ELEZIONI USA:

predire le
elezioni americane in
tempi di Covid​

DI MATTEO CIANFORLINI

6 Novembre 2020

Ogni quattro anni, ogni primo martedì del mese di novembre, il mondo si ferma. Nel bene o nel male, anche se solo per un momento, tutti avranno lo sguardo rivolto verso chi verrà eletto come nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Il vincitore, agli occhi di molti, per i successivi quattro anni, sarà “l’uomo più potente del mondo”. Lo scopo di questo articolo è lontano dall’essere una possibile interpretazione di come il mondo possa cambiare in base al vincitore delle elezioni. L’obiettivo sarà piuttosto quello di spiegare cosa si cela dietro le statistiche che vedono, ogni quattro anni, i cittadini americani letteralmente bombardati da numeri, percentuali e punteggi ed il perché in questo particolare momento storico si possano creare delle false percezioni di questi dati. Questo articolo si baserà prevalentemente sullo studio econometrico delle elezioni americane presentato dal professore ed economista Ray C. Fair nel suo libro “Predicting presidential elections and other things”.     

                                                                                                                                                                Fonte immagine: Fanpage.it

Cosa si cela dietro le statistiche presentate?


Ciò che molti non sanno è che la scelta del presidente americano, consciamente o inconsciamente, inizia proprio da quel primo martedì di novembre. Infatti, per molte e variegate ragioni, che verranno successivamente analizzate, si può già da subito iniziare a fare pronostici riguardo cosa succederà alle elezioni successive. Pochi giorni prima, ogni analista avrà calcolato, in diversi modi, i risultati attesi. Queste previsioni, però, raramente rispecchieranno la realtà poiché, per quanto l’errore si possa minimizzare il più possibile, è sempre impossibile annullarlo. Le statistiche presentate possono, inoltre, essere volutamente fuorvianti in modo tale da influenzare le possibili scelte dei cittadini il giorno del voto. Risulta quindi fondamentale capire come queste vengano create e in certi casi manipolate.


Su cosa si basa la scelta del voto per un candidato alla presidenza?


La prima serie di fattori che secondo Fair influenzerebbero i cittadini al momento del voto, sarebbero di natura economica e comprenderebbero: la crescita economica durante i precedenti quattro anni, il tasso di inflazione e il numero di "quadrimestri molto positivi” - quadrimestri in cui la crescita economica ha superato di molto le aspettative - avvenuti nei due anni precedenti alle elezioni. Ognuno di questi tre elementi ha associato un coefficiente statistico, basato sulla effettiva importanza data a questi fattori nelle precedenti elezioni (lo studio in questione cerca di predire le elezioni del 2004 basandosi su dati che vanno dal 1916 al 1996). Ciascuno di questi coefficienti statistici viene poi moltiplicato per l’effettiva performance dei vari fattori durante il periodo selezionato. Il risultato sarà la propensione percentuale di ogni cittadino americano a votare per il presidente uscente o meno.

Semplifichiamo le cose


L’econometria non è una materia semplice, la confusione a questo punto potrebbe essere tanta, ma cerchiamo di semplificare avvalendoci di
qualche esempio. Il coefficiente associato alla crescita economica nei quattro anni precedenti alle elezioni è di 0.7; questo viene moltiplicato per l’effettiva crescita economica nel periodo dato. Supponiamo (per semplificare) una possibile crescita dell’1%. Il valore finale sarà dato da una propensione dello 0.7% di preferenza verso il candidato o il partito uscenti, che hanno governato nei precedenti quattro anni. Partendo da una situazione di parità, in cui entrambi i candidati hanno una quota di voti identica, il candidato uscente guadagnerebbe 0.7 punti sul proprio avversario, nel caso in cui le condizioni vengano rispettate. Contrariamente, l’inflazione ha un coefficiente negativo, -0.71. Questa non è
vista di buon occhio dai cittadini e se mantenuta sotto controllo può portare effetti positivi in fatto di preferenze. Supponiamo che nei precedenti quattro anni si sia mantenuta una inflazione media pari a 1%. A questo punto moltiplicando il coefficiente e il valore reale dell’inflazione si arriverebbe ad un -0.71%. si può quindi notare un possibile discontento nella popolazione che sarebbe più propensa a votare per l’avversario politico del presidente uscente.

Cos’altro influenza i cittadini?


Oltre ai fattori economici, che sono considerati determinanti nella scelta finale, ci sono però anche dei fattori culturali e sociali che entrano in gioco. Lo studio delle precedenti elezioni, infatti, dimostra una forte propensione nel favorire il candidato uscente, cosicché il presidente attuale (a prescindere dalla propria appartenenza politica) venga preferito allo “sfidante”. Contrariamente, la durata in carico di uno stesso partito per troppi mandati consecutivi non è vista di buon occhio. Infatti, a questo è associato un coefficiente negativo. L’ultimo fattore presentato, ed anche il più controverso, per quanto sia supportato dall’analisi statistica, si basa puramente su una variabile definita “preferenza di partito”. Storicamente il partito repubblicano ha sempre avuto una base di preferenze più forte e radicata. La “variabile di partito” va quindi, sempre a sfavore del partito democratico che, secondo Fair, parte sempre svantaggiato.

E così facile predire chi vincerà? bastano i numeri?

Assolutamente no. L’economia è una scienza sociale, in quanto tale non può basarsi semplicemente sui numeri, i quali possono alienare da quello che veramente sono i sentimenti dei cittadini. Lo studio di Fair infatti, include un’ultima variabile, la “war variable”. Questo specifico indicatore è trascurabile ed è di poca importanza se all’interno dei quattro anni precedenti alle elezioni non ci sia stato un evento catastrofico che abbia sconvolto la vita politica, e non solo, dei cittadini americani. Principalmente è una variabile che ha avuto un effettivo valore durante il periodo della Prima e Seconda Guerra Mondiale (nello specifico solo per tre delle ventuno elezioni analizzate per creare il modello).

Possiamo considerare il Covid una “war variable”


Le statistiche precedenti alle elezioni 2020 hanno sempre indicato il candidato democratico, Joe Biden, come possibile vincitore. Questo è
certamente dovuto, per certi aspetti, ad una pessima prestazione dell’economia dovuta alla pandemia da Covid-19 che da febbraio scorso sta affliggendo il mondo intero. Detto ciò, se dovessimo considerare la pandemia come una possibile variabile di guerra, il candidato democratico sarebbe (almeno sulla carta) ancor più favorito. D’altro canto, la maggior parte delle predizioni statistiche ed econometriche potrebbero essere erroneamente percepite ed analizzate, in quanto la crisi economica non era preannunciabile. In questo caso , potrebbe non essere considerata completamente colpa dell’amministrazione uscente se il paese non stia rispondendo come sperato.

In conclusione

Il presidente Trump ha sempre cercato di addossare tutte le responsabilità ad attori esterni, ed in particolare alla Cina, colpevole di aver consapevolmente liberato un virus per mettere in ginocchio il sistema economico statunitense. Questa dialettica, da una parte, potrebbe aver avvantaggiato il presidente uscente, in grado di minimizzare la pessima performance economica (la quale ricade sulle percentuali di voto). D’altra parte, non essendo stata accompagnata da una effettiva risposta economica alla crisi venutasi a creare, potrebbe essere stata proprio ciò che ha affossato ogni probabilità di vittoria del candidato repubblicano.

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