Coroneconomia: gli

effetti del Covid-19 sull’economia

mondiale

DI ALESSANDRO ZAPPI

9 aprile 2020

Debellato il virus, l’unico malato mondiale rimarrà l’economia. L’impatto e gli effetti negativi del Covid-19 sui mercati mondiali non si sono fatti attendere, richiamando i fantasmi di un passato troppo vicino: quello della crisi del 2008. Quale futuro attende le maggiori economie mondiali?

 In questi ultimi tempi i paragoni con l’epidemia del 2003, quella causata dalla Sars, sono stati numerosi.

Ma attenzione: il Covid-19 è diverso. E non perché, batteriologicamente parlando, i due virus siano molto differenti: è tutto il resto del mondo ad essere mutato. Se la Cina del 2003 era una potenza economica di spicco, non era però ancora una delle più importanti. Oggi, un rallentamento dell’economia cinese significa anche un abbassamento dei consumi in quanto la sua popolazione è passata da mera produttrice a forte consumatrice. Tutto ciò è stato ben riassunto dal membro del Consiglio Direttivo della Bce Klaas Knot presso il parlamento olandese: “L’epidemia di Sars ha avuto ripercussioni sull’economia globale, cancellando 40 miliardi di dollari dai mercati azionari mondiali. Tuttavia, rispetto all’epoca della Sars, la Cina è passata da sesta a seconda economia mondiale”.

Per di più, bisogna considerare il fattore della mobilità: oggi muoversi nel mondo è certamente più frequente e facile, e questo ha contribuito alla rapida propagazione del virus in tutto il pianeta. Per questo bisogna chiedersi come questa pandemia influenzerà l’economia mondiale, non solo cinese. 

 

  La Cina: il prezzo dell’integrazione economica

Mentre i contagi segnano per la prima volta il record di zero, l’economia del primo paese colpito dal virus non si può definire guarita. La Cina è passata da una crescita del 6,1% del PIL nel 2019 a una stima che si aggira tra il l’1 e il 3% nel 2020, dove il 3% rappresenta un traguardo sempre più irrealistico man mano che le settimane passano: la produzione non sta ripartendo come sperato poiché molte imprese sono ancore chiuse o riprendono la produzione ma a ritmi meno intensi (circa la metà), per diverse ragioni. 

Innanzitutto, bisogna sottolineare come un calo fisiologico dei consumi fosse inevitabile sia nel mercato interno che quello estero, soprattutto con la diffusione del virus in altri stati. Questa contrazione avviene in un contesto molto diverso da quello del 2003 siccome, come sopra-citato, l’economia cinese dipende per il 70% dai consumi (rispetto al 40% del 2003). In questo scenario, è chiaro come le aziende non possano ricominciare a produrre a pieno regime con una domanda drasticamente ridotta. 

In secondo luogo, è importante considerare la paura dei datori di lavoro nel riprendere l’attività: non si sentono ancora al sicuro, ed effettivamente non lo sono. La malattia di un singolo operaio dell’impresa potrebbe portare alla chiusura dell’azienda per molto altro tempo, secondo la legge cinese, e questo non stimola certo la riapertura: d’altra parte, è evidente che un ritorno alla normalità è economicamente desiderato. La leadership cinese si è auspicata un ritorno ai regimi pre-crisi, ma questo pare impossibile nel breve periodo: i trasporti pubblici non sono ancora agibili, ad esempio, e i dipendenti non possono raggiungere il luogo di lavoro. Neppure il massiccio piano di sovvenzioni ha prodotto risultati: molte aziende fingono di essere riaperte consumando energia solo per accedere ai sussidi.   

Quello che oggi spaventa gli altri stati, molto più che nel 2003, è l’integrazione produttiva che coinvolge la Cina. Essa rappresenta un mercato intermedio, ovvero di produzione di beni parziali che poi saranno utilizzati e assemblati altrove, di estrema importanza. Basti pensare che, secondo le stime del 2018 della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), le esportazioni cinesi di beni utilizzati come input da parte di altre aziende sono pari al 32% del totale di questo tipo di beni. In poche parole, un terzo dei prodotti che utilizziamo quotidianamente hanno almeno uno dei propri componenti che è stato fabbricato in Cina. 

In una situazione di così forte interconnessione globale, gli effetti della crisi cinese si ripercuoteranno inevitabilmente su tutte le maggiori economie mondiali. E non si può non notare un ulteriore particolare: se la Cina ne sta faticosamente uscendo, il resto del mondo ha appena cominciato la sua battaglia contro il virus.

 

  Gli Stati Uniti: il gigante in crisi

L’esempio modello è quello degli Stati Uniti. 

Il Paese a stelle e strisce si trova a fronteggiare tutti i limiti del suo sistema socio-sanitario. Oltre ad un numero di medici ed equipaggiamenti insufficiente, il vero problema statunitense è dovuto alle assicurazioni sanitarie. Nell’intero Paese 27 milioni di persone, sui totali 329 milioni, non sono coperti da assicurazione sanitaria: significa che questi cittadini possono venir rifiutati anche in caso di emergenza da parte di cliniche private adibite a questo tipo di servizio, ma potrebbero anche dover pagare un prezzo salatissimo terminato il ricovero negli ospedali pubblici (per un ricovero da Covid-19, si parla di cifre che si aggirano sui 70 mila dollari secondo FairHealth). É chiaro, perciò, che l’emergenza sanitaria terrorizzi molte famiglie, non solo per l'eventualità di perdere un proprio caro, ma anche perché, una volta guarite, rischierebbero debiti a vita.

Gli effetti sull’economia statunitense sono da prendere in particolare considerazione. In un sistema di lavoro lontano dagli standard assistenziali europei, si è registrato un aumento pari a 10 milioni di disoccupati in sole due settimane (La Repubblica): una crisi peggiore di quella del 1929, secondo le stime. Nel recente studio pubblicato da Moody’s Analytics si legge che la produzione giornaliera USA è calata del 29% rispetto a prima del lockdown e si prevede un calo annuale del 30% del PIL nel secondo trimestre. 

Ad aggravare ulteriormente il quadro sono due elementi. Il primo è il fatto di considerare che questa situazione durerà solo pochi mesi: come noi italiani stiamo vivendo sulla nostra pelle, è destinata a continuare ancora a lungo.

Il secondo è che la stima pubblicata coinvolge solo il calo della produzione, e non della domanda: sarà però quest’ultimo a causare disoccupazione, inducendo un calo dei consumi e della ricchezza delle famiglie, in una spirale potenzialmente senza fine.

 

  L’Unione Europea: le difficoltà di un’economia stagnante

Con circa 500 mila contagiati, ad oggi l’Unione Europea si è guadagnata il triste primato mondiale per il numero di persone affette da Coronavirus. Come se non bastasse, il vecchio continente è nel contempo lacerato da divisioni tra gli stati membri e con una condizione economica non ottimale. Già da qualche anno, infatti, l’economia europea puntava alla stagnazione. Nonostante alcuni paesi (come Romania, Malta, Irlanda e Polonia) registrassero un tasso di crescita, gli stati più popolosi avevano subito una brusca frenata. Nelle stime di crescita per l’anno 2020 pubblicate dalla commissione europea il 13 febbraio Italia, Francia e Germania si classificavano nelle ultime posizioni con una crescita rispettivamente dello 0,3%, del 1,1% e dell'1,1%. Ricordate l’economia cinese, che nel 2019 cresceva del 6,1% e nonostante questo ha registrato un calo? L’ipotesi migliore per l’Europa ora è passata da stagnazione a recessione.

Le risposte a questa crisi sono state per lo più nazionali e non coordinate a livello centrale, ma hanno rispettato tutte tre linee guida: preservare i posti di lavoro, aiutando i datori a pagare i salari; facilitare l’accesso al credito per le imprese; sostenere i redditi delle famiglie, grazie a misure espansive che comportano, però, un aumento di spesa pubblica e quindi di debito. 

L’importanza di quest’ultime, in particolare, sembra essere stata compresa dall’UE che ha deciso di sospendere il patto di stabilità, ovvero quei limiti alla spesa pubblica vigenti dal 1997 con il trattato di Maastricht: in casi come questi è necessario adottare politiche espansive per far ripartire l’economia. Una lezione, questa, che l’Unione ha ben imparato dopo l’esperienza del 2011.

Qui è necessario fare un focus sull’area euro, ovvero i 19 Paesi che hanno adottato la moneta unica. Alcuni provvedimenti sono già stati presi come, per esempio, un aumento dell’acquisto dei titoli di stato da parte della Banca Centrale Europea, ma gli stati sembrano essere ancora in difficoltà nel decidere i giusti strumenti attraverso cui fronteggiare la crisi. Se da una parte, un accordo non è ancora stato trovato come dimostra la fumata nera dell’eurogruppo di ieri, dall’altra bisogna ricordare che la paralisi è la peggior nemica nella gestione delle emergenze.   

 

Lo scenario che si intravede per le economie mondiali è piuttosto cupo. Una nuova crisi mondiale di portata enorme è alle porte e occorrerà attendere per vedere se le risposte finora date dai Paesi saranno sufficienti: la portata reale della crisi si manifesterà con il tempo. Ciò che è certo è che la cooperazione e la solidarietà mondiale risultano più che necessarie in questi tempi bui.  

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