sostegno militare degli USA, che considerano Formosa una portaerei permanente in Asia, fa desistere la Cina da uno sbarco militare sull’isola. Nessuno dei tre stati coinvolti vuole optare per la soluzione militare, che verrebbe presa in considerazione dalla Cina solamente nel caso in cui Taiwan dichiarasse ufficialmente la propria indipendenza. Pur essendo de facto indipendente, l’isola di Formosa è formalmente considerata da Pechino come una provincia del proprio territorio. Per la Cina sembra essenziale una riunificazione con Taiwan: questa però sembra sempre più lontana dal realizzarsi nonostante i tentativi di Xi di isolare economicamente l’isola, costringendola in questo modo tra le sue braccia. Stringendo rapporti commerciali con paesi africani e asiatici la Cina comunista forza di fatto questi paesi a non riconoscere Taiwan. Per l’isola, Pechino resta il primo partner commerciale nonostante il governo cinese svolga regolarmente esercitazioni militari intimidatorie a largo delle proprie coste.

 

Elezioni presidenziali a Taiwan: che cosa succederà con la Cina comunista?

L’ 11 gennaio a Taiwan si sono svolte le elezioni presidenziali. La presidente in carica Tsai Ing-wen del Partito Progressista Democratico è stata riconfermata con il 57% delle preferenze.

Han Kuo-Yu (candidato del Kuomitang, lo storico partito nazionalista cinese esiliato dal 1949 sull’isola) si è fermato al 39%.

Il Kuomitang, partito che fino al 1987 governò a Taiwan in maniera autoritaria senza che potessero presentarsi partiti d’opposizione, è la parte politica ad oggi più favorevole ad un’apertura a Pechino. Soprattutto durante il doppio mandato di Ma Ying-jeou (2008-2016) il governo fu più volte accusato di voler rafforzare eccessivamente i rapporti con la Repubblica Popolare.

Nel 2016 le elezioni avevano decretato la vittoria di Tsai Ing-wen, prima donna a ricoprire il ruolo di Presidente a Taiwan. Con la sua elezione quattro anni fa, i progressi fatti nell’ambito dei rapporti con la Cina si erano di fatto congelati: anche lo scorso gennaio, quando è stata riconfermata alla guida del paese, la Tsai ha ribadito la ferma volontà di difendere il proprio paese, in un momento in cui “La sovranità e la democrazia sono minacciate”.

Secondo numerosi analisti, per la vittoria del DPP (il partito di Tsai) avrebbero giocato un ruolo fondamentale le proteste occorse ad Hong Kong. Gli abitanti dell’ isola hanno potuto valutare le problematiche dell’impostazione “Un paese, due sistemi” vigente in Hong Kong. La stessa soluzione viene proposta da anni anche a Taiwan e ai suoi cittadini. La maggior parte della popolazione avrebbe espresso in quest’ottica la sua preferenza per la Tsai.

Difficile però pensare nei prossimi anni a mosse azzardate come una dichiarazione di indipendenza da parte di Taiwan. E’ errato riferirsi al DPP come ad un partito “ribelle”; Tsai Ing-wen sa bene che un tale atto provocherebbe una dura risposta da parte cinese, magari armata. Nel discorso di insediamento la leader ha pertanto affermato che “La pace, il rispetto, la democrazia e il dialogo sono essenziali in favore di relazioni stabili nello Stretto”.

Sempre che la stabilità sia l’obiettivo della Cina.

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