La crisi non fa

i personaggi, li rivela

DI COSTANZA PRESTI

26 aprile 2020

Economia allo sbaraglio, spesa pubblica da gestire, mascherine che mancano. E ancora: relazioni diplomatiche, invio di aiuti umanitari, ma anche essere disposti a richiederne se necessario.

Di certo essere un leader ai tempi del Covid-19 non è un compito semplice.

In tutto il mondo.

                                                                                                                                                Photo credits: Gleb Garanich, Guardian

In questi giorni i messaggi alla nazione dei vari leader nazionali si sono susseguiti a ritmi giornalieri: dal Presidente Trump alla Regina d’Inghilterra, al nostro Presidente della Repubblica “spettinato” in un divertente dietro le quinte, al re Felipe VI pieno di positività e speranza.

Fermo resta un punto fondamentale: non esiste alcun manuale riguardo la leadership più corretta quando la posta in gioco è alta, e non c’è sicuramente alcuna regola scritta su come reagire di fronte alla pandemia provocata dal COVID-19. Stiamo tutti affrontando un periodo di forte instabilità: per la nostra sanità fisica e mentale, per il sistema governativo e finanziario, e potenzialmente per il nostro substrato sociale.

In situazioni come questa, da cittadini necessitiamo la tutela di diritti autentici e una gestione mirata. Ricordando il vecchio detto “la crisi non crea personaggi, li rivela”, quello di cui hanno bisogno i leader durante una crisi non è un piano di risposta predefinito ma atteggiamenti e forma mentis che potrebbero evitare di reagire in modo esagerato e aiutarli a prospettare una ripresa nel breve periodo. Durante una crisi, le misure messe in atto e dimostratesi efficaci sono state spesso improvvisate.

In questo articolo esploriamo i diversi atteggiamenti e misure di prevenzione messe in atto dai vari presidenti e capi di governo in Europa e nel mondo.

 

    USA: non tutte le ciambelle escono col buco

Dal punto di vista dell’amministrazione dell’emergenza, possiamo affermare che la classe dirigente americana abbia fallito?

Partiamo con ordine: il “peccato originale” degli Stati Uniti nella lotta contro il virus è stato senza dubbio il minimizzare la velocità di diffusione del virus, precludendo alle autorità sanitarie la possibilità di creare misure di prevenzione efficaci (reparti speciali, scorte di materiali, reclutamento di personale). E invece gli ospedali si trovavano già dall’inizio sull’orlo del collasso, anche a causa del sistema federale, che si fonda sulla reciproca collaborazione tra gli stati ma che è al contempo permeabile al tipico sentimento americano di competizione: così alcuni ospedali, in preda allo stesso panico dei cittadini nei supermercati, hanno comprato grandi quantità di forniture mediche. Sul versante opposto, gruppi di destra stanno organizzando manifestazioni contro le misure di distanziamento sociale e il blocco delle attività economiche: “I manifestanti hanno il sostegno del presidente Donald Trump, che continua a fare pressioni sui governatori per far ripartire l’economia”, scrive Time. Inoltre, è clamoroso come il presidente si rivolga alla popolazione proponendo misure sanitarie che gli stessi medici e specialisti consigliano di “non provare a casa”:  l’ultima riguarda l’invito a iniettare luce o disinfettanti nei pazienti per “pulire i polmoni” e uccidere il virus. Sarà forse il peso dell’età che grava sulla struttura per età della politica statunitense, la cosiddetta gerontocrazia, ad indurre il presidente a farsi condizionare da tali fake news? Così, colti alla sprovvista e senza una guida, gli Stati Uniti questa volta non potranno distinguersi tra le leadership mondiali come una superpotenza garante dello stato di welfare.

 

    LEADERSHIP DELETERIE

Riconoscere che si sta attraversando una crisi è la prima cosa che ogni leader dovrebbe fare. È un passo difficile, soprattutto se l’emergenza che il tuo paese sta affrontando non si era mai verificata prima. Esempi di crisi simili includono la SARS diffusasi nel 2002-2003 e l’attuale pandemia provocata dal COVID-19. Assumere un atteggiamento poco attento alla rapida diffusione del virus o utilizzare “misure di prevenzione già utilizzate in passato per “emergenze di routine”, potrebbero indurre i leader a superare la normale polarizzazione, provocando la possibilità di sottostimare la portata reale della crisi e l’impatto che potrebbe avere. D’altro canto, la diffusione del virus costituisce sicuramente una sfida per la democrazia e i per i diritti umani, ma i fatti dimostrano che qualcuno se ne sta approfittando

 

    UNGHERIA: Viktor Orbàn ha messo in quarantena anche la democrazia

I poteri straordinari concessi al primo ministro ungherese Viktor Orbán minacciano aspetti fondamentali dello stato di diritto, e mettono il suo paese di fronte ad una pericolosa prospettiva autoritaria con il pretesto dell’emergenza Covid-19. La riforma costituzionale controversa proposta dal partito conservatore, nazionalista, xenofobo e antieuropeo Fidesz (di cui Orbán è presidente) prevede la limitazione del potere della Corte Costituzionale in campo di controllo sulle leggi approvate dal parlamento e quindi la possibilità per il presidente di governare per decreto a tempo indeterminato e senza limitazioni parlamentari. Nonostante l’Unione Europea avesse ricordato agli Stati membri di non adottare leggi in grado di ledere i valori fondanti dell’Europa e della democrazia, alcuni esperti di EurActiv hanno evidenziato l’atteggiamento giustificazionista della presidente della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen. Principalmente, le critiche attirate della misura presentata dal governo derivano dalla condotta di Orbán nel corso dei suoi dieci anni di premiership: la storia ci dimostra, quindi, che di fronte a tali “virus politici”, contestare non basta.

 

    BRASILE: Bolsonaro si nasconde dietro un dito

Nonostante i casi di Covid-19 registrati siano più di 40mila, il presidente Bolsonaro continua a minimizzare l’impatto del virus sulla popolazione e sull’economia. Al contrario, lo scorso 16 aprile ha deciso di licenziare il ministro della sanità Luiz Enrique Mandetta, il quale si era pronunciato con tono critico riguardo la leadership del presidente, e di sostituirlo con Nelson Teich. E ancora: sono stati effettuati numeri irrisori di tamponi, gli ospedali sono al collasso, il numero reale dei contagi è disconosciuto e si iniziano a scavare fosse comuni. Come se non bastasse, lo scorso 19 aprile il presidente Bolsonaro è sceso in piazza con i manifestanti a Brasìlia: si richiedono misure anti-distanziamento sociale e l’intervento dei militari. Ancora una volta, “la più grande sfida della nostra generazione”, come la definisce lo stesso Bolsonaro, cela dietro l’emergenza sanitaria il pericolo di un regime militare e una grave minaccia per la tutela dei diritti umani.

 

    INDIA, ETIOPIA, POLONIA, MALESIA: perché dovremmo preoccuparci?

I regimi repressivi hanno reagito alla pandemia in modo tale da favorire i propri interessi politici, a spesa della sanità pubblica e libertà fondamentali.

Il COVID-19 è arrivato in India contestualmente alla discriminazione contro la minoranza musulmana. In questo contesto, il partito del Primo ministro Narendra Modi, il Bharatiya Janata Party (BJP), ha perseguito obiettivi di agenda politica di tipo nazionalista, corrodendo i valori democratici. Le misure preventive adottate in India e le azioni governative dovrebbero rimanere sotto gli occhi scrutinatori della comunità internazionale, al fine di assicurare che le restrizioni dovute all’emergenza non causino altri danni.

Anche la reazione all’epidemia prevista del governo etiope pare minacciare la fragile transizione politica dell’Etiopia. La dichiarazione di emergenza dell’Etiopia avvenuta lo scorso 8 aprile potrebbe dare carta bianca al governo nel reprimere alcuni delle libertà sostanziali. Nel frattempo, mentre incombe una crisi di legittimazione, le elezioni sono posticipate a causa del pericolo di contagio provocato dal virus.

Ristabilendo il focus sull’Europa, anche la Polonia pare approfittare delle restrizioni per il coronavirus. Lo scorso 15 aprile, la maggioranza governativa (appoggiata dalla Chiesa polacca, una delle più conservatrici e reazionarie al mondo) ha proposto due disegni di legge molto restrittivi: la limitazione delle possibilità per una donna di ricorrere legalmente all’aborto e la criminalizzazione dell’educazione sessuale. Uno dei due disegni di legge in questione, definito “stop pedofilia”, mira a criminalizzare l’educazione sessuale che è invece riconosciuta dal governo polacco come uno degli strumenti principali contro la violenza di genere, la trasmissione delle malattie, la riduzione di gravidanze indesiderate e la mortalità materna.

L’evidente tentativo di approfittare delle restrizioni imposte della pandemia da coronavirus ha visto la reazione di numerosi movimenti femministi polacchi che hanno comunque trovato il modo di protestare, ottenendo il rinvio in commissione del disegno di legge contro l’aborto.

«Abbiamo maschere per il viso, ma questo non significa che ci chiuderanno la bocca», ha detto un’attivista in fila.

Per non parlare di come, oltreoceano, anche il Primo Ministro della Malesia ha rischiato di alimentare gli stereotipi di genere e violenza domestica con la proposta del cosiddetto “Household Happiness”. Lo scorso 31 marzo, la ministra Rina Harun ha pubblicato sulla pagina Facebook del Ministero per lo sviluppo delle donne e della famiglia una serie di post indirizzati alle donne che lavorano da casa: sembra essere sottolineata l’importanza dell’aspetto fisico e la necessità di mantenere un atteggiamento docile, “Doraemon-like”. Critiche provenienti da varie organizzazioni per la tutela dei diritti delle donne, quali “All Women’s Action Society (AWAM)” e “Women’s Centre for Change (WCC)”, hanno indotto la ministra a cancellare i pericolosi poster e a scusarsi, da donna a donna.

 

    WHO RUN THE WORLD? GIRLS!

Le donne governano oggi 18 Stati e 545 milioni di persone. Dal Bangladesh all’Etiopia, dalla Georgia a Singapore, le donne stanno emergendo nello scenario politico mondiale. E la crisi sta contribuendo a rivelare le loro capacità.

 

Sia Singapore sotto la presidenza di Halima Yacob, sia Hong Kong sotto il direttore esecutivo Carrie Lam, sono state ammirate per la gestione preventiva ed efficiente dell’emergenza sanitaria.

La Georgia è stata lodata per il successo storico raggiunto durate la lotta al coronavirus. La leadership di Salome Zourabichvili è stata definita come “il primo paese in Europa ad aver attuato misure di prevenzione efficienti”: sono stati immediatamente sospesi i voli da e per le zone rosse; sono state diffuse notizie di sensibilizzazione pubblica di affidabile provenienza; è stato imposto il lockdown subito dopo la rilevazione di tre casi di contagio.

In Bangladesh, paese con circa 161 milioni di persone, guidato da Sheikh Hasina, si è distinta per aver proposto misure di prevenzione che sono state definite dal World Economic Forum come “ammirevoli”. Sheikh Hasina, il primo ministro più longevo nella storia politica del paese, ha iniziato ad evacuare i cittadini bengalesi residenti in Cina già da febbraio; ha installato dispositivi tecnologici grazie ai quali “sono state controllate 650.000 persone”- riporta Forbees.

Jeanine Áñez Chávez, presidentessa ad interim della Bolivia, si è distinta per aver proposto misure di prevenzione che hanno notevolmente limitato il numero di decessi, “compensando” il peso della crisi economica che grava sulle famiglie boliviane.

Volando nuovamente in Europa, Angela Merkel ha sfruttato tutte le sue conoscenze di matematica e fisica quantistica per fornire una spiegazione dell’efficace contenimento del contagio che ha distinto la Germania dai paesi limitrofi (la Spagna, per esempio). Secondo i dati diffusi dal Robert-Koch Institute of Public Health tedesco, il tasso di mortalità in Germania è molto più basso che altrove dall’inizio dell’epidemia soprattutto grazie al sistema di screening sui contagi che è stato effettuato tempestivamente e in modo massiccio. Questo ha permesso di identificare le persone infette, in particolare i portatori asintomatici. Dal punto di vista meramente politico, i partiti conservatori CSU-CDU, di cui la Merkel è esponente, si sono risollevati dalla crisi dei consensi e hanno guadagnato molti punti in percentuale. Infatti, il presidente dell’istituto di salute pubblica tedesco “Robert-Koch”, Lothar H. Wieler, rileva che «qui stiamo toccando qualcosa di molto sensibile in Germania, legato alla storia e alla cultura politica del Paese, dove l’idea della concentrazione del potere suscita ancora grande sfiducia….  penso che l’eccezionale popolarità di cui gode oggi Angela Merkel (circa l’80% delle opinioni favorevoli) è in parte legata al rispetto del suo governo, fino ad ora, per il tradizionale equilibrio di potere tra Stato federale e Länder».

 

In generale, quindi, ancora una volta le donne si sono distinte per l’approccio differente che dimostrano nei confronti di una crisi: risolutezza, creatività, dedizione. Un po’ come quando cerchiamo disperatamente qualcosa nel caos della nostra camera e, magicamente, mamma è l’unica a trovare la soluzione.

In conclusione, appare evidente come si possa beneficiare dall’uguaglianza di genere: bilanciando i nostri sistemi politici ed economici assisteremmo ad una delle più importanti vittorie dell’umanità, l’eguaglianza.

 

 

    PORTOGALLO: contro il virus della xenofobia

Il governo di Antonio Costa ha approvato la sanatoria per i richiedenti asilo e per tutti gli stranieri senza permesso di soggiorno che abbiano chiesto di accedere ai servizi sanitari. Secondo quanto riportato da El País, ai migranti sarà concessa la possibilità di cercare un impiego e accedere a tutti i servizi pubblici come la sanità, l'affitto di una casa, o il conto in banca. Per ottenere il permesso bisognerà solo dimostrare di aver già effettuato una richiesta.

Per quanto concerne l’aspetto meramente amministrativo, l’amministrazione centralizzata del Portogallo ha permesso di rispondere alla crisi in maniera più coesa e coerente rispetto alle vicine Spagna e Italia. Potrebbe essere questa, quindi, una delle motivazioni per le quali il Portogallo pare essere stato “risparmiato dall’epidemia”, riscontrando un numero di contagi e di decessi nettamente inferiore rispetto agli Stati limitrofi.

 

Appare evidente che un’amministrazione può tergiversare su alcuni temi, quali la crisi climatica, perché sa che i suoi effetti si manifesteranno a distanza di anni. Le pandemie, invece, sono esperienze “democratizzanti”: persone che di solito sono protette da privilegi e dal potere devono stare in quarantena, risultano positive al virus e perdono i loro cari. Ci si renderà conto che i tagli alla sanità, la sfiducia negli scienziati e la mancanza di risorse negli ospedali causano la morte delle persone.

Dopo l’11 settembre, ad esempio, il mondo si è concentrato sul terrorismo. Dopo il COVID-19 l’attenzione si potrebbe spostare sulla salute pubblica, con un probabile aumento dei finanziamenti per la virologia e per lo studio dei vaccini, più studenti che vogliono frequentare corsi di sanità pubblica, e una crescita nella produzione domestica di strumenti materiali sanitarie. Questi cambiamenti potrebbero proteggere il mondo dalla prossima inevitabile malattia, spingendo i leader mondiali ad assumere maggiore consapevolezza e, di conseguenza, la possibilità di reagire efficacemente all’emergenza.

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