Israele e Covid-19: una gestione efficace, ma non per tutti

DI ALICE CARNEVALI

25 maggio 2020

In Israele la gestione della pandemia è stata affidata ad agenzie di intelligence, ma non tutti i cittadini sono stati messi al sicuro dall’emergenza sanitaria.

Le immagini ritraenti la piazza Rabin a Tel Aviv nella sera dello scorso 19 aprile passeranno alla storia: duemila persone radunate in una manifestazione contro il governo Netanyahu-Gantz nel completo rispetto delle distanze di sicurezza per evitare la diffusione del Covid-19. Una protesta civile attraverso cui alcuni cittadini hanno denunciato l’utilizzo della crisi sanitaria come scappatoia dai problemi giudiziari che coinvolgono il premier del Likud.  

Diversivo o meno, il coronavirus è al centro dell’agenda politica israeliana: anche qui si è da poco entrati nella cosiddetta  “fase due” e il Paese attende con il fiato sospeso i risultati che seguiranno alla graduale apertura. Ma com’è stata gestita la pandemia?

 

Il Mossad: un’operazione di intelligence a fini sanitari

Nonostante gli istituti di ricerca non valutino Israele tra i Paesi maggiormente colpiti dal Coronavirus nel mondo, i principali centri sanitari nazionali erano tutt’altro che pronti ad affrontare una pandemia. Nello stesso Sheba Medical Center, l’ospedale più grande della nazione, all’inizio di febbraio mancavano i respiratori e le attrezzature necessarie a salvare la vita di pazienti e operatori sanitari. Com’è possibile che l’intero Paese non sia collassato? 

Data la situazione di emergenza, Netanyahu ha giocato una carta speciale: il Mossad (agenzia di intelligence israeliana) è stato incaricato di rifornire le strutture ospedaliere con strumenti necessari per combattere il Covid-19. Una decisione imprevedibile, che differenzia la strategia di Israele da quella di tutti gli altri Paesi occidentali in cui i servizi segreti sono stati esclusi dalla gestione dell’epidemia. 

Con l’Iran drammaticamente colpito dal coronavirus e lontano dall’essere una minaccia per Israele, Yossi Cohen (capo del Mossad) ha accettato l’incarico offertogli dal governo ed ha immediatamente organizzato squadre per la distribuzione delle attrezzature mediche ai centri sanitari e tecnologie di alto livello ai laboratori scientifici. In questo modo l’intelligence ha raccolto e distribuito efficacemente ed in tempi limitati numerosi respiratori, kit di test e tute protettive. Ma da dove sono arrivati i prodotti?

Negli ultimi anni, il Mossad ha stretto contatti con numerose agenzie segrete del Medio Oriente e dell’Asia: se da un lato Israele intrattiene relazioni diplomatiche con un centinaio di stati, dall’altro il Mossad da solo può vantare legami con 140 organizzazioni di intelligence, tra cui quelle di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Secondo le indagini realizzate dal New York Times, il Mossad si sarebbe rivolto ai Paesi non democratici in cui i servizi segreti influiscono maggiormente sugli equilibri politici in modo da ottenere più velocemente i prodotti necessari a fermare l’epidemia.  Ma con l’aumento della domanda di mercato, non sempre le operazioni sono state svolte in maniera trasparente e con successo

Nonostante alcuni traffici poco puliti, il Mossad è considerato come un attore centrale nella lotta al Covid-19, un virus contro cui Israele sta sfoderando non soltanto le proprie risorse sanitarie e politiche, ma anche agenzie segrete normalmente rilegate ad altre questioni. 

 

Lo Shin Bet: prevenzione dei contagi (e non solo)

Oltre al Mossad, anche l’organizzazione di intelligence interna che si occupa di antiterrorismo, lo Shin Bet, è stata coinvolta nella guerra contro il virus. Il governo israeliano ha infatti contattato gli agenti con l’obiettivo di utilizzare i loro sistemi di sorveglianza per individuare le persone contagiate dal virus tracciandone gli spostamenti. 

Per questo motivo, lo Shin Bet utilizza i dati dei dispositivi elettronici dei contagiati (cellulari e dati di carte di credito) per monitorare i loro movimenti e le persone con cui queste entrano in contatto. Una pratica che si è protratta fino ad ora, nonostante le proteste delle opposizioni politiche. 

Data la sollevazione della società civile in materia di protezione dei dati personali, l’Alta Corte israeliana è intervenuta alla fine del mese di aprile bloccando le indagini dello Shin Bet, promuovendo un’estesa interpretazione dei diritti umani in un contesto sociale polarizzato.  Secondo i giudici, infatti, il controllo dei contagiati è una pratica che necessita legge e di una discussione in parlamento, dunque l’invasione della privacy non può essere autorizzata unicamente dalla situazione di emergenza invocata dal governo. 

Ciò nonostante, i poteri dello Shin Bet in materia di controllo dei cittadini sono stati tutt’altro che interrotti dal parlamento israeliano, il quale ha approvato ed esteso fino al 26 maggio la possibilità dell’organizzazione di tracciare i contagiati. 

Il compito assegnato all’intelligence interna, però, continua ad essere oggetto di dibattito in quanto alcuni temono che la violazione della privacy possa estendersi oltre la data fissata. Inoltre, molte delle persone controllate sono palestinesi, quindi il compito dello Shin Bet potrebbe sorpassare il puro fine sanitario per cui è stato autorizzato ad accedere ad alcuni dati. 

 

Non tutti al sicuro allo stesso modo

Come ci sentiamo ripetere da mesi, il Covid-19 colpisce indistintamente provocando effetti diversi a secondo dell’età e della condizione sanitaria. Ma come è facilmente riconoscibile analizzando le singole realtà locali, le persone più a rischio sono quelle ai margini della società. Una dinamica che è riscontrabile ovunque, anche (e soprattutto) ad Israele. 

Sin dall’inizio della pandemia, la popolazione palestinese è stata la più esposta ai rischi sanitari ed economici causati dal virus. I territori palestinesi occupati illegalmente da Israele e le carceri in cui sono detenuti i prigionieri politici palestinesi sono le aree in cui il pericolo è maggiore

Gaza, ad esempio, è uno dei territori più densamente popolati al mondo, nonché una delle regioni più povere; le persone sono ammassate in campi profughi in cui è impossibile garantire un distanziamento sociale e per 2 milioni di abitanti sono a disposizione solo 70 posti letto in terapia intensiva e 62 ventilatori (dati raccolti da Save the Children). La condizione dei cinquemila prigionieri politici è, se possibile, ancora più critica. Da diversi anni le associazioni palestinesi e le organizzazioni dei diritti umani denunciano il sovraffollamento delle carceri israeliane, dove i detenuti sono ammassati in celle condivise da una decina di persone. Una situazione aggravata dall’emergenza Covid-19 e le condizioni sanitarie critiche di alcuni detenuti che sembrano non essere una priorità per le autorità israeliane.

Gestione del Coronavirus a parte, l’esecutivo Netanyahu-Gantz sembra concentrato su un obiettivo che nulla ha a che fare con la messa in sicurezza delle categorie più vulnerabili, anzi che punta ad una situazione opposta: si tratta dell’annessione illegale di parte della Cisgiordania. Un’operazione supportata dagli Stati Uniti, il che rappresenta un’ulteriore violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.  

 

Il Coronavirus cha ha spalancato le porte al nuovo governo israeliano non ha rappresentato solamente una sfida sanitaria tanto acuta da richiedere l’intervento del Mossad, ma anche un diversivo, come denunciato dai duemila manifestanti in piazza Rabin. Una maschera che ha distolto l’attenzione dalle accuse giudiziarie che pesano su Netanyahu, dalle devastanti condizioni di vita in cui sono relegati i palestinesi dei territori occupati, dal sovraffollamento delle carceri e dalle operazioni di annessione territoriale.

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