Elezioni presidenziali

USA 2020: cosa c’è da sapere?

DI CHIARA CISTERNINO e MATILDE MARONI

17 aprile 2020

Le elezioni presidenziali americane del 2020 si terranno il 3 novembre e saranno le 59esime della storia degli Stati Uniti. Trattandosi di un appuntamento elettorale importantissimo e ormai vicino, cerchiamo di fare un rapido riepilogo dei punti salienti. 

Il ruolo del presidente

Il Presidente degli Stati Uniti è una delle figure più influenti al mondo. Le elezioni negli USA sono infatti un evento di importanza fondamentale non solo perché gli statunitensi, in quanto cittadini di una Repubblica Presidenziale, sono profondamente influenzati dalle politiche del capo di Stato, ma anche per il ruolo di leader globale che Washington ha assunto negli ultimi decenni. Fra i poteri costituzionali del presidente rientrano le funzioni di stipulare trattati, decidere in materia di politica estera, porre veti sulle leggi del Congresso e nominare ambasciatori, giudici federali e giudici della Corte Suprema.
Il potere della Casa Bianca è tuttavia molto variabile e sta nella capacità di persuadere e di costruire costantemente coalizioni che sostengano il presidente, dentro e fuori dal Congresso.
Infatti, in cima alle funzioni del Presidente c’è proprio la “collaborazione con il Congresso”: cosa significa? Il sistema di separazione dei poteri è un realtà un sistema di “poteri condivisi”: la Casa Bianca determina l’agenda delle due Camere fissando le priorità e istruendo i legislatori del partito del presidente o quelli dell’opposizione disposti a dialogare.
Questo meccanismo spiega quanto risultino delicate le elezioni del Congresso il cui calendario è fisso e alternato e che ogni due anni garantisce il rinnovo della Camera e di 1/3 del Senato.
Ovviamente questo fa sì che a metà del suo mandato, un Presidente possa ritrovarsi con una maggioranza di colore opposto a quello del suo partito (divided government), situazione che accresce ulteriormente la difficoltà di far valere la propria linea politica.

Può essere eletto a presidente qualsiasi uomo o donna nato cittadino negli US, che sia residente da almeno 14 anni e che abbia almeno 35 anni.

Come e chi vota?

Il sistema partitico statunitense è caratterizzato dalla presenza di due partiti competitivi: Democratici e Repubblicani. Ciò è dovuto all’uso di sistemi elettorali basati su una formula plurality (ovvero a maggioranza semplice) applicati in collegi uninominali. Questo sistema viene utilizzato sia per l’elezioni di titolari di cariche monocratiche (il Presidente, i Governatori e i sindaci) sia per componenti di assemblee legislative.

Attenzione però: non esistono solo Rep e Dem! Pur spartendosi il potere in una sorta di duopolio, i due partiti maggiori devono, teoricamente, competere anche con altri partiti, che possono anch’essi proporre i propri candidati. È inutile specificare, però, che mai candidati di altri partiti si sono aggiudicati la presidenza.

Le campagne elettorali americane sono più lunghe e costose di qualsiasi altra democrazia liberale: anche la scelta dei candidati, infatti, fa parte del processo elettorale, ed è affidata agli elettori attraverso elezioni primarie regolate con leggi statali, quindi ciascuno stato, più o meno, decide per sé ed ha regole differenti anche per stabilire chi può votare e come. Nella quasi totalità dei casi le primarie sono riservate ai cittadini iscritti alle liste democratiche, pubbliche ed ufficiali, ma di nuovo ci sono notevoli differenze: in alcuni stati basta iscriversi il giorno prima del voto, in altri bisogna registrarsi con un anno di anticipo. Una regola generale però c’è: si vota lo stesso giorno, nello stesso seggio, per entrambi i candidati.

La corsa alla presidenza si compone di quattro fasi:

1) The exhibition: tutto ha inizio da qui, una stagione informale precedente alle primarie detta anche “di messa in mostra”. È in questo momento che tutti i candidati lanciano ufficialmente la propria candidatura.

2) La vera e propria stagione delle primarie prende avvio nel mese di febbraio, con il voto in New Hampshire e Iowa, e dura fino a giugno, raggiungendo il culmine a marzo con il Super Tuesday quando moltissimi stati tengono le primarie lo stesso giorno. Le primarie terminano in estate con l’allestimento delle convenzioni nazionali, oramai soltanto un evento mediatico e autocelebrativo.
La peculiarità è che in Iowa, Nevada, North Dakota e Wyoming le tradizionali primarie sono sostituite da un tipo di elezione molto diverso: i cosiddetti “Caucus”. Il termine deriva dagli indiani americani e letteralmente significa “stare seduti per terra a gambe incrociate davanti alle tende”; essi consistono infatti in riunioni in cui si discute e si vota per il candidato del partito che correrà per la presidenza. Essi possono tenersi nelle chiese, nelle scuole o persino nelle case private e sono aperte a tutti quelli che si iscrivono al partito (basta in realtà firmare un manifesto programmatico).

3) La terza è la fase del testa a testa tra i candidati presidenziali, dall’inizio di settembre fino al giorno delle elezioni, a novembre. A questo punto le spese elettorali vengono coperte da fondi pubblici e la copertura di giornali e tv diventa molto intensa e condita da dibattiti telesivi tra i due condidati.

4) Infine abbiamo finalmente le vere e proprie elezioni che quest’anno avverrano il 3 novembre 2020: gli elettori verranno chiamati ad eleggere i cosiddetti grandi elettori, i quali a loro volta il 14 dicembre si riuniranno nel Collegio elettorale per eleggere il nuovo presidente e il suo vice presidente.

Cosa succede se nel collegio elettorale non emerge una maggioranza assoluta?

Se nel collegio elettorale non si raggiunge una maggioranza assoluta di almeno 270 voti a favore di un candidato, la nomina del presidente spetterà alla Camera dei Rappresentanti a maggioranza fra i tre candidati che hanno ricevuto più voti nel Collegio elettorale. il vice presidente sarà nominato dal Senato, eleggendo  fra i due nominativi che hanno ricevuto più voti, sempre nel Collegio elettorale.

Elezioni 2020: a che punto siamo ora

La timeline delle votazioni si può riassumere in qualche data fondamentale: ad oggi si è votato, nell’ordine, in New Hampshire, Nevada, South Carolina, i 15 stati del Super Tuesday (l’appuntamento chiave nella corsa alla presidenza, la giornata in cui ben 14 stati hanno votato e che si è tenuta il 3 marzo), i 6 stati del ‘Mini Tuesday’ (6 stati, 10 marzo), Arizona, Florida e Illinois.

L’esito ha ristretto di molto il ventaglio di candidati: qual è la situazione attuale?

Dei cinque candidati principali, tra cui l’astro nascente Pete Buttigieg, giovane sindaco del Midwest, che è riuscito ad aggiudicarsi la maggioranza in Iowa – ma il successo si è fermato lì –, due erano emersi come possibili candidati alle Presidenziali: Bernie Sanders e Joe Biden. Quest’ultimo, dopo la svolta in South Carolina dove ha ottenuto più del doppio dei voti dello sfidante, è rimasto in vantaggio fino a pochissimi giorni fa, quando è stato ufficialmente supportato dal (solo formalmente) sfidante Sanders: “Abbiamo bisogno di te alla Casa Bianca”, ha annunciato. I restanti Elisabeth Warren, Amy Klobuchar e il sopracitato Buttigieg si erano già ritirati: sarà quindi l’ex-vicepresidente di Obama a sfidare Trump.

Anche se uscito dalla corsa presidenziale, Sanders, classe 1941 di Brooklin, New York, contava 910 delegati: ci pare quindi giusto cominciare parlando di lui, anche perché il suo messaggio di assistenza sanitaria accessibile è attuale più che mai, e dovrà venire recepito anche dal futuro Presidente, democratico o repubblicano che sia. Ha conquistato la fetta più giovane dell’elettorato e la classe operaia con un messaggio rivoluzionario, improntato in particolare sui questi punti: la necessità di rientrare nell’accordo di Parigi del 2015 (dal quale Trump si è fieramente ritirato); sostenere il Green Climate Fund (fondo ONU per aiutare i paesi in via di sviluppo a combattere il cambiamento climatico); diminuire la vendita di armi da fuoco (che invece proprio adesso è schizzata alle stelle per “difendersi dal virus”); la maggiore integrazione degli immigrati in una “Welcoming and Safe America for all”. Il cavallo di battaglia era, e resterà anche se non più in campagna, lo slogan ‘Medicare for All’, in un’ottica di Welfare State che sta molto a cuore al suo elettorato, e non solo: il tema salute sarà da oggi i poi di importanza fondamentale per tutti i cittadini, anche per coloro che hanno votato per Trump, e che ora potrebbero trovarsi invece senza un posto letto in ospedale. Dalla sua parte, Sanders aveva anche i VIP: Alexandra Ocasio-Cortez, giovanissima deputata del Congress, nota per le sue invettive contro Trump e molto amata dai giovani, aveva dichiarato il suo endorsement a Sanders e ora non sembra così entusiasta di passare al lato moderato: nonostante questo, pare prevedibile un suo supporto.

Biden, di un anno più giovane, dalla Pennsylvania, aggiudicatosi ad oggi 1215 delegati, è stato vicepresidente durante i due mandati di Obama, motivo per cui viene visto come una figura di riferimento da buona parte dell’elettorato democratico. La sua campagna risulta molto più moderata di quella di Biden, pur promuovendo la rivoluzione dell’energia pulita, la giustizia climatica, maggiori fondi all’Obamacare (il sistema sanitario ad ampio raggio di popolazione approvato nel 2010 e pesantemente ridotto dall’amministrazione Trump), un piano per contrastare la violenza di genere e un maggior controllo del traffico di armi. Biden ha il supporto della comunità latino-americana degli USA. Da molti elettori ed analisti era visto come l’unico veramente capace di sfidare il presidente Trump, il solo democratico al quale i repubblicani potrebbero dare fiducia se davvero, come qualcuno ipotizza, Trump perdesse consenso a causa della (pessima) conduzione dell’emergenza attuale: è probabilmente questo il motivo per cui, alla fine, si è trovato ad essere l’unico rimasto. Vi è però un tasto dolente: Biden ha infatti permesso, in quanto senatore, a Bush di intervenire in Iraq nel 2002.

Per quanto riguarda i Repubblicani, la situazione è quasi scontata: tra gli sfidanti di Trump solo Bill Weld, governatore del Massachusetts negli anni 90, è riuscito ad accaparrarsi un delegato. Troppo poco per poter anche solo sperare di competere con The Donald.

L’unica cosa certa che si può affermare ad oggi è che il risultato delle elezioni avrà un impatto su tutto il pianeta, sia perché come già detto gli USA hanno un ruolo di perno nell’ordine globale sia per la situazione che Washington si troverà ad affrontare di qui a pochi (ma già troppi) mesi appena passata l’emergenza sanitaria.

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