Il Medio Oriente ai

tempi del

Coronavirus

DI SILVIA PANINI e ALESSANDRO ZAPPI

30 marzo 2020

Per dimostrare di meritarsi pienamente il titolo di “pandemia”, il Covid-19 fa tappa anche in Medio Oriente. Che nel frattempo è impegnato con i suoi soliti, storici problemi.

“Il nostro mondo ha di fronte un nemico comune: il Covid-19. Al virus non importa della nazionalità o dell’etnia, della fazione o della religione. Colpisce tutti inesorabilmente”. Comincia così il messaggio inviato dal Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres il 24 marzo 2020, per compattare tutto il mondo “contro il vero nemico: il Coronavirus. La furia del virus mostra la follia della guerra. Per questo oggi chiedo un cessate il fuoco mondiale”.

Chissà come l’avranno presa i paesi del Medioriente, ad oggi una delle aree più instabili del pianeta, dilaniata da conflitti civili, scossa da continue proteste più o meno pacifiche, dimenticata dal diritto internazionale. Saranno sollevati, magari per la prima volta nella loro vita? Oppure non ci crederanno neanche? Oppure, com’è più probabile, non hanno neanche avuto modo di ascoltarlo, questo messaggio di speranza e aiuto da parte dell’autorità a capo delle Nazioni Unite?

Dato che dobbiamo restare a casa, intraprendiamo qui un breve viaggio virtuale nella regione. Per ovvie necessità logistiche e per ristrette conoscenze accademiche, ci limitiamo ad una parte dei conflitti, la più nota: i conflitti in Libano, Yemen e Siria. Toccheremo poi anche Israele e l’Iran, attori di rilievo nel panorama geopolitico dell’area. Non possiamo, e non vogliamo, però dimenticare anche tutti gli altri, come l’Iraq, il Pakistan attraversato da tensioni a tutti i confini (da quello indiano a quello con l’Afghanistan), il ruolo transnazionale dell’ISIS. A tutti questi conflitti bisogna prestare attenzione, augurandosi che si giunga, almeno per questi mesi, alla soluzione prospettata dall’ONU.

 

Israele: Netanyahu ai ferri corti. O forse no?

Pensavate fosse giunta la fine per il leader israeliano Benjamin Netanyahu? E invece. Il suo mandato, il più lungo nella storia del paese, non sembra essere agli sgoccioli, come invece poteva apparire dopo la sua accusa di corruzione, frode e abuso d’ufficio in tre diversi casi, formalizzata nel novembre dell’anno scorso. Da quel giorno, si sono tenute ben tre tornate elettorali in soli 12 mesi. Né lui né il suo maggior sfidante, l’ex-comandante militare Benny Gantz, sono riusciti a creare una maggioranza con la quale governare. Dalla parte di Netanyahu sono schierati i partiti conservatori israeliani, come il Likud di cui è capo e con il quale governa ininterrottamente dal 2005 (ma tra alti e bassi, Likud è alla guida del paese dal 2001, anno in cui è iniziata la costruzione della barriera al confine con i territori palestinesi). Gantz invece si è presentato come leader della lista di centro Blu e Bianco, il cui scopo dichiarato è quello di offrire ai cittadini un’alternativa a “Bibi” Netanyahu. Sarà quindi l’uomo della svolta? C’è poco da gioire: Gantz era a capo della Israeli Defence Force (IDF) durante gli attacchi contro i palestinesi nella striscia di Gaza, sia nel 2012 (operazione Pillar of Defense) sia nel 2014 (Protective Edge). Eppure, pareva davvero l’unica alternativa a Netanyahu, così che anche la Lista Unita, a prevalenza araba, gli aveva confermato il suo appoggio.

E poi Gantz si è rivelato per quello che era, un uomo politico come tutti gli altri, e il 26 marzo ha annunciato la creazione di un governo con i voti favorevoli del Likud, spaccando così la coalizione Blu e Bianco. “Significa sputare in faccia e tradire gli elettori di Blu e Bianco e l’intero blocco di centro-sinistra” afferma Horowitz, la leader del partito di estrema sinistra Meretz. Niente di nuovo a Tel Aviv, insomma.

Nel frattempo, il conflitto con la Palestina sembra lungi dall’essere risolto. “Certamente non verrà vinto da nessuna delle due parti con le armi” afferma Dieter Vieweger, professore e archeologo tedesco, specializzato nel conflitto arabo-israeliano. “Entrambi i gruppi, palestinesi e israeliani, si sentono vittime defraudate del territorio di cui sono legittime proprietarie. E io ci credo: entrambi sono vittime. Ma è il concetto stesso di vittima ad essere difficile da definire”. Con i suoi 25mila Israeliani e 91mila arabi rimasti uccisi dalle prime proteste arabe del 1920 ad oggi, in realtà, la situazione pare notevolmente sbilanciata.

Infine, il conflitto ha notevoli ripercussioni geopolitiche su tutto il globo: dagli schieramenti che attirarono Israele e l’OLP durante la Guerra Fredda, al coinvolgimento dell’intera comunità internazionale per gli accordi di pace di Madrid e Oslo negli anni ’90, fino al recente piano “Peace to Prosperity” uscito dalla penna del genero di Trump, Jared Kushner.

Insomma, nonostante le più fantasiose soluzioni siano state progettate (addirittura, uno stato comune per i due popoli, che consideri la cittadinanza come legata alla persona e non al territorio: una sorta di enorme area Schengen, possiamo dire), per ora esse restano solo su carta. A meno che, paradossalmente, non sia proprio il virus a ridare fiato al processo di pace.

La Striscia di Gaza, sotto autorità parziale palestinese, resta una delle aree più densamente abitate del mondo e ospita campi profughi sovraffollati: secondo Al Jazeera il diffondersi in quest'area del Coronavirus fa temere un "possibile disastro umanitario". Anche perché "gli abitanti vivono sotto il blocco imposto da Israele da quasi tredici anni, che ha limitato l'ingresso di risorse essenziali come materiale medico, edile e medicinali". 

 

Iran: no a Medici Senza Frontiere

“Dato che la mobilizzazione nazionale contro il Coronavirus è in atto, e le capacità mediche delle Forze Armate Iraniane sono interamente devolute a questo scopo, l’Iran non ha bisogno di ospedali stabiliti da stranieri. La loro presenza non ci sarà rilevante” ha twittato lunedì 23 il ministero iraniano della salute. La Repubblica Islamica dell’Iran è il paese più duramente colpito nell’area: proprio mentre veniva pubblicato il tweet sopracitato, il numero di morti saliva a 1.934 e si contavano più di 24mila contagi. Un esperto ha descritto la risposta iraniana come un ennesimo tentativo di “anteporre l’ideologia alla salute dei cittadini”: il tweet sarebbe infatti da leggere alla luce del discorso rilasciato dall’Ayatollah Khamenei il giorno precedente, dove in maniera più o meno velata accusava gli Stati Uniti di aver creato, e successivamente diffuso, il virus e che la missione di Medici Senza Frontiere (che avrebbe dovuto portare gli aiuti in Iran) era in realtà una copertura per perpetuare il contagio. “Potrebbero portare medicinali che fermano il contagio o che lo continuano. Se l’esperienza mostra che non ci si può fidare di te, non puoi fare certe cose” ha affermato la Guida Suprema. Della serie: amici amici, ma non dimentichiamoci che pochi mesi fa abbiamo fatto tremare il mondo a suon di uccisioni e attacchi aerei.

L’assassinio del generale Qassem Soleimani era stato giustificato dal presidente Trump come “difesa preventiva”. E in effetti il “targeting killing”, l’uccisione di specifici obiettivi, una tecnica cara alle amministrazioni americane, è illecito se compiuto in tempo di pace, ma in questo caso esistevano precisi precedenti (l’abbattimento del drone americano -ma in quale spazio aereo? – e l’attacco all’ambasciata statunitense del 31 dicembre 2019) che gli USA hanno citato come motivazione. Se la legittimità resta da verificare, l’effetto destabilizzante voluto dagli americani è invece stato raggiunto: l’Iran è un paese fortemente diviso al suo interno e indebolito dalle sanzioni economiche imposte dagli USA. A caldo si pensò che la morte del “martire”, che nei primi giorni dopo la sua uccisione aveva portato in piazza fiumi di persone piangenti, avrebbe rafforzato la guida di Khamenei e la sua retorica degli Stati Uniti come “grande Satana” contro cui compattarsi e mobilitarsi. In realtà, a tre mesi dall’attacco che ha lasciato l’intero globo con il fiato sospeso, non sembra che sia finita in questo modo: Soleimani fungeva da collante tra vari gruppi extra-statali della zona che supportavano la Repubblica Islamica, ora che la scena è libera potrebbero inserirvisi proprio gli USA, o magari la Russia.

Il significato resta sempre lo stesso: benché attore di punta, l’Iran sta seriamente mettendo a rischio il suo ruolo di protagonista nel Medio Oriente. L’UNHCR ha richiesto che le sanzioni contro Teheran vengano sospese per permettere allo stato di affrontare le spese mediche necessarie a fronteggiare il Covid-19: ma, nonostante anche le Guardie Rivoluzionarie siano state decimate dal virus, l’Ayatollah continua a rifiutare aiuti dai suoi nemici.

Siria: un conflitto senza fine

 La Siria è forse il Paese con la situazione più drammatica del Medio Oriente. Martoriato da nove anni di guerra civile, lo Stato è adesso entrato nel decimo. Il quadro siriano è di profonda instabilità, di guerra civile costante, dove le geometrie strategiche sono tutt’altro che definite. Ben poco è rimasto della primavera araba siriana, di quella contestazione politica atipica, se non le macerie. Non avendo però la pretesa di fare un excursus storico riguardo all’avvicendamento dei fatti storici che hanno portato al quadro odierno, limitiamoci a tracciare la situazione attuale del Paese.

Parlando di Siria non si può non parlare della popolazione curda. Una situazione di stabilità (per quanto si possa usare questo termine) si era venuta a creare grazie al sostegno delle truppe americane ai ribelli, ma con l’annuncio di Trump del ritiro dei contingenti militari americani dallo Stato, la situazione è precipitata. Le motivazioni? Da un lato, Washington ribadiva che la guerra allo Stato Islamico era sostanzialmente terminata (nonostante IS resti presente, specialmente nelle aree più devastate); dall’altro il ritiro si inserisce in un quadro di disimpegno americano a livello internazionale che non caratterizza solo il presidente Trump. La decisione ha provocato diverse conseguenze. Innanzitutto, ha portato al tentativo turco di estendere i propri confini al di là della frontiera, alimentato dal desiderio di ricollocare i migranti curdi in quella zona e riguadagnare consenso agli occhi degli elettori di Ankara. In secondo luogo, ha causato l’avvicinamento tra Partito dell’Unione Democratica (PYD), la parte politica delle milizie curde, e il governo centrale guidato da Bashar al-Assad, sostenuto dalla Russia. L’accordo recentemente stipulato tra le due parti ha l'obiettivo di mantenere l’integrità del territorio (ma anche qui, integrità è forse una parola eccessiva) attraverso le milizie nazionali. Infine, bisogna contare il fatto che molti miliziani dello Stato Islamico sono detenuti in prigioni nelle zone di conflitto, perciò, a seguito di una loro fuga, il problema IS potrebbe ripresentarsi.

Oltre al problema curdo quello della provincia di Idlib, zona in mano a ribelli e jihadisti, si è da poco acuito. Ancora una volta gli attori di questa tensione sono la Turchia, a sostegno dei ribelli, e la Russia, schierata con il governo di Damasco. L’offensiva su questa regione è partita dall’esecutivo centrale, che mirava ad ottenere il controllo di alcune autostrade che dalla costa siriana arrivano ad Aleppo. Come ogni buona “guerra per procura” che si rispetti, lo scontro non si è verificato tra governo e ribelli ma tra Russia e Turchia, i sostenitori delle due parti contrapposte. Dopo l’inizio delle ostilità a febbraio, i due presidenti Putin e Erdogan sono pervenuti ad un accordo per cessare le ostilità il 5 marzo. Che questo accordo regga nel tempo sembra abbastanza improbabile: almeno, però, avrà contribuito a far respirare la popolazione siriana. Almeno per un mese.

Perché al netto di tutto, come sempre sono i civili i veri perdenti della guerra. Se quest’ultimi erano scesi in piazza nel lontano 2011 per un cambiamento politico, ora scendono in piazza per il disagio economico, per le condizioni disumane in cui vivono, per la mancanza di futuro. Con un 80% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà e un’inflazione galoppante la Siria è, ad oggi, al limite del collasso economico. In aggiunta a questa drammatica situazione si inserisce la paura del Covid-19, il quale probabilmente sta già dilagando nella regione ma che le autorità nascondono. Infatti, la malattia rappresenterebbe il colpo di grazia per un Paese in ginocchio, dove il 50% degli ospedali sono stati distrutti dalla guerra e uno solo dispone dell’attrezzatura per fare i tamponi. Riguardo al futuro della Siria non ci sono certezze, se non una: si prospettano tempi duri. 

 

Il Libano: società a pezzi ed economia al collasso

É la sera del 17 ottobre 2019 quando una calca umana inizia la contestazione verso il governo libanese. Barricate, copertoni in fiamme ma soprattutto gente che si riversa nelle vie principali di Beirut, la capitale, per criticare l’ennesimo programma di tasse del governo. Questa volta però è diverso: l’esecutivo ha fatto male i suoi conti e ha deciso di tassare beni quali Whatsapp, il tabacco, la benzina - beni quotidiani - e questo fa arrabbiare i cittadini. Le proteste portano a scontri con la polizia, causano morti, feriti e danni. Questo episodio riassume bene la situazione libanese: una crisi politica ed economica che dura fino ad oggi.

Partiamo dalla crisi politica. La contestazione sopracitata è nata proprio a causa del distacco tra popolazione e governo e ha portato alle dimissioni del primo ministro Saad Hariri, al quale è succeduto l’ex-ministro dell’educazione Hassan Diab: questo ha creato ancora più scontento in una popolazione che aveva sperato nel cambiamento, quello vero. É chiaro come il Libano viva uno scollamento sempre più evidente tra la società civile e l’élite politica. L’una, stanca delle difficili condizioni di vita, che chiede una svolta decisa per il Paese; l’altra che cerca di mantenere i suoi privilegi e il potere sotto il suo controllo. L’epilogo non può che essere lo scontro. 

Passiamo ora alle difficoltà economiche. Il Libano è in profonda crisi e ad inizio marzo ha annunciato il default. Proprio in quei giorni, il 9 marzo per la precisione, scadeva l’Eurobond (un’obbligazione sovrana del libano denominata in euro) dal valore di 1,2 miliardi che il governo ha confessato di non poter pagare. Questo gesto rappresenta un unicum nella storia della terra dei cedri: per quanto l’economia libanese fosse già in difficoltà da tempo, infatti, il Libano aveva sempre ripagato i propri debiti, anche in situazioni economiche disastrose. Tuttavia, in uno Stato dove l’inflazione cresce senza sosta, il debito pubblico è pari al 170% del PIL, e nel solo anno del 2018 il deficit aveva sorpassato il PIL dell'11%, i mercati avevano iniziato a nutrire qualche dubbio riguardo l’affidabilità finanziaria del Paese. Dopo tutto, era stato lo stesso primo ministro ad aver dichiarato come non fosse possibile ripagare debiti quando una grossa fetta della popolazione non riusciva ad acquistare neanche i beni di prima necessità. 

La crisi economica è anche aggravata dalla situazione siriana. Lo stato libanese si trova a fronteggiare una massiccia immigrazione di siriani, aggiudicandosi così il titolo di “stato a più alta densità di rifugiati al mondo” secondo l’UNHCR. A tutti loro, però, non riconosce lo status. Inoltre, i nuovi arrivati pesano sulle già fragili infrastrutture e sistemi libanesi. Una situazione vicina allo sbaraglio.

Il Covid-19 rappresenta anche qui una minaccia per questo equilibrio precario. Se da un lato il governo sembra riuscito a limitare i contagi, il forte legame e la vicinanza geografica tra Libano e Iran fa presupporre che il virus non si fermerà a pochi contagi. La situazione drammatica a livello sanitario fa sì che il Libano non sia pronto a rispondere ad una crisi. Nonostante ciò, il virus ha aiutato il governo in un momento di forte pressione economica poiché le proteste, ininterrotte da ottobre, si sono momentaneamente arrestate

 

Il conflitto dimenticato: lo Yemen

Sebbene non rubi il primato alla Siria per la durata della guerra civile, in Yemen si muore sotto fuoco civile da ben 5 anni, abbastanza tempo per causare diverse migliaia di morti e costringere milioni di persone a muoversi dalle aree più attaccate. Questa tragedia è iniziata il 25 marzo 2015 a seguito dell’offensiva da parte dei ribelli Houthi per la conquista di territori nelle province meridionali. É la miccia che fa scattare la bomba yemenita, in una situazione per altro già difficile. Tramite l’intervento di forze esterne allo Stato, il conflitto si è poi acuito causando ancora più morti da una parte e dall’altra. 

Innanzitutto, per fare chiarezza bisogna ricostruire i due schieramenti. Il primo è quello del governo legittimo, o almeno ritenuto tale dalla comunità internazionale, che è appoggiato da Arabia Saudita, Marocco, Egitto,  Emirati Arabi Uniti, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain, Qatar e Stati Uniti. Se dovessimo individuare una figura di riferimento di questa compagine sarebbe 'Abd Rabbih Mansur Hadi, il presidente dello Yemen dal 2012 poi deposto illegittimamente nel 2015 con un colpo di stato. Il secondo gruppo è invece quello dei ribelli Houthi, una minoranza sciita, che può contare tra i suoi sostenitori l’Iran e le milizie del gruppo Hezbollah. Ancora una volta, però, a fare le spese di questa situazione lacerante è la popolazione. Molti sono i morti, i feriti e ancora di più gli sfollati, e la condizione in cui vive la popolazione rimanente è disastrosa. Con il tasso di povertà che è passato dal 47% al 75% in questi cinque anni e 24 milioni di persone bisognose di aiuti umanitari, la situazione non si può che definire disperata: dall’ISPI (Istituto per gli Studi Politici Internazionali) venne definita come “la guerra dimenticata” ma non per questo meno tragica. Inoltre, un rapporto elaborato dalle Nazioni Unite afferma come, se il conflitto prosegue per altri due anni, lo Yemen diventerà il paese più povero del mondo.

In questo scenario, già compromesso, si affaccia la minaccia di un virus che può rappresentare la continuazione delle sofferenze per questo Paese già devastato. Certamente il Covid-19 costituisce un pericolo per la salute della popolazione, ma questa deve già fare i conti con un gran numero di ammalati per colera, causato dalla mancanza di acqua pulita per circa il 50% degli abitanti. Tutto questo si inserisce un sistema sanitario al collasso che non è in grado di fronteggiare l’emergenza sanitaria, anche perché gli ospedali sono stati distrutti dalla guerra. 

Possiamo però evidenziare un minimo, eppur esistente, segnale di miglioramento: le due parti in lotta sembrano aver preso in considerazione l’appello del segretario generale dell’ONU Guterres per un cessate il fuoco. Potrebbe essere una boccata d’ossigeno per la popolazione, ma il destino dello Yemen rimane ancora fragile, e si prospettano tempistiche lunghe prima di giungere ad una conclusione pacifica e positiva.

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