Giornalismo: fare della passione un lavoro è ancora possibile?

DI AGNESE ZOPPELLI

25 giugno 2020

Giampaolo Musumeci, giornalista, fotografo e scrittore, in poche ma intelligenti risposte ci racconta l’appassionante (ma anche competitivo, incerto e complesso) mondo del giornalismo.

Citando Umberto Eco il giornalismo è la “storiografia dell’istante”. Oggi questa definizione ha poco a che vedere con una bella scrittura o una prosa elegante mentre è sempre più evidente il distacco dalla tradizione letteraria. Attualmente, il giornalismo non ha tempo per fronzoli o abbellimenti linguistici ma gli viene richiesto di essere diretto, asciutto ed essenziale. Oggi la notizia immediata fa più “visualizzazioni” che le parole usate per descriverla. Se pur piace pensare al giornalismo come un’arte, una vocazione fatta da ispirazione e senso dell’avventura, in realtà non è tutto oro quel che luccica. Il severo impegno, il sacrificio, lo studio rigoroso e l’approfondimento; queste sono le vere chiavi di volta della professione.

Non solo un “reporter scarponi e zaino in spalla”

Ore 10:30: Giampaolo Musumeci, classe 1972, voce sicura, tono accattivante che unisce lo scherzoso al concreto e a volte al crudo raccontare della professione, lavora già da diverse ore.

Conduttore dal 2010 del programma radiofonico “Nessun luogo è lontano” su Radio24, trasmissione che unisce la quotidianità della notizia ai chilometri che ci separano dall’accaduto. Nel 2014 diventa autore, insieme ad Andrea di Nicola, di “Confessioni di un trafficante di uomini”, libro inchiesta sul mondo dei migranti e trafficanti, tra barconi e campi. Da sempre esperto nell’alternare il suo lavoro in radio con quello di reporter scarponi e zaino in spalla, sempre nel 2014 ha realizzato un servizio in Yemen sulle spose bambine. Ha collaborato con Sky Tg24, Rai news24, Die Zeit, Radio France International solo per citare alcuni nomi. Nel 2018 ha ricevuto il premio Cristina Matano per il giornalismo . Nel 2019 ha portato in scena insieme a Margherita Saltamacchia lo spettacolo “ Io, trafficante di uomini”.

Facendo ironia e adattandola alla crisi che sta vivendo oggi il giornalismo, Giampaolo Musumeci racconta parte della sua esperienza come giornalista, unendo il suo vissuto all’attualità che ci circonda. Lo descriviamo come una persona disponibile e cordiale, che fin da subito ha rifiutato le formalità per mostrarsi il più vero e autentico possibile. Per questo motivo, l’intervista ha da subito acquisito un tono colloquiale, non pretendendo l’uso del lei , ma del più informale “tu”.

Giornalista, fotografo, filmmaker e grande viaggiatore; come e quando è iniziata la tua carriera?

Ho iniziato a 17 anni scrivendo per il Resto del Carlino modenese, nelle pagine di cronaca locale: avevo già le idee chiare. Mi sono poi laureato in economia a Modena per avere delle solide basi, molto utili nel mondo del giornalismo.

Come è nato l’amore per l’Africa?

L’amore per l’Africa è nato casualmente durante gli anni d’università quando trascorrevo le estati nei villaggi vacanza in Africa, lavorando come animatore in Kenya per tirare su due lire, è stata una vera folgorazione. Tornato a Milano mi sono laureato e ho iniziato a collaborare con varie agenzie di editing, successivamente ho iniziato a scrivere pezzi per Topolino, facendolo oltretutto per anni.

Seguire una strada precisa è possibile in questa professione o il percorso che ci attende è più tortuoso?

Quello che è venuto dopo è stato un percorso molto ondivago, dove un po’ studiavo fotografia, un po’ facevo il copywriter pubblicitario. Dopo aver passato un anno in una agenzia stampa ed aver collaborato con la rivista “Sorrisi e canzoni” per caso finisco a lavorare per Rai 3, come autore di un programma per ragazzi, e lì scopro la mia passione per il linguaggio video. Così ho iniziato a fare i primi reportage. Il primo fu in Algeria nel 2004, ma non andò benissimo. Nel 2006 ho iniziato a lavorare sulle rotte dei migranti, attraversando il Mali, la Mauritania, il Senegal, la Grecia e la Tunisia, collaborando con La Stampa per “Specchio”, magazine dell’epoca. Nel 2008 sono andato in Congo e ho iniziato a proporre pezzi per Radio24 e da lì è iniziata la collaborazione.

Mi sembra di capire che non esista un percorso lineare, sbaglio?

No, non sbagli. Ho insegnato alla scuola di Giornalismo alla Cattolica di Milano e spesso gli studenti mi hanno chiesto come si fa e la mia risposta è sempre stata : “Non lo so, è un mercato saturo, molto difficile, in profondissima crisi, in aggiunta quello italiano non è nemmeno particolarmente meritocratico” . La scuola specialistica è una possibilità, ma alla fine i posti nelle redazioni sono quelli che sono, praticamente zero. Al momento farlo diventare un mestiere sostenibile è molto difficile.

Non suona molto incoraggiante…

Io dico sempre: se sapete suonare la chitarra mettete su una Band Metal che forse è più facile. Io stesso mi dico “ce la sto facendo”, non “ce l’ho fatta”. È un mestiere che impegna continuamente, io ho iniziato alla 6:30 di questa mattina leggendo i giornali, ho iniziato a scrivere poco dopo e mentre ti parlo, insieme ai miei collaboratori stiamo cercando informazioni per la diretta radiofonica di oggi pomeriggio. Questa sera ritorno a scrivere per un altro progetto. Sicuramente chi è assunto stabilmente da una redazione ha orari più precisi, io parlo da giornalista Freelance.

Scattare una foto, raccontare cosa accade e postarla sui social, è il nuovo modo di fare notizia? Siamo tutti reporter?

Anche se mi ritengo un po’ talebano riguardo questo aspetto, perchè il giornalismo non è una corrente letteraria o artistica, ma informazione nuda e cruda, credo che il Social sia un mezzo come un altro. Se si seguono regole precise, specifiche, corrette e ben servite, allora anche “Tik Tok è uno strumento come un altro per farsi spazio in questo campo”.

Come redazione di “Nessun luogo è lontano” e tu nello specifico come giornalista, come vi approcciate all’utilizzo delle fonti? Sappiamo esserci una giungla di notizie là fuori, corrette e non. Come saperle utilizzare? Come cercarle?

Innanzi tutto bisogna distinguere tra fonti primarie e fonti secondarie. Le fonti primarie sono i testimoni oculari, i cittadini che assistono all’accaduto e che magari hanno scattato foto o fatto video. Essi vengono contattati da noi tramite i Social come Twitter, ad esempio. Ancora, gli uffici stampa del comune coinvolto e il Sindaco in persona possono essere fonti di primo grado. Fonti secondarie sono invece i giornalisti locali. Dopo aver accertato la notizia si vanno a cercare ed analizzare le cause, qui intervengono gli esperti. Per contattarli ci rivolgiamo principalmente alle Università o istituti religiosi.

Avendo girato buona parte del mondo, soprattutto zone ad elevato rischio, poco sicure, come vedi la figura femminile nello svolgere la professione, fatta di occhi sempre in allerta, pericoli dietro l’angolo e tensioni? Sarò all’antica, ma trovo che comporti un notevole sforzo conciliare il fatto di essere donna con il ruolo da inviata o reporter di guerra.

Veramente, ho un sacco di colleghe che lo fanno e ci riescono. Hanno grande talento ed esperienza per agire in quelle zone. Non è detto che la differenza di genere si senta solo in un verso, ma anche all’opposto. Riportando un fatto realmente accaduto: anni fa ho fatto un reportage in Yemen sulle spose bambine, cedute dalla famiglia a uomini molto più grandi di loro, appena dodicenni. Se al mio posto, come reporter, ci fosse stata una donna, la vicinanza emotiva e l’empatia femminile avrebbero sicuramente scacciato il naturale imbarazzo presente nelle testimoni di questa violenza. Conosco, inoltre, fotoreporter di guerra bravissime e molto più coraggiose di me. La società italiana è ancora fortemente maschilista, ma questo non è mai stato un impedimento, secondo me.

Per concludere, non possiamo non fare riferimento al libro “ Confessioni di un trafficante d’uomini”, scritto a due mani da Giampaolo Musumeci e Andrea di Nicola. Una domanda d’attualità è d’obbligo: ci lasceresti una tua riflessione riguardo l’emergenza sanitaria e i migranti?

Non è cambiato nulla. Da sempre le persone partono e si spostano. In questi mesi ci siano stati sbarchi fantasma continui, il fenomeno è molto complesso. È una questione politica che viene strumentalizzata. L’Europa è chiamata a decidere cosa vuole essere, ma al momento è incapace di gestire il fenomeno. Anni fa un trafficante mi disse:” Voi non potete fermare i migranti, così come non potete fermare noi trafficanti”.

Arrivati alla conclusione, il giornalista ci ha lasciato un messaggio rivolto a tutti gli appassionati della professione. Citando testualmente le sue parole: “ Soprattutto in bocca al lupo per la Band “, continuando con : “ La mia è tutta invidia perché avrei voluto farlo”. Questa frase non è certo quello che si può definire un incoraggiamento, ma il paragone con la musica è giusto. In entrambi gli ambiti quello che è necessario sono tanta passione e una buona dose di fortuna.

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