Patrik Zaki, uno di noi

DI ALICE CARNEVALI

21 maggio 2020

L’arresto e la detenzione di Patrick Zaky fanno rivivere il timore di un nuovo caso Regeni, sollevando interrogativi sui rapporti italo-egiziani e mobilitando la comunità studentesca.

Solo pochi mesi fa, il 25 gennaio, l’Italia ricordava, in un momento di profonda commozione, sincero dolore e rabbia, la scomparsa di Giulio Regeni, ricercatore friulano dell’università di Cambridge, sequestrato, torturato e ucciso dalla National Security Agency egiziana durante un suo periodo di permanenza al Cairo nel 2016. È stato il quarto anniversario in cui la famiglia Regeni, gli amici di Giulio e molti italiani hanno chiesto verità e giustizia per un figlio, un amico ed un concittadino, la cui vita è stata spezzata da un governo autoritario e repressivo come quello egiziano, lo stesso che dal 7 febbraio tiene in arresto Patrick Zaky e che solo ieri ha rimandato, per la sesta volta, l'udienza del ragazzo dove si sarebbe deciso se prolungare la sua custodia cautelare. Per il giovane, studente di origini egiziane dell’ateneo di Bologna, l’Italia teme il ripetersi della brutale sorte subita da Giulio. 

 

Patrick Zaky, uno studente come noi

Patrick George Zaky è un giovane egiziano di 27 anni, che frequenta un prestigioso master internazionale sugli studi di genere presso l’Università di Bologna. La sua vita non si limita agli impegni accademici: lo studente è anche attivo nell’ambito della ricerca sulla difesa dei diritti umani e dell’uguaglianza di genere presso l’ONG Egyptian Initiative For Personal Rights (EIPR), che dal 2002 si occupa di promuovere e proteggere le libertà fondamentali in Egitto. Patrick, insomma, è uno di noi. Un nostro curioso compagno di corso, un nostro amico che milita all’interno dell’associazione di cui facciamo parte, una persona con cui condividiamo l’insaziabile voglia di viaggiare e scoprire il mondo da diverse prospettive.

Lui è Patrick Zaky, uno studente come tanti, che dopo la sessione invernale torna a far visita ai suoi genitori in Egitto nella città di Mansoura, a 120 chilometri dalla capitale. Tuttavia, arrivato all’aeroporto del Cairo nella notte tra il 6 e il 7 febbraio 2020, Patrick viene preso in custodia dalla polizia e scompare per 24 ore, riapparendo il giorno seguente alla procura della sua città natale, dov’è accusato di “istigazione a proteste e propaganda di terrorismo sul proprio profilo Facebook”. Gli avvocati del giovane e i referenti dell’ONG per cui egli lavora affermano che Patrick è stato sottoposto ad un brutale interrogatorio, con minacce e scosse elettriche, una violenta pratica che la polizia di stato egiziana utilizza con estrema facilità per punire i dissidenti del regime.

Ad oggi Patrick è in carcere nella città di Mansoura. Sabato 15 febbraio, durante la prima udienza d’appello, il giudice ha rifiutato il ricorso presentato dall’avvocato Wael Ghally, rimandando a sabato 22 febbraio l’udienza sulle accuse. Questa è stata la prima delle 5 richieste di udienza, l'ultima notizia è del 20 maggio: un'altra udienza rinviata. Ad oggi, il nostro compagno di corso resta in carcere; il nostro vicino di banco è in bilico tra la libertà e l’ergastolo mentre quello che si siede accanto a noi in mensa è accusato di reati non commessi da una giustizia corrotta ed un regime brutale. 

 

L’Egitto di al-Sisi e le violazioni dei diritti umani

Se la storia di Giulio e quella di Patrick si sono incontrate in Egitto, non è certo una coincidenza. La Repubblica Presidenziale egiziana è nelle mani di capi politici militari dal 1952, fatta eccezione per la breve parentesi del governo dei Fratelli Musulmani aventi come leader Mohammed Morsi. Questo partito religioso aveva infatti ottenuto un ampio consenso elettorale durante le elezioni del 2012, successive alle mobilitazioni sociopolitiche del popolo egiziano sull’onda delle Primavere Arabe. Ciò nonostante, il governo Morsi ebbe vita breve, in quanto i militari orchestrarono un golpe l’anno successivo, spodestando così i Fratelli Musulmani e le altre forze politiche di ispirazione religiosa. Nel 2014, all’Egitto venne data una nuova Costituzione ed il capo dell’esercito Abdel Fattah al-Sisi venne eletto Presidente della Repubblica con una grande maggioranza. L’incarico viene poi rinnovato nel 2018 con la riconferma del secondo mandato grazie al 97% dei consensi.

Ciò nonostante, l’organizzazione di un’elezione non è da interpretare come una valida dimostrazione di solida democrazia. I media egiziani sono sotto il controllo degli apparati di sicurezza nazionale, i candidati e le coalizioni di opposizione ad al-Sisi sono sistematicamente silenziati da parte delle autorità statali, per permettere il consolidamento di un regime autoritario e repressivo, impersonificato da un presidente che ha costruito la propria legittimazione sul suo passato militare e sul suo carisma.

Ma l’opera di repressione di al-Sisi non si limita al periodo di campagna elettorale. In Egitto, infatti, i diritti umani sono costantemente oggetto di denigrazione e la libertà individuale non è garantita né ai cittadini egiziani, né ai visitatori. Come Patrick, molti attivisti di ONG per la difesa dei diritti umani, ricercatori come Giulio, giornalisti e cittadini, rischiano l’arresto e la tortura, motivati dall’allerta contro il terrorismo e lo stato di emergenza ininterrotto dal 2017.

Due sono gli organi che si occupano della “sicurezza dello stato”: la National Security Agency e la Supreme State Security Prosecution. La prima è un’agenzia di polizia specializzata operante sotto il Ministero degli Interni per salvaguardare la sicurezza nazionale, mentre la seconda è una branca della pubblica procura, che dovrebbe occuparsi di combattere le organizzazioni terroristiche: in realtà negli ultimi anni la sua attività si è declinata sempre più verso l’investigazione, l’arresto e la detenzione di soggetti considerati pericolosi per la sicurezza del regime di al-Sisi. La collaborazione tra le due agenzie e la nascita di tribunali speciali per le questioni di sicurezza nazionale determinano dunque lo sviluppo di un sistema di giustizia parallelo. Un meccanismo infernale, basato su arresti arbitrari e detenzioni che durano mesi o anni senza che si giunga ad un processo per i dissidenti le cui accuse non sono fondate. 1 470 sono i casi seguiti dalla Supreme State Security Prosecution solo nel 2019, dunque numerose sono le persone ingiustamente condannate e maltrattate per aver esposto un’opinione critica nei confronti del governo o aver dimostrato il loro sostegno a cause quali la protezione dei diritti fondamentali.

L’Egitto è dunque un Paese insicuro, guidato da un sistema autoritario il quale brutalizza coloro che gli si oppongono.

 

Relazioni Italia-Egitto, in bilico tra politica ed economia

In questo drammatico scenario, l’Italia si colloca in una posizione alquanto ambigua. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, conferma l’impegno a seguire con estrema attenzione le fasi del processo di Patrick tramite l’ambasciata d’Italia al Cairo, in modo da individuare e punire i colpevoli del suo arresto arbitrario e della sua sparizione per 24 ore. Inoltre, il nostro paese ha ottenuto il sostegno da parte dell’UE, la cui delegazione presente sul territorio egiziano si impegna a monitorare l’evoluzione del processo e presenziare alle udienze.  Due dichiarazioni importanti che si scontrano con l’arroganza dei media egiziani, i quali ribadiscono che vista la nazionalità di Patrick, le sue sorti non devono interessare in alcun modo le autorità europee.

Tuttavia, l’interesse politico italiano nel risolvere la questione non è seguito da azioni coerenti nel campo delle relazioni commerciali. Nonostante la crisi delle relazioni italo-egiziane causata dalla mancanza di giustizia e chiarezza sulla morte di Giulio Regeni, la collaborazione in campo economico tra i due Paesi è cresciuta ampiamente. Sul fronte energetico, i rapporti si sono intensificati grazie alla scoperta dell’Eni nel 2015 dell’enorme giacimento di gas Zohr, il più importante nel Mediterraneo. Inoltre, ad oggi vi sono 130 aziende italiane che operano nel territorio egiziano producendo 2,5 miliardi di dollari. Infine, secondo i dati degli export egiziani, l’Italia è il secondo partner commerciale dopo gli Emirati Arabi con una percentuale del 6,7%.

Un altro ambito caratterizzato dall’intensificazione dei rapporti tra Roma e il Cairo è quello militare. L’Egitto è il terzo acquirente di armi italiane tra gli stati extra NATO ed extra UE, armi che in un regime come quello di al-Sisi non sono utilizzate solamente per combattere il terrorismo, ma anche contro gli stessi civili.  Inoltre, un contratto di 9 miliardi di dollari per la fornitura di fregate Fremm è attualmente in discussione al governo italiano; due navi sono state confermate, altre quattro in attesa di decisione.

Dunque, mentre da un lato la politica italiana cerca di utilizzare i propri apparati diplomatici per gestire al meglio il caso di Patrick, per evitare che lo studente subisca ulteriori violenze e condanne infondate, le relazioni commerciali italo-egiziane sono in netta crescita, sollevando quindi la questione dell’utilizzo dell’economia ai fini delle relazioni internazionali.

 

Come sostenere la liberazione di Patrick?

La Farnesina però, non è l’unico organo che agisce a favore di Patrick e della sua liberazione. Numerose sono le iniziative di ONG ed associazioni studentesche che si moltiplicano all’interno del territorio italiano per manifestare il pieno sostegno a Patrick, alla famiglia Zaky e alla causa che ha sicuramente implicazioni molto più ampie rispetto a questo singolo episodio. Proprio per questo motivo, è importante conoscere le iniziative promosse per prenderne parte attivamente, o prenderne spunto per crearne di nuove. Patrick ha bisogno dell’impegno di tutti per essere liberato e per ottenere giustizia.

Amnesty International ha da subito manifestato una grande preoccupazione per l’accaduto, lanciando un appello, per il rilascio di Patrick e l’apertura di un’indagine indipendente sulla tortura subita dal ricercatore durante le ore di sparizione. Un’altra petizione è stata lanciata su Change.org da alcuni amici dello studente, sconvolti dalla sua detenzione arbitraria presso la procura di Mansoura. Entrambe le iniziative sono online presso i siti ufficiali delle singole associazioni ed è possibile firmarle.

Da non trascurare poi il concreto ed immediato sostegno dimostrato dall’ateneo universitario di Bologna, che si è mobilitato aderendo ad importanti iniziative ed approvando una mozione nella quale si invitano governo italiano e Commissione Europea a prestare attenzione allo svolgimento della vicenda, affinché i diritti fondamentali di Patrick Zaky non siano violati. Inoltre, lunedì 17 febbraio l’Università ha organizzato una marcia di solidarietà dal Rettorato di via Zamboni a Piazza Maggiore, un’occasione per tutti i bolognesi (e non solo) per dimostrare il loro interesse alla causa.

Di grande importanza sono poi le numerosissime manifestazioni partite spontaneamente dagli studenti dell’ateneo bolognese e diffusesi in tutt’Italia per dimostrare vicinanza a Patrick: perché lui è un ragazzo proprio come quelli presenti in piazza con cartelloni le cui frasi invocano verità. La mobilitazione studentesca è arrivata anche a Forlì, dove a partire da domenica 16 febbraio, sotto lo striscione “Verità per Giulio Regeni” appeso in piazza Saffi, si sono riuniti studenti, attivisti e cittadini con la volontà di mostrare commozione e turbamento per la vicenda di Patrick e vicinanza a lui durante questi giorni di detenzione. 

Insomma, numerose sono le iniziative organizzate in molte città italiane. Si tratta di poco, la lettura di una lettera, la realizzazione di un cartellone, la firma di un appello, un disegno; ma è così che si sta vicini ad un amico in difficoltà, con piccoli gesti, delicati abbracci e fortissime parole. Questo è quello che la cittadinanza può fare, nella speranza che la giustizia agisca con coerenza e competenza.

Quindi uniamoci nelle piazze per liberare il nostro compagno di università, organizziamo cortei per dare giustizia all’amico con cui usciamo al pub di sabato sera, firmiamo petizioni per domandare verità per il nostro coinquilino ed arrabbiamoci contro un sistema che non rispetta i diritti del nostro compagno di pallavolo.

Patrick Zaky, noi ti aspettiamo a Bologna.

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