Epidemia di informazioni, allerta fake news

DI LAURA NOAH PESAVENTO

15 maggio 2020

Il diritto alla libertà di espressione è tutelato dall'articolo 21 della costituzione italiana e, ai tempi del Coronavirus, questa libertà viene riconosciuta anche dal pubblico meno abituato a giornali e notiziari. Però, se da una parte la libertà di scrittura deve essere garantita, dall’altra il flusso di informazioni false in circolazione mina alla stabilità della società globale. 

Il diritto alla libertà di espressione è tutelato dall'articolo 21 della costituzione italiana e afferma: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]”.

Ai tempi del Coronavirus, questa libertà viene riconosciuta anche dal pubblico meno abituato a giornali e notiziari. In Italia il lockdown causato dall'epidemia di COVID-19 ha avuto inizio nelle prime settimane di marzo con la conseguente chiusura in casa della popolazione. Siamo tutti circondati da televisioni, computer e smartphone e il bombardamento di notizie è diventato quasi inevitabile.

Mai come ora viene richiesto ad ognuno di noi di essere critici e informati e mai come ora questo impegno sembra così difficile e faticoso. Perché se da una parte la libertà di scrittura deve essere garantita, dall’altra il flusso di informazioni false mina alla stabilità della società globale. 

Ma quali sono i tratti specifici che identificano la disinformazione? Innanzitutto la falsità o inesattezza dei contenuti, quindi l’ intenzionalità nella loro produzione e la motivazione ideologica, economica o sociale che ne è alla base. Lo scopo, inoltre, è quello di avere un impatto sul pluralismo informativo. Infine, ad accomunare le cosiddette fake news è l’effetto che esse hanno sui lettori.

 

Le (poche) informazioni asiatiche

Sono troppe le ambiguità sulle sporadiche notizie diffuse dal governo cinese riguardo la pandemia in corso. L'Europa, tramite la piattaforma online creata alcuni anni fa per contrastare le fake news (EuVsDisinfo), ha deciso di attirare l'attenzione sul caso asiatico. Il fronte dei Paesi occidentali si unisce nella richiesta alla Cina su come è nato e si è poi diffuso il Covid-19: trasparenza e senso di responsabilità sembrano quasi assenti.

L'origine di queste accuse riguarda il numero dei contagiati che sembra essere stato modificato dalle autorità cinesi: il “Lancet” stima che al 20 febbraio sarebbero stati più di 200mila, contro i 55mila segnalati. Viene spontaneo chiedersi come un Paese elogiato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità per la velocità di risposta al virus possa giocare così falsamente su queste cifre.

Inoltre, ci sono sempre più ipotesi e dubbi sull'origine del virus. Queste vanno da un fatale errore compiuto, consapevolmente o meno, nei laboratori di Wuhan, all'accusa che il portavoce del ministero degli Esteri cinesi fa all'esercito Usa, colpevole di aver portato l'epidemia in territorio cinese.

Purtroppo, anche quando voci interne al Paese si appellano al diritto di una divulgazione il più trasparente e veritiera possibile, queste vengono accusate di “sovversione dello stato” e messe in prigione.

In questi giorni si è fatto sentire anche il Merics, il think tank indipendente di studi sulla Cina fondato alcuni anni fa a Berlino, riconosciuto da tutto il mondo come una fonte autorevole di analisi. Per il Merics, Pechino ha adottato una strategia comunicativa dall'inizio dell'epidemia che si basa su una campagna di propaganda esterna e di soft power. Questa è stata organizzata dal governo con lo scopo di distogliere il pubblico straniero ed interno dalle sue responsabilità nel ritardo di quasi un mese con cui ha comunicato all'Oms l'evolversi dell'epidemia. I livelli di propaganda sono diversi e il primo è quello dell'informazione diretta. Infatti, durante questa crisi è iniziata una propaganda basata in parte su teorie del complotto. Un esempio è la bufala che siano stati i militari americani a portare il virus a Wuhan, durante i World Military Games di novembre 2019. Subito dopo, il “Global Times”, il giornale nazionalista del Partito comunista, ha pubblicato un post citando fuori contesto uno scienziato italiano, per dimostrare che il virus è nato in Italia. Perciò non importa se le teorie si contraddicono: l'obiettivo è creare confusione e rendere più difficile capire quale sia la verità.

 

Dall'America con furore

Il 4 maggio il giornale “Corriere della Sera” pubblica un Dossier in cui analizza l'attacco verbale americano contro Pechino. Il segretario di Stato americano Mike Pompeo in questi giorni ha lanciato la sua accusa : “Ci sono numerose prove che il virus arrivi dal laboratorio di Wuhan. La Cina ha fatto di tutto per tenerlo nascosto. Classica operazione di disinformazione comunista.” Successivamente, intervistato il 3 maggio dalla tv Abc, Pompeo ha confermato i sospetti degli ultimi mesi dicendo che sin dall'inizio ci sono prove che testimoniano l'origine del virus a Wuhan. Inoltre, continua, il fatto che la Cina abbia una storia pregressa di infezioni propagate nel mondo e di laboratori al di sotto degli standard di sicurezza certamente non aiuta. Il capo della diplomazia americana ha quindi rilanciato ciò che Donald Trump aveva ipotizzato a fine aprile - dicendo che nei laboratori di Wuhan deve essere successo qualcosa di terribile, causato da uno sbaglio o da un'azione premeditata – creando una sorta di campagna nazionale anti-Cina.

Tuttavia, lo scenario è tuttora molto confuso e indefinito. Infatti, nessuno ha smentito la precisazione data a fine aprile dalla Dni, la direzione che coordina tutte le agenzie di spionaggio, la quale affermava che il virus non è stato né creato né manipolato dall'uomo e che le indagini su un possibile incidente di laboratorio continuano. La vicenda si infittisce sempre di più a causa di un’uscita del quotidiano australiano “Daily Telegraph”, il quale sostiene di possedere un report elaborato dagli 007 del patto “Five eyes” (Australia, Usa, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Canada) dove si mostra che la Cina ha eliminato le prove, silenziato i testimoni scomodi e mancato nel fornire elementi utili per lo studio su un vaccino. Anche secondo il documento persiste il dubbio sull'origine del virus, nato in laboratorio o all'interno del mercato di animali selvatici di Wuhan. Questo report è in linea con l'appello ad una maggiore trasparenza fatto da Usa, Germania, Francia e Australia e una possibile inchiesta internazionale per evidenziare errori e mancanze risultati fatali.

 

Myth busters, I miti da sfatare

Ogni giorno viene scoperto, e subito smentito, un nuovo rimedio anti COVID-19, spesso anche molto fantasioso oppure pericoloso. Di fronte a questa inarrestabile marea di notizie fuorvianti, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha risposto con una lunga raccolta di credenze inesatte con annessa smentita e spiegazione esaustiva. Per citare alcuni esempi, non mancano le immancabili tisane ed infusi, dalle forti capacità depurative sia dalle tossine che, a quanto pare, anche dai virus. Una notizia celebre è quella delle reti 5G, accusate di essere alleate del virus e di provocare gravi danni alla salute: tuttavia, i virus non possono viaggiare attraverso onde radio e l'epidemia si sta diffondendo in molti paesi che non hanno le reti 5G. 

L'Oms smentisce anche il presidente Trump, reinventatosi medico autodidatta: durante il quotidiano briefing con il suo staff medico, in diretta nazionale, aveva affermato di trovare interessante l'idea di testare sui malati di COVID-19 iniezioni di disinfettante. A questo proposito, l'Oms scrive che ingerire disinfettanti non protegge dal virus e, anzi, può essere molto dannoso poiché sono sostanze velenose  e devono essere usate con attenzione solo per disinfettare le superfici esterne.

È quindi estremamente necessario ascoltare le istituzioni ufficiali e non lasciarsi ammaliare da interessanti rimedi fai-da-te.

 

La libertà di stampa nel mondo

Il World Press Freedom Index 2020 di Reporter Senza Frontiere stila una classifica di tutti i paesi, interrogandosi sul grado di libertà dell'informazione. Medaglia d'oro per la libertà va alla Norvegia, seguita sul podio dalla Finlandia e dalla Danimarca. Gli ultimi tre posti sul totale di 180 paesi analizzati sono occupati dall'Eritrea, dal Turkmenistan e per finire dalla Corea del Nord. L'Italia, invece, è alla 41° posizione.

Inoltre, questa ricerca mostra che c'è una correlazione tra le violazioni della libertà di stampa e l'epidemia in corso. La crisi sanitaria mondiale viene utilizzata da alcuni paesi per intensificare la repressione e gli attacchi ai media e persino imporre misure impensabili in tempi normali. In Cina, ad esempio, alcuni giornalisti che parlavano della situazione negli ospedali di Wuhan, riportando dati diversi da quelli governativi e criticando l'operato del partito comunista, sono scomparsi nel nulla.

A inizio maggio l'UNESCO si è fatta portavoce dell'importanza di un'informazione libera e basata sui fatti. Tramite il profilo Instagram ufficiale, ha affermato “Lies kill. Facts save lives” e successivamente ha posto l'attenzione sulla possibilità che ognuno di noi ha di diffondere informazioni false semplicemente tramite il proprio smartphone. In questo post per la prima volta ha parlato di una “infodemia” legata al Covid-19, affermando che tutti possiamo fare qualcosa per fermarla: “Think twice before sharing. Don't spread rumours. Check the sources. Look for the facts.”.

 

Infodemia e bias

Una recente ricerca di Ipsos su soggetti di diverse età e di vari paesi ha analizzato il loro livello di “dispercezione”, ossia di percezione errata di un fatto a causa di come questo viene narrato: l'Italia risulta essere ai primi posti di questo campionario. L’argomento viene affrontato dallo scrittore Alessandro d'Avenia nel suo recente articolo “Infodemia” pubblicato sul “Corriere della Sera”.  In questo egli afferma che le notizie puntano alla viralità piuttosto che alla verità causando così un'infodemia, ossia un'epidemia di informazioni, che orienta i comportamenti secondo percezioni false piuttosto che razionali. In questa diffusione partecipa attivamente il neurotrasmettitore della dopamina, attivato dalle notizie basate sulla paura, il quale ha la capacità di creare dipendenza e, se in eccesso, uno stato di ansia. Lo scrittore continua spiegando come l'iper-comunicazione non aiuti a capire e agire meglio, ma anzi alimenti uno stato di paura costante che porta ad essere soggetti più facilmente manipolabili. Chiude il suo articolo con un consiglio: “Provate a non guardare la tv e consultare internet per un giorno o due, o per una settimana, e impegnate quel tempo per leggere un articolo approfondito o un libro su un argomento che vi appassiona: ne saprete di più e sarete più sereni, perché non è la quantità ma la profondità a far comprendere la realtà.”

In linea con quest’opinione, la Ohio State University ha recentemente pubblicato una ricerca sul giornale online “Human Communication Research” dove prova che, dopo aver fornito accurate statistiche su temi controversi ai soggetti analizzati, questi tendevano a manipolare i dati sulla base delle idee già in loro possesso. Questo risultato evidenzia che non sono solo le fonti esterne a creare fake news, ma anche l'individuo stesso, consapevolmente o meno. Il problema di questi bias, o pregiudizi, diventa sempre più grande quando questi vengono trasmessi di persona in persona.

 

La bellezza del dubbio

L'uomo è il luogo in cui ha sede qualcosa di straordinario: la coscienza, il pensiero, la ragione. “Cogito, ergo sum” (“penso, dunque sono”) affermava il celebre filosofo Cartesio. Siamo umani proprio perché abbiamo la capacità di pensare, ma questa richiede di essere usata e allenata quotidianamente, non di essere gettata in un angolo buio della mente.

L'arte di dubitare è lo spiraglio di luce che ci aiuta ad uscire da un tunnel fatto di menzogne. Richiede fatica, metodo e rispetto affinché non si dia completa fiducia alla prima notizia, ufficiale o meno, che ci capita sotto gli occhi. L'informazione non deve controllare i pensieri e i desideri delle persone, ma deve indurre il lettore a riflettere, a dubitare, a studiare e ad informarsi. Con tutta la serietà necessaria, ci si deve mettere alla ricerca delle fonti, del rigore: è l’unico modo per non inciampare nelle cosiddette “fake news”.

Inoltre, è necessario tenere a mente che un'informazione può addirittura essere diffusa da una nazione per minare un regime e per rivoltare l'opinione pubblica contro il suo nemico: in gioco ci sono interessi geopolitici molto più grandi di quanto si immagini.

Se da un lato siamo fortunati ad avere numerosi mezzi tramite cui poterci aggiornare, dall'altro siamo continuamente bombardati da informazioni spesso contraddittorie e ci ritroviamo sempre più confusi e deboli di fronte alle fake news. Non è umanamente possibile sapere tutto; in fondo anche il filosofo Socrate affermava che l'unica cosa di cui era veramente a conoscenza era di non sapere, ed è difficile approcciarsi ad argomenti di medicina, economia, diritto e via dicendo. Per questo si sente il bisogno, come è normale che sia, di affidarsi ad esperti ed è necessario che questi siano seri nel loro lavoro e non assoggettati al volere dei più forti.

 

In questo momento storico in cui siamo sobillati dalle informazioni, false o vere che siano, ri-impariamo a dubitare: ad informarci, prima di parlare, a guardare l’altro lato della medaglia, a chiederci sempre “mi posso fidare?”. Anche nel mondo delle informazioni, la qualità batte la quantità.

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