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La corsa allo spazio nell’età degli imperi. Cooperazione o competizione?

DI FEDERICO GUGLIANDOLO

04/03/2026

Dopo più di cinquant’anni l’uomo tornerà sulla Luna, questa volta in nuova veste. Da cielo stellato, lo spazio sta sempre di più diventando terreno di scontro dove le grandi potenze lottano per la superiorità strategica ed economica, mentre agenzie private si ritagliano sempre più grandi margini di autonomia.

19 dicembre 1972: l’Oceano Pacifico trema per l’ammaraggio del modulo “America”, che riporta sani e salvi non solo i tre astronauti inviati dodici giorni prima, ma anche centodieci chilogrammi di campioni di suolo lunare. Quella che sarebbe stata l’ultima visita di esseri umani sulla Luna fu un successo totale, tecnico e umano: Nixon parlerà di una “pietra miliare nella storia dell’esplorazione dell’umanità”, seppur accompagnata dall’amara consapevolezza che sarebbe stato l’ultimo lancio del decennale programma Apollo.


Vinta la Corsa e sconfitti i sovietici, gli enormi costi sul bilancio e le crisi internazionali segnarono la fine del mecenatismo spaziale

Oggi però il programma Artemis si propone di nuovi e ben più ambiziosi    obiettivi. Cosa è cambiato in questo mezzo secolo per giustificare questo cambio di rotta?

Per prima cosa, oggi non basta essere i primi a suonare la campanella: la Luna è diventata una vera e propria Terra Promessa per l’industria tecnologica ed estrattiva, verso la quale si proiettano i mercati di tutto il mondo.

Non è infatti un segreto che l’obiettivo di programmi come Artemis sia quello di restare, esplorare e sondare il terreno fino ad arrivare alla realizzazione dei primi insediamenti: fantascienza perfino per menti geniali come quella di Von Braun.

La cronica corsa alle terre rare, che oggi pervade gli ambienti governativi, ritorna come una delle maggiori motivazioni di questo rinnovato interesse. Il gruppo di diciassette elementi chimici, presenti in piccole concentrazioni nella crosta terrestre, è infatti cruciale per la produzione di dispositivi tecnologici come computer, smartphone, auto elettriche, pannelli fotovoltaici e turbine eoliche.A completare il quadro c’è la presenza di ghiaccio (utile non solo alla vita ma anche per la produzione di carburante per vettori spaziali) al polo sud lunare e di elio-3, isotopo di elio estremamente raro sulla terra che rappresenta il santo Graal per lo sviluppo di centrali a fusione nucleare (si vende a ventimila dollari il grammo!).

Il campo è pronto e i giocatori si guardano in cagnesco: le due superpotenze tecnologiche del nostro tempo, gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese, sono pronte a sfidarsi anche in questo nuovo teatro.


La nuova linea di Washington è già stata tracciata sotto l’amministrazione Trump I con la fondazione della Space Force, incaricata di gestire una nuova branca delle forze armate dedicata all’astronautica militare (protezione degli interessi strategici del Paese nel “dominio spaziale” relativamente a satelliti, cyberattacchi, monitoraggio e spionaggio, accesso garantito all’orbita e manutenzione delle costellazioni di satelliti).

Dalla nascita della U.S.S.F., il budget federale per lo spazio è incrementato dallo 0.77% del 2019 allo 0,92% del 2026: in questo, l’ambito militare vive un incremento di più del 60%, con cifre che oggi si attestano sui 40 miliardi di dollari.

Ma come viene giustificata questa spesa?

Primato tecnologico, eterno obiettivo degli Stati Uniti, protezione delle infrastrutture civili, delle reti GPS e della space economy (che oggi vale cinquecento miliardi di dollari), il varo del progetto Golden Dome, che mira a fornire al Paese uno scudo missilistico coadiuvando vettori di terra e orbitanti per l’intercettazione di missili ipersonici.

La speranza di Washington è quella di piazzare le proprie bandierine in un nuovo dominio come quello spaziale,che rischia di diventare il teatro prediletto delle guerre del futuro.

Inevitabilmente, la nuova corsa allo spazio assume la forma della competizione imperiale del nostro tempo: con la firma dell’ordine esecutivo “Enduring American Space Superiority” nel dicembre 2025, l’amministrazione Trump collega direttamente la superiorità strategica spaziale con le sfide geopolitiche del nostro tempo; a detta sua sarebbe tanto vitale quanto la costruzione di uno scudo balistico e l’acquisizione della Groenlandia. In questo senso, ci sono esemplari le parole del generale Saltzman, Capo delle Operazione della U.S.S.F. che afferma: “Il nostro compito è il controllo dello spazio. (…) Gli avversari hanno trasformato lo s. in un dominio di combattimento”.


Pechino è forse meno esplicita nelle proprie ambizioni, ma non per questo meno determinata. Coerentemente con la filosofia di sviluppo economico e di indipendenza tecnologica e strategica voluta da Xi Jinping, il Dragone mira a diventare una “potenza spaziale mondiale” entro il 2045. Nello stesso periodo 2019-2026 il budget cinese dedicato all’aerospazio è cresciuto fino a toccare i venti miliardi. Tuttavia Pechino è spesso opaca nell’indirizzo dei fondi pubblici, e non sorprenderebbe se questa quota fosse in realtà ben più consistente grazie a finanziamenti trasversali. Un divario di spesa non indifferente con gli Stati Uniti, che però le consente di assestarsi al secondo posto di questa sfida.

L’obiettivo ultimo del Partito Comunista sarebbe un sistematico ampliamento delle capacità del Paese di operare nel dominio spaziale rispondendo tanto alle crisi sistemiche che la vogliono come principale competitor dello Zio Sam, quanto a problematiche interne come la sovrapproduzione, la dipendenza tecnologica e la vulnerabilità strategica delle infrastrutture di intelligence digitale.

Non da ultimo, il Paese vorrebbe sfruttare la space economy, trasformandola in un’attività commerciale sostenibile dando impulso non solo all’estrazione di risorse, ma anche incentivando il turismo spaziale. I cinesi si sono già mossi e lo hanno fatto d’accordo con i loro principi di indipendenza tecnologica: la stazione spaziale cinese, la Tiangong, non solo rappresenta l’emblema dell’unilateralismo strategico cinese nel dominio spaziale ma, con gli ampliamenti e ammodernamenti previsti nel biennio 2026-2027, ambisce a diventare un punto di riferimento per la comunità internazionale, visto l’imminente conclusione del ciclo operativo della Stazione Spaziale Internazionale, il cui schianto è previsto per il 2031 dopo venticinque anni di attività frenetica.


Ma non sono solo gli Stati a correre in questa competizione. Oggi le aziende private del settore, che in molti casi tendono a essere più efficaci dei governi, hanno fondi adeguati ai loro obiettivi.

Da semplici fornitori di componenti, aziende come SpaceX, Axiom Space e Blue Origin sono diventati dei veri e propri partner strategici che in breve tempo si sono ritagliati un ruolo di prestigio e un’ampia autonomia nell’esplorazione spaziale. Basti pensare ai lanci sub orbitali della Blue Origin, che ad oggi ha vinto la corsa al turismo spaziale, riuscendo a portare astronauti non professionisti e stelle dello spettacolo in orbita bassa, o ai successi ottenuti dai mastodontici vettori Falcon di Elon Musk, che hanno abbattuto i costi di lancio.

I privati sono la manifestazione di come lo sviluppo tecnologico e l’ambiente socio-culturale del nostro tempo abbia avvicinato il cielo e messo imprenditori nelle condizioni di poter sfruttare anch’essi questo nuovo territorio inesplorato.


Insomma, oggi non si parla di un ennesimo “giro di campo”, ma di un assalto sistemico allo spazio come estensione degli interessi strategici dei Paesi: per esso passano le telecomunicazioni,i sistemi di geolocalizzazione e anche satelliti da osservazione e spionaggio, oltre che importanti costellazioni come Starlink (cruciale nella Guerra d’Ucraina) ) o l’italiana COSMO-Sky-Med.

I recenti avvenimenti di politica internazionale hanno dimostrato tutte le fragilità non solo di attori come l’Unione Europea (che attraverso l’ESA coopera con la NASA) ma anche delle istituzioni internazionali, impotenti di fronte al ruggire delle superpotenze: in questo contesto, risulta ancora improbabile una “corsa alla ragionevolezza” che porti lo spazio a diventare un luogo di collaborazione. 


Le inevitabili domande che sorgono sono: Chi sarà il vero vincitore? Ci sarà mai una normalizzazione dei rapporti extra-atmosferici sullo sfondo di un nuovo e rinvigorito diritto internazionale?

Ma soprattutto, cosa ne sarà dello spazio?

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