Obiettivo Primavere

arabe: mettiamole

a fuoco

DI AGNESE ZOPPELLI

9 giugno 2020

Letteratura, poesia, musica e arti visive sono state la valvola di sfogo di una generazione innocente catapultata in una realtà disordinata e opprimente. Se l’arte nasce dal bisogno, gli artisti arabi interpretano perfettamente questo sentire. 

Libro Arabpop: edizione Mimesis ( foto di JoAnna Pollonais)

Il soggetto 
Cairo, maggio 2011. Generazioni in rivolta, disordine e malcontento imperversano nella strade della città. “Al Thawra”, la Rivoluzione, non sta dando i frutti sperati. In Occidente si parla di Primavera Araba, quella che esplose a cavallo tra il 2010 e il 2011 e che farà da eco alle rivolte negli anni a venire. Mohamed Fahmi, artista egiziano sotto il nome d’arte Ganzeer, è l’autore di questo Murales sotto un ponte del Cairo. L’opera dal titolo: “Tank vs Bike”, carro armato vs bici, è uno dei tanti progetti artistici che si sono andati a creare prima, durante e dopo le rivolte arabe.

Il disegno in questione raffigura un carro armato e un ragazzo in bici che lo fronteggia trasportando un vassoio di pane, simboli rispettivamente da una parte del controllo militare sul paese e dall’altra di libertà, leggerezza e normalità. Una quotidianità anelata ma non realizzabile. Il murales è stato più volte modificato nel corso degli anni da fazioni pro-esercito e anti-esercito. Come Ganzeer, tanti altri sono stati gli artisti che si sono cimentati e hanno provato a descrivere attraverso l’arte quello che stava accadendo nelle città. Le forme utilizzate spaziano da opere letterarie, di prosa e poesia, precorritrici o meno della Rivoluzione, fino ad arrivare a generi musicali di contestazione giovanile, come il rap. In quegli anni si da il via ad una ricca produzione fumettistica di denuncia e le strade si riempiono di scritte dai toni del nero e del rosso, i "calligraffiti". A dipingere i muri delle città si aggiungono loro, i Murales. Questi elementi artistici sono i portavoce di un popolo deluso e scettico su ciò che li attende, ed ancora in lotta con il suo passato. Questa è la Street Art araba.  


Zoom storico  

Tunisia 17 dicembre 2010. Mohamed Bouazizi, venditore ambulante di ventisei anni, si è dato fuoco per protesta contro le forze locali di polizia.: ecco cosa ha fatto scattare la scintilla, ecco cosa ha dato slancio e innescato la Rivoluzione Araba di quegli anni, ecco cosa ha inaugurato la stagione artistica di rivolta. Mohamed Bouazizi è un martire artistico sacrificatosi in una macabra opera, che ha colpito gli occhi e il cuore di ogni spettatore.  

Gli stati al centro: la Tunisia, l’Egitto, il Marocco, la Libia, la Siria, lo Yemen, tra i più colpiti.  

I temi che incendiarono le piazze: corruzione dei politici, clientelismo e dispotismo, infine la dura repressione attuata dai regimi autoritari da decenni al potere. Nello specifico Ben Ali in Tunisia ( 1987-2011), Gheddafi in Libia (1969-2011) e Mubarak in Egitto (1981-2011).

Obiettivo: la democrazia.  Da sempre ci si è chiesto il motivo per il quale di tutti gli stati coinvolti, la sola Tunisia ci sia approdata. Le risposte di alcuni risiedono nell’assunto che il mondo arabo non sia adatto ad ospitare uno schema simile a quello occidentale, a causa di una cultura e tradizione inadatta ai principi cardine del paradigma democratico.

Casi emblematici: quello egiziano, libico e siriano. Egitto. Sul finire del gennaio 2011 le manifestazioni avevano paralizzato il centro della capitale. Piazza Tahir era divenuta il simbolo della rivoluzione. Il canale satellitare Al Jazeera, finanziato e controllato dallo stato del Qatar, ha documentato i diciotto giorni che portarono alle dimissioni del presidente Hosni Mubarak l’11 febbraio 2011.Grazie alla rete televisiva tutte le famiglie arabe dal Marocco ai Paesi del Golfo sono state testimoni della rivolta, sostenendo i loro eroi e combattendo una battaglia, anche se a distanza. Una Rivoluzione che era e che è tuttora di tutto il popolo arabo, senza distinzioni di sesso o orientamento religioso.  È in questo contesto che il nostro artista esercita la sua professione, denunciando quello che seguì le sollevazioni del gennaio 2011.  

L’emergere del mal contento e frustrazione da parte dei giovani contro il regime militare, è divenuta una costante della storia egiziana fino ai giorni nostri. Dopo la parentesi del presidente Morsi, il generale al- Sisi conquista il potere sancendo il consolidamento militare nello stato.  Libia:  Con qualche ritardo, il 15 febbraio 2011 la protesta scoppiava anche nello stato nord-africano. Le città iniziavano a ribellarsi al controllo di Tripoli e paesi come la Francia iniziavano a sostenere il Consiglio Nazionale di Transizione, in mano ai ribelli. Il 31 marzo la NATO assumeva il controllo delle operazioni, contribuendo al successo dell’avanza degli insorti. Il 20 ottobre Sirte viene liberata e Gheddafi catturato e successivamente ucciso. A seguito di questi episodi la Libia rimane uno stato senza stato e come sappiamo le cose non andranno come sperato. Siria:  Tutti siamo a conoscenza della guerra scoppiata nel 2012 fino alla vittoria di Bashar alAssad nel 2016 e che ancora tiene in scacco la popolazione nonostante si sia formalmente conclusa. Quello che ha preceduto il conflitto sono state le proteste di piazza scoppiate nel marzo del 2011. I manifestanti chiedevano la fine degli arresti arbitrari, la liberazione dei detenuti politici, libertà di stampa e di informazione. Nonostante le lecite rivendicazioni, la dura repressione dell’esercito ha impedito l’evolversi in senso democratico dei movimenti rivoluzionari.  
 

Immortalare l’attualità:  

Speranze tradite, incapacità di gestione di un modello costituzionale non proprio, instabilità e vuoti di potere hanno condotto a quella che è la situazione odierna.

Nell’Egitto del 2013 il potere viene preso dal maresciallo al-Sisi, che ancora oggi utilizza il suo autoritarismo militare come scudo contro il dilagare di formazioni terroristiche che minacciano il paese. Un modo per legare a sé la popolazione egiziana, nonostante il senso di paranoia che si respira nelle strade, l’ansia che attanaglia i passanti, le sparizioni e la caccia alle spie.

Nella Siria del dopo rivoluzione, lo scontro tra i sostenitori di Damasco e i ribelli siriani dell’esercito siriano libero si sono fatti guerra fino a massacrare ogni muro e ogni strada, ogni ospedale e ogni scuola. Risultato, l’esplodere di un nuovo estremismo islamico e di una nuova Jihad personificata da Daesh (Isis) con l’avvento del Califfato. Ora questo è stato abbattuto con la morte di Abu Bakr al-Baghdadi, ma i ribelli sono ancora attivi in alcune zone della regione e il fondamentalismo dietro l’angolo.  

Nella Libia post 2011 l’assenza di un’unica istituzione ufficiale, di partiti e di un’amministrazione centralizzata hanno portato ad una sanguinosa guerra civile, causata dai due contendenti della Nazione Fayez al-Serra e Khalifa Haftar, ancora in corso.  


Riavvolgendo il rullino:  
Non sapremo mai cosa sarebbe successo se i paesi citati fossero riusciti ad adottare il nostro pluriblasonato sistema democratico. Quello che è certo, è che anche noi compriamo il pane, andiamo in bici, abbiamo strade e ponti, ma l’immagine di un carro armato è una lontana memoria.   

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