Il mondo attraverso le 

lenti della geopolitica

DI SILVIA PANINI

16 marzo 2020

Lo studio dei limiti non è utile solo in matematica, ma può rivelarsi un alleato prezioso per chi volesse cercare di comprendere l’ordine, o il disordine, mondiale.

Come? Grazie alla geopolitica. 

Dal libro di Graziano Manlio Geopolitica. Orientarsi nel grande disordine internazionale (2019).

Mai visitato i villaggi Potëmkin? Una ridente località russa, perfetta per le vacanze con il vostro amato o la vostra amata. Doveva averla pensata così anche l’imperatrice Caterina II di Russia nel 1787, quando il principe Grigorij Aleksandrovič Potëmkin la portò in carrozza a vederli. Peccato che non fossero altro che villaggi fittizi, costruiti in cartapesta e i cui residenti erano attori. Uno stratagemma che servì al principe per fare bella figura con l’imperatrice, e a noi adesso per spiegare la tendenza attuale della politica a favorire chi promette di più, chi appare meglio, ma che in realtà non deve avere per forza una sostanza maggiore o migliore rispetto ai suoi concorrenti. Secondo uno studio della Rand Corporation, dal 2018 si parla di truth decay per riferirsi a questo particolare momento storico e politico: in effetti, soprattutto per alcuni personaggi, oggi la verità sembra occupare un ruolo secondario rispetto al racconto che di essa si fa. La realtà fattuale sta scomparendo di fronte ai cosiddetti alternative facts, complici tra le altre cose anche l’uso deregolamentato e a volte sconsiderato dei social media da parte di eletti ed elettori, ma anche il clima politico che porta inevitabilmente ad ascoltare in prima linea chi urla di più, gli altri a seguire. Secondo Graziano Manlio, autore del libro Geopolitica. Orientarsi nel grande disordine internazionale (2019), quest’attitudine si è palesata a partire dal 2008. La devastante crisi economica ha mostrato agli occidentali che il benessere economico raggiunto fino a quel momento poteva venir perso rapidamente a favore dei paesi emergenti: una consapevolezza, questa, che aveva già fatto capolino negli anni ’80 con lo sviluppo delle cosiddette “tigri asiatiche” (Taiwan, Corea del Sud, Hong Kong, Singapore) ma che era stata palliata da cure temporanee, quali la deregolamentazione economica e il distacco della finanza dal mondo economico reale. Misure, queste, che poi finirono con il generare la bolla speculativa il cui scoppio è considerato l’inizio del tracollo del 2008. A partire da quel momento, conclude Manlio, i cittadini necessitavano rassicurazioni, e i politici che volessero essere rieletti dovevano fornirne loro in continuazione. In poche parole: benvenute promesse a breve, anzi brevissimo, termine. Più sono irrealizzabili, più parlano alla pancia e più fanno gola, meglio sono spendibili sul mercato elettorale, questo è il mantra attuale. E non sembra in procinto di cambiare.

Ma allora tutto è perduto? Dobbiamo rassegnarci al populismo senza scientificità, ai leader che urlano e alle masse che li acclamano (qualsiasi riferimento con lo scorso secolo non è puramente casuale), alla demagogia più sfrenata? Forse un antidoto esiste. O meglio, uno strumento dell’analisi politica lucido e oggettivo c’è, sta poi al legislatore utilizzarlo. E questo strumento si chiama geopolitica.

  La geografia prima di tutto

Se siete sorpresi, non ve ne preoccupate: anche quelli prima di voi risposero sconcertati. La geopolitica infatti venne bandita dalle università americane e il solo nome venne vietato in tutta l’Unione Sovietica alla fine del secondo conflitto mondiale. Il motivo? Aveva aizzato i nazisti al resto del mondo, con le sue spiegazioni pseudo-scientifiche all’espansione dello stato tedesco aveva alimentato il fuoco della razza ariana e della sua superiorità rispetto agli altri popoli. O meglio, così era come la geopolitica era stata intesa fino alla caduta del muro. La realtà è che essa definisce le “relazioni tra stati in una prospettiva spaziale che considera l’influenza esercitata dal fattore geografico sulla politica estera” (Mutti, Prospettive Geopolitiche. 2018). È quindi inevitabile che, nell’epoca del colonialismo e dell’imperialismo, ciascun teorico e studioso cercasse di interpretare la realtà per favorire un allargamento dei propri confini: ed essendo il territorio dell’attuale Germania il cuore pulsante dell’Europa, geograficamente centrale nel continente e vicino a quel gigante che era la Russia, è proprio lì che nacquero le prime teorie geopolitiche.

Contestualizziamo: siamo nel XIX secolo. Gli Stati Uniti d’America stanno nascendo, e arriveranno a fine secolo ad essere la prima potenza non-europea a sfidare quelli che venivano considerati i mostri sacri del mondo, appunto gli europei. Il successo del progetto americano ispira i tedeschi, in particolar modo Friedrich List (1789-1846) che crede sia stato grazie all’allargamento geografico ad ovest che le allora colonie britanniche erano riuscite nella loro espansione, non solo geografica ma anche politica, e nella rivendicazione di indipendenza. In effetti fu lo stesso presidente statunitense James Monroe ad affermare: “la dimensione del territorio di uno stato segnala la differenza tra una grande e una piccola potenza” e fu questo pensiero a sviluppare la dimensione spaziale dell’ambizione nazionale tedesca. Friedrich Ratzel (1844-1904) fu un altro importante studioso tedesco che riteneva centrale lo stato in quanto “unica creazione umana in grado di controllare lo spazio” (Manlio, 2019).

Una cosa è chiara: la dimensione spaziale terrestre ricopriva un ruolo fondamentale. Lo stato-nazione come unità fondamentale e imprescindibile sullo scacchiere internazionale era fuori discussione. Esso veniva elevato al di sopra di qualsiasi altra dimensione politica e la difesa del territorio restava la componente preponderante di ogni scontro. Ad oggi vediamo chiaramente che la sovranità statale intesa come tale è stata ridimensionata. Internet ne è un esempio lampante, così come la finanza o le organizzazioni internazionali ci ricordano che esistono altri attori, altri campi, altre realtà da tenere in considerazione quando si analizza la realtà globale. Ma all’epoca il planisfero cartaceo aveva ancora il ruolo di protagonista indiscusso.

  Mare o montagna?

Contestualizziamo una seconda volta: siamo alla fine dell’800 ed è in corso la prima vera globalizzazione, una fase di interdipendenza a livello internazionale. Lo sviluppo dei trasporti incrementa il commercio tra stati come mai prima, l’invenzione del telegrafo moltiplica le comunicazioni più di quanto abbia fatto internet successivamente, aumentano i flussi migratori globali (avete presente, il classico Toni che apre una classica pizzeria nella classica Little Italy…). È quindi inevitabile che lo sguardo degli studiosi si ampliasse a livello mondiale, e che le mire degli stati stessi si estendessero oltre i loro confini. Per spiegarci meglio utilizziamo la teoria di Sir Halford John Mackinder (1861-1947): il titolo della sua opera più famosa è The geographical pivot of History (1904). Sir Mackinder teorizza che ci sia un’area geografica fondamentale nel mondo, quella coincidente con il cuore del continente eurasiatico: un’enorme “roccaforte naturale”, dotata della miglior posizione difensiva del mondo, certo però inutile senza uno sbocco sul mare. E qui nascono le sue preoccupazioni: se questa cosiddetta pivot area fosse riuscita ad espandersi fino all’acqua, avrebbe costituito un rischio per l’ordine mondiale. Quale ordine? Quello in cui a governare i commerci globali era la flotta inglese. Se Russia e Germania si fossero alleate avrebbe controllato l’intera Europa centrale, e “un’invincibile flotta marina si sarebbe sviluppata da essa”: Mackinder conclude che “chi domina l’Europa dell’est domina tutto il continente e perciò tutto il mondo”. È una visione binaria: esistono due campi di scontro, il mare e la terra. Se una sola potenza arriva a dominarli entrambi, controlla il mondo intero. Stessa concezione sviluppò poi il tedesco Karl Haushofer (1869-1946), chiaramente con spirito opposto: egli sperava infatti che la coniugazione russo-tedesca avrebbe sconfitto la talassocrazia inglese. I momenti storici che sembrarono realizzare un’alleanza del genere ci furono: in particolar modo ricordiamo il sostegno tedesco alla Russia nella guerra contro il Giappone (1904-1905), il trattato di Brest-Litovsk (1918), l’accordo Čičerin-Rathenau (1922) e il celebre Molotov-Ribbentrop (1939). In quest’ottica riusciamo allora anche a capire la contrapposizione Germania versus Gran Bretagna per ben due guerre di fila: da una parte la potenza revisionista in via d’espansione terrena, dall’altra un colosso marittimo che non voleva certo mollare il primato.

Se sul Vecchio Continente ci si scannava per conquistare la terra, invece dall’altra parte dell’Atlantico era il mare il boccone più ambito. A questo proposito citiamo Alfred Thayer Mahan (1840-1914), consigliere di Theodore Roosevelt e sostenitore della necessità degli USA di ampliarsi sul mare. Secondo Mahan il fulcro del mondo non era l’Eurasia perché lontana dal mare, quanto piuttosto l’oceano, quella regione del globo compresa “tra il canale di Panama (ancora da realizzare ma che gli USA avrebbero aperto nel 1914) e quello di Suez”. “Il dominio del mondo secondo Mahan” scrive Mutti “apparterrà ad un’alleanza angloamericana in grado di egemonizzare la Germania e il Giappone per contenere un blocco russo-cinese”.

Landpower contro seapower: polenta contro frittura mista, a voi la scelta.

  Dalle stelle alle stalle... e ritorno

Le teorie geopolitiche tedesche parvero aver condizionato la volontà di espansione del Kaiser prima e del Führer poi: per questo, come si ricordava ad inizio articolo, vennero bandite per tutto il dopoguerra. Chiaramente quindi la materia non aveva modo di evolversi, perciò si tornò ad uno studioso già morto, che aveva scritto nel 1943, ma le cui teorie parvero tornare utili. La teoria dell’autore in questione, l’americano Nicholas J. Spykman (1893-1943), pare coniugare le tesi sia di Mackinder e Haushofer, sia di Mahan: a controllare la stabilità mondiale non sono né mare né terra, quindi, ma il cosiddetto rimland, il “territorio marginale”, la fascia terrestre e contemporaneamente marittima che circonda la massa continentale eurasiatica e che corrisponde alla Norvegia e al Mediterraneo, per poi scendere fino all’Asia meridionale, alle Filippine e al Giappone. Spykman afferma che “who controls the rimland rules Eurasia; who rules Eurasia controls the destinies of the world”. Vi ricorda qualcosa? Probabilmente la strategia americana a partire dal 1946, che prevedeva di neutralizzare la Germania (più in generale l’Europa) e il Giappone, in modo da avere controllo sul rimland. Secondo questa interpretazione, quindi, il vero obiettivo per gli USA non era tanto la Russia, quanto piuttosto il containment degli attori marginali. Che tanto marginali, a quanto pare, non erano.

Il percorso della geopolitica, in ultima analisi, è stato quindi caratterizzato da un picco iniziale durante l’epoca dell’imperialismo di fine 800; la materia è poi caduta in miseria dopo il 1945, per poi tornare in auge in seguito alla caduta del muro, quando tutte le certezze parvero crollare e si avvertì la necessità di ricostruire un ordine globale. E forse anche per questo oggi la parola geopolitica viene usata un po’ ovunque, anche laddove non sia appropriata.

Ma quali sono i suoi vantaggi? Può realmente servirci oppure è un mero strumento teorico fine a se stesso?

  I limiti della politica

Se ben usata, la geopolitica può realmente evitare importanti errori di valutazione. Haushofer sosteneva che se i tedeschi avessero conosciuto la geopolitica, allora avrebbero vinto la prima guerra mondiale. Ad oggi possiamo affermare che certamente avrebbero evitato di iniziarla, dato che una basilare conoscenza geografica e strategica avrebbe mostrato loro che la violazione di neutralità del Belgio (1914) avrebbe portato all’immediato schieramento in guerra della Gran Bretagna a fianco francese e russo, e che questo avrebbe causato una morsa attorno al Kaiser e ai suoi uomini. Bismarck, geniale stratega e vero analista geopolitico oltre che capo politico, temeva da tempi ben antecedenti il cosiddetto cauchemar des coalitions: l’incubo di restare intrappolato tra potenze tra loro alleate. Così si spiega, tra l’altro, la sua attitudine a presentarsi come l’onesto sensale d’Europa, impegnato in pacifiche relazioni con tutti i suoi vicini in maniera esclusiva, non certo per buon cuore, ma per evitare futuri scontri.

Dunque, su cosa deve concentrarsi la geopolitica nel ventunesimo secolo?

La geografia resta importante: se ad oggi anche altre dimensioni (quale ad esempio il cyberspazio) pesano molto più che in passato, altrettanto vero è che il territorio statale, i confini geografici e i limiti spaziali ancora restano di fondamentale importanza nel definire le strategie di un attore. Nel capitolo geografia si inscrive poi anche il clima, anche nella sua variante più in voga attualmente, cioè il cambiamento climatico. Altro elemento di cui tenere in considerazione quando si parla di stato è poi la difesa e il ruolo dell’apparato militare: quanto spazio occupa per la potenza in questione? Quanto influenza il suo ruolo nel mondo? Se anche il Giappone, che a partire dal 1946 ha suggellato il suo impegno alla pace e il rifiuto alla guerra nell’articolo 9 della costituzione impegnandosi a “non mantenere più potenziali di forze terresti, aeree o navali”, ora sta aumentando la spesa militare, è chiaro come questo settore resti cruciale.

In secondo luogo la demografia. Nessuno stato occidentale può sottrarsi oggi all’incombente invecchiamento, non in un sistema capitalista assetato di consumatori. Ma il trend si sta invertendo anche nelle regioni del pianeta finora considerate ad alta natalità, come i paesi subsahariani e il Medio Oriente. L’ONU ha stimato che entro il 2050 il tasso di natalità mondiale scenderà a 1,85: ben al di sotto della cosiddetta “soglia di sostituzione” (2,1) che permette il ricambio generazionale.

L’identità nazionale è un terzo elemento da considerare nell’analisi geopolitica del globo. Come già ricordato, bisogna evitare di cadere nella trappola dell’ideologia e dei preconcetti, che offuscano la realtà effettiva.  D’altra parte occorre anche evidenziare che un sentimento di comune appartenenza nazionale viene oggi ribadito a gran voce da molti cittadini negli stati democratici occidentali. Quanto questo possa essere pericoloso per la tenuta della democrazia stessa è oggetto di studi e preda dei mass media.

Ricoprono ruolo importante anche gli attori non statali, sebbene Graziano Manlio nel suo libro li consideri soggetti alla volontà prima degli stati, sempre e comunque. Uno stato può pilotare internet e le organizzazioni non governative per suoi fini, mentre è molto meno probabile che avvenga il contrario. È pur sempre vero però che attori come il terrorismo e la criminalità hanno avuto e continuano ad avere possibilità di proliferare anche al di fuori dello stato.

In conclusione, si può affermare che i vincoli a cui un analista dovrebbe prestare attenzione nel valutare l’azione di un attore internazionale sono molti, vari e soprattutto in continuo movimento: inutile sottolineare come un’analisi precisa e rigorosa delle relazioni, ad esempio, tra Cina e Stati Uniti sia quindi vincolata a molto più dei soliti luoghi comuni che si leggono sui giornali e sia molto più complicata di quanto si legga o senta.

 

  Al di fuori dei villaggi Potëmkin

Ciò che la geopolitica può insegnarci è che alla politica, quella fatta bene e in maniera onesta, è indispensabile uno sguardo realistico e concreto. Non si può fare politica accecati dai sentimenti, non si può parlare alla pancia anzi è utile saper riconoscere un’ideologia per poterla evitare nell’analisi di un fenomeno o nella sua risposta legislativa. La geopolitica, attraverso lo studio di tutti quei fattori che vincolano l’azione degli attori (statali e non), ci può permettere di guardare al mondo senza pregiudizi né preconcetti. Un’abilità che pochi sembrano possedere nel mondo politico odierno, eppure che andrebbe allenata.

Qualcuno potrebbe discutere che significherebbe la fine della politica e l’inizio della tecnocrazia; che una politica senza ideali non avrebbe senso d’esistere, che perderebbe il suo significato. Ma come Manlio ricorda, guai all’analista che si faccia consigliere del principe! L’applicazione pratica della geopolitica spetta sempre in ultima analisi ai politici, e sono ben pochi gli studiosi che furono anche capaci amministratori, vedi Kissinger o Brzezinski negli Stati Uniti e Primakov in Unione Sovietica.

La geopolitica può anche servire come lente di ingrandimento realistica e concreta, ma serve poi un occhio allenato e pronto a recepirne il significato perché questo si traduca in risposta politica effettiva.

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