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I naufraghi di terra
bloccati in Bosnia: storie
di vere scelte politiche

DI FEDERICO MARTELLI E FRANCESCO NOBILI
Fotografie di Claudia Bouvier

15/02/2020

Le buone intenzioni e la solidarietà che riempiono i trattati europei collassano sotto gli implacabili colpi di un atomismo ciecamente volto al perseguimento dei particolaristici interessi nazionali.

Bianco come la neve, nero come la pelle

I territori all’estremo settentrione della Bosnia ed Erzegovina, vittime delle
guerre balcaniche degli anni Novanta ora in lenta riabilitazione, vivono dai primi
mesi del 2018 una crisi umanitaria, che ancora una volta vede dei profughi
nell’indesiderato ruolo di protagonisti. La chiusura ermetica dei confini tra Serbia
e Croazia ha reso il cantone Una Sana, lembo bosniaco protratto nel ventre delle
terre croate, meta designata delle nuove “Vie Balcaniche” che hanno scelto questi
territori economicamente arretrati e non densamente popolati come più sicura via
d’accesso all’agognata Europa. La porosità del confine turco, sbadatamente
immemore dell’accordo firmato con l’UE solo tre anni fa, ha permesso a più di
quattromila persone di attestarsi lungo il confine con la Croazia, bloccati tanto
dalla gelida imponenza delle montagne croate quanto dalla drammaticamente più
concreta violenza della polizia di confine. Migranti provenienti dal Medio Oriente,
ma anche dal cuore dell’Asia e dal Nord Africa, riempiono ora le strade delle
cittadine bosniache di Bihać e Velika Kladuša, randagi come i cani autoctoni con
cui condividono la sorte, costretti a vedere in una tenda fradicia su di un letto di
fango o nell’insensibile cemento di una casa abbandonata un ambito riparo.
Sentendo parlare di una così drammatica emergenza umanitaria non lontana
dai nostri tanto celebrati confini non sono bastate inesperienza e giovane età per
placare il nostro fisico bisogno di verità. Forse la passione per tematiche sociali e
politiche di ampio respiro, forse la scarsezza di analisi complete che unissero
l’umanità della crisi al suo ben più asettico aspetto politico, ci hanno convinti a
vedere coi nostri occhi. Decidiamo di partire con l’ambizione magari ingenua, ma
certamente sorretta da appassionata determinazione, di comprendere, e di
raccontare. Il timone punta verso Velika Kladuša.

Il freddo ci accoglie, o meglio ci respinge, all’arrivo, la neve è fanghiglia marrone
nelle molte strade sterrate, il suo candore assopente lascia spazio a un tagliente
realismo che come avremo modo di capire anima l’intera popolazione del paese;
al pragmatismo tipico dei popoli slavi si aggiunge la più totale disillusione di chi
sta migrando, disillusione per noi inizialmente destabilizzante ma dettata

dall’afflato istintivo di sopravvivenza che celato in ogni uomo si sveglia vigoroso
ai limiti dell’umanità.

Chi ci introduce nella complessità di questa realtà è Jack, un volontario
statunitense poco più grande di noi. Se gioia ed entusiasmo distinguono i giovani
del mondo occidentale, Jack rappresenta un’infelice eccezione: il blu dei suoi
occhi è infatti assai diverso da quello del cappello che indossa,
l’allegria di quest’ultimo si scontra rumorosamente con la rassegnazione alla malinconia

che gli si legge in volto. Un tono di voce pacato ma fallace nel nascondere del tutto il tremolio
che le emozioni gli suscitano ci immerge ruvidamente nella tragicità di ciò che

sta accadendo qui sul confine. I racconti delle violenze inflitte ai
migranti dalla polizia croata, che vengono raccolti in report mensili dalla sua
associazione, gli tornano vividi alla mente e anche di notte, ci confida, non è facile
abbandonarli. La sua voce disegna con emozionata precisione un quadro della
situazione attuale.

Il cantone Una Sana (contenente Velika Kladuša e la città vicina, Bihać) conta
una popolazione di trecentomila persone. In confronto i circa quattromila
migranti (dati forniti dal ministero degli esteri) che ora vi si trovano bloccati
rappresentano una minoranza; ma non trae origine dalla demografia la mutazione
di atteggiamento che ha reso scettica la popolazione locale nei confronti dei

migranti. È infatti improponibile per la zona periferica di un Paese, il cui PIL pro-
capite è di soli cinquemila dollari (meno della metà di quello croato), riuscire a

gestire economicamente una situazione così complessa. Traspare subito
l’abbandono che chi vive da queste parti attribuisce alla politica, e alla politica
internazionale, e come troppo spesso accade le conseguenze delle (non) decisioni
politiche gravano sui più deboli. Ai rifugiati viene ora impedito di entrare in molti
bar e supermercati e la protesta dei commercianti di Velika Kladuša contro la
chiusura del confine a ottobre era, più o meno direttamente, rivolta contro gli
stessi migranti. All’esacerbante prova cui il rallentamento del traffico, anche
commerciale, al confine sottopone la fragile economia locale vanno però ad
aggiungersi casi di furti, risse e altri microcrimini compiuti da alcuni migranti e
che, anche a causa della prolungata mala gestione dell’emergenza, hanno portato
a una generica diffidenza nei loro confronti.

La crisi umanitaria ha preso avvio un anno fa, agli inizi della verde primavera
bosniaca e, dopo il picco di arrivi di quest’estate, si è lentamente trasformata in
una situazione stabile, sotto la spinta implacabile dell’inverno. Mutate le

circostanze è mutato anche l’approccio al problema: la moltitudine di ONG che
sono state vitali durante l’emergenza estiva, tra cui “No Name Kitchen” di cui Jack
fa parte, vengono oggi allontanate da un Governo che mira al controllo e la messa
in sicurezza dell’area. Di fornire assistenza e rifugio a chi migra si occupa
l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), ad oggi unico soggetto
formalmente riconosciuto e dunque autorizzato a prestare soccorso. Gli interventi
sono stati peraltro finanziati dall’Ue per un ammontar di sette milioni e mezzo di
euro nel solo 2018. Le grandi dimensioni e l’approccio macroscopico dell’agenzia
ONU rendono tuttavia lacunosa l’assistenza fornita e abbiamo raccolto diverse
testimonianze di instabili condizioni igieniche e mancanza di letti o altre strutture
essenziali nei campi. L’apice è stato raggiunto dalle violenze perpetrate ai danni
di un giovane Afghano dalle guardie del campo Miral su cui, sebbene esse siano
documentate in un video, il responsabile dello IOM al campo si è rifiutato di dare
risposte. Il problema si pone anche politicamente, come sottolineato
dall’europarlamentare Elly Schlein in un’intervista a noi rilasciata: «non si capisce
dove stiano andando questi soldi perché le condizioni di vita delle persone in
queste strutture sono assolutamente inumane. Manca tutto, mancano beni di
prima necessità, manca assistenza medica, manca assistenza legale».
L’intervista con il volontario però catalizza la nostra attenzione su un altro
aspetto: il traffico di esseri umani. Portato avanti localmente sin dall’inizio degli
arrivi, il trasporto illegale oltreconfine è oggi un business di una certa portata; Il
prezzo del viaggio, come suggerito dalle più basilari teorie economiche, è
aumentato con l’inasprirsi delle condizioni. Mentre “bastavano” 2400 euro per
arrivare da Velika a Trieste quest’estate, l’arrivo del freddo, che di recente ha
stroncato la vita a un giovane iracheno sulle montagne croate, ergendolo a monito
dei rischi che quotidianamente vengono corsi da chi prova “The Game” (questo il
nome attribuito al tentativo di viaggio verso l’Europa dai trafficanti), unitamente
all’intensificarsi dei controlli lungo la frontiera, ha fatto schizzare il prezzo del
viaggio a 3500 euro. È sorprendente però l’immagine che i migranti hanno di
quelli che, sebbene siano effettivamente criminali, ai loro occhi appaiono come le
uniche fonti di speranza e vengono dunque trattati con un’ammirazione intrisa di
rispetto.

La neve che pacata ci si posa sul viso è intrisa di una contraddizione in termini:
alla chiusura che una città per metà disabitata e per metà rinchiusa dal freddo
mostra, si contrappone un’inaspettata apertura da parte di chi ospite, seppur di
passaggio, sembra essere caso isolato nell’animarne le strade. Alla paura cui
violenze, pericoli e istinto di sopravvivenza sottopongono, chi migra risponde con
un’innata voglia di vivere. Così un sorriso appena accennato diviene finestra per
guardare alla resilienza radicata in profondità in ciò che è umano. Basta un saluto
a dare in un immediato senso di confidenza, e basta esprimere curiosità per
sentirci narrare, con commozione ma al contempo schiettezza, le storie tragiche
che hanno condotto Lyess, Abdenoure e Mohamed nelle dure terre bosniache.

Con la bocca amara di chi vede e sente ingiustizie senza potervi, almeno
nell’immediato, porvi alcun rimedio, ci dirigiamo verso quello che è un virtuoso
esempio di solidarietà espresso dalla popolazione locale. Arrivati al ristorante
Kod Latana veniamo accolti dai profumi forti della cucina bosniaca e da

un gran numero di uomini che ne stanno apprezzando il conforto. Il proprietario e
il cugino portano avanti il ristorante aiutati da alcuni amici e da Mohamed,
ragazzo tunisino che con inaspettata razionalità ci descriverà la situazione e
narrerà la sua storia, una razionalità però non fredda ma carica di speranza e gioia
di vivere anche nei suoi aspetti ai nostri occhi più drammatici. Tornando al
ristorante, il pragmatismo bosniaco non ci tollera come intrusi nullafacenti e non
esita dunque ad invitarci a dare una mano: lavare i piatti, distribuire il pane.
Riusciamo a immergerci, come le nostre mani nell’acqua rossa di pomodoro, in
quella convivialità più sincera che si genera spontaneamente dalla solidarietà
umana. Non siamo mai stati a Velika ma questo è il nostro ristorante da subito e
dare una mano non è altruismo ma dettato morale di una spontaneità tanto
disarmante quanto entusiasta. Cucchiaio di metallo e scodella di ceramica
assumono in questo posto un profondo significato etico, custodendo
involontariamente il frutto del giusnaturalismo lockiano, il figlio della rivoluzione
francese nonché centro solare del sistema disegnato dalla dichiarazione universale
dei diritti umani del 1950: la dignità di ogni uomo si erge fiera di fronte alle armate
del becero opportunismo politico, sola ma retta dall’inestimabile forza di chi,
senza dichiarazioni né precisi valori di riferimento, si abbandona alla solidarietà
istintivamente, dando reale disegno della natura umana.
Non vi è giustizia di quanto accade quotidianamente sul confine, non vi è
rispetto, non vi è etica alcuna; ma sono inconfondibili, nella nebbia dell’odio, le
statuarie figure di speranza e determinazione che, inconsapevolmente, rendono
coloro che ambiscono a entrare in Europa assai più consoni ad esserne cittadini,
in riferimento agli ideali fondativi della nostra Unione, di chi invece li respinge.

Non è una partita a Risiko ...

In materia di asilo, visti ed immigrazione l'Unione Europea ha
progressivamente definito una politica volta a rispettare i seguenti obiettivi:

− gestire l'immigrazione in maniera efficiente; − l'equo trattamento dei cittadini dei
paesi terzi regolarmente soggiornanti negli Stati membri; − combattere
l'immigrazione ed il soggiorno illegali, nonché la tratta degli esseri umani. Ma

l’efficienza, di cui si parla nel primo punto, non deve essere attuata in tutti i campi
perché non tiene, per esempio, conto dei diritti umani, delle ingiustizie e della
corruzione. Bisogna controllare come vengono spesi i fondi e verificare che essi
siano sufficienti. Per quanto riguarda il secondo punto, la netta distinzione che si
fa tra migranti legali e illegali dovrebbe essere oggetto di dibattito al fine di trovare
una sintesi che tenga in considerazione le sfumature. Per combattere la
migrazione illegale e la tratta di esseri umani è necessario disincentivare le cause
primitive di esse tramite decisioni multilaterali e non continuare a approcciare di
volta in volta i casi particolari perché, come si è visto, continuare a pensare a breve
termine ed agire di conseguenza non ha portato e non porterà a soluzioni
definitive.
La competenza in materia d’immigrazione tra UE e stati membri è di tipo
concorrente: la gestione dei flussi migratori da un punto di vista quantitativo
rimane una prerogativa degli Stati, ma le regole in base alle quali i cittadini di Stati
terzi entrano e soggiornano all'interno dell'Unione è oggetto di una politica
comune. Subito è evidente un’incompatibilità, ciò che viene affermato
ufficialmente è discordante con la realtà dei fatti: non tutti gli Stati dell'Unione
sono ugualmente esposti all'immigrazione da Stati terzi.
Come il Consiglio Europeo di Giugno 2018 ha mostrato, c’è grande differenza
tra ciò che viene detto dai capi politici e ciò che sono le vere conseguenze. Tutti i
capi politici hanno affermato che c’è stato un grande cambiamento dopo il summit
di inizio estate, ma rimangono invariati i fondamenti del regolamento di Dublino
III, «madre di tutte le ipocrisie» secondo Elly Schlein. Ogni migrante deve
richiedere asilo nel primo paese in cui mette piede. Ad esempio, se un cittadino
approda illegalmente in uno dei paesi europei, cosiddetti di primo approdo, ma
poi raggiunge un altro paese europeo; anche se presentasse richiesta di asilo nel
secondo paese, in teoria, dovrebbe essere riportato nel paese di approdo.
Logicamente i paesi di primo approdo, come ad esempio Grecia, Italia, Spagna
hanno tutto l’interesse nel cambiare e propongono il principio di solidarietà e
corresponsabilizzazione tra i paesi membri secondo il quale chi entra in un paese
europeo entra in Europa.
Le buone intenzioni e la solidarietà che riempiono i trattati europei collassano
sotto gli implacabili colpi di un atomismo ciecamente volto al perseguimento dei
particolaristici interessi nazionali. Gli stessi leader politici, i quali firmano i
concordati internazionali, si trovano schiacciati tra il dover rispettare quest’ultimi
e il dover mantenere il consenso elettorale. E ancora, il malumore diffuso per la
consapevolezza di non poter migliorare il proprio tenore di vita è diventato breccia
dei gruppi economici e politici, che hanno bisogno di mezzi per guadagnare
consensi. L’attenzione dalle reali problematiche viene deviata e si cerca di
indirizzarla ad una minaccia proveniente dall’esterno; la figura dell’immigrato si
presta benissimo a tale dirottamento. Le notizie di cronaca, ormai all’ordine del
giorno, in cui si evidenzia un crimine commesso da un determinato migrante
alimentano le semplificazioni, lo stereotipo e le generalizzazioni che la moltitudine

è solita fare. La realtà è complessa e causa inquietudine: come un singolo cittadino
non rappresenta tutti i cittadini di uno Stato, un migrante non rappresenta tutti
gli immigrati. Per concludere, oggi i vari popoli europei hanno sviluppato una
infondata “migrante-fobia”. Si assiste ad un ritorno, per fortuna ancora timido,
dell’irrazionalità che ha contraddistinto il passato.
Al contempo, è semplificativo dire o scrivere: «Apriamo i confini a tutti!»
perché è vero che la percentuale dei migranti odierni non rappresenterebbero un
problema in relazione alla percentuale della popolazione Europea, ma si
scatenerebbe un effetto a valanga di difficile controllo.
Nei trattati fondamentali dell’Unione Europea ovunque si parla di solidarietà e
«unione sempre più stretta tra i popoli d’Europa» (Trattato di Maastricht), ma poi
la realtà è ben diversa. La Convenzione di Schengen del 1990 è stato il picco più
alto raggiunto verso la costruzione di una vera e propria unione. Ma con la caduta
delle Torri Gemelle nel 2001, gli stati europei hanno adottato la dottrina della
“sicurezza nazionale” sul modello americano. In questa direzione, nel 2004 è nata
l’Agenzia Frontex allo scopo di tenere monitorati e controllati gli accessi ai confini
di terra e di mare ai paesi dell’Ue. Ma dal 2012, con l’intensificarsi dei flussi
migratori, senza aver imparato la lezione di Berlino, si è ricominciato ad alzare i
muri senza tener conto della posizione dell’ente sovranazionale. Alzare delle
barriere è la peggior cosa; significa affermare implicitamente: «Non voglio saper
niente di qualunque persona stia dall’altra parte. Con te, alterità, non sono aperto
ad alcun contatto o dialogo, non ti voglio neanche vedere. Ti odio a priori, senza
neanche conoscerti perché sei diverso da me e la tua diversità ci minaccia».
Se le barriere di filo spinato tra Grecia e Turchia e tra Bulgaria e Turchia
chiudono le vie di accesso via terra dal Medio Oriente, l’accordo del 2016 tra
Europa e Turchia cementa ufficialmente quei muri. La Turchia ha ricevuto più di 6
miliardi di euro per gestire il fenomeno della migrazione per la rotta Balcanica.
Ma, come la maggior parte dei migranti confermano, alla fine è facile arrivare in Grecia:

«Basta volare come turista in Turchia e da lì prendere un traghetto per la Grecia».
Ad oggi il gruppo Visegrad, composto da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e
Slovacchia, si è posto come fautore di una linea di totale chiusura, con le quote di
ricollocamento da paesi di sbarco che rasentano tragicomicamente lo zero. Il tutto

mentre i sopracitati stati dell’Europa dell’est beneficiano ampiamente dei fondi
strutturali europei sviluppando dunque una retorica nei confronti dell’Unione
concretamente contradditoria. L’Europa è nella paralisi joyciana: in balia dei venti

spesso avversi dei singoli stati membri, l’Ue cerca di prendere decisioni forti

che per strutturale mancanza di autorità rimangono lettera morta. Si è di fronte

ad un aut aut. Per superare questo doppio legame, l’UE deve scegliere

tra fare un passo avanti o farne uno indietro.




















A tutto ciò si va ad aggiungere la posizione della Bosnia ed Erzegovina. Il 5
Febbraio 2019 il governo del cantone Una-Sana, constato il superamento di circa
mille unità del limite di capienza dei propri campi, ha dato un ultimatum di dieci
giorni al ministero della sicurezza e allo IOM per onorare gli accordi, riallocando
altrove gli assistiti in eccesso attualmente ospitati nell’area e verificando le
condizioni igieniche e strutturali delle strutture di accoglienza. Se gli otto punti
imposti non verranno rispettati il Cantone sarà obbligato ad avviare misure per
smantellare temporaneamente i centri e impedire qualsiasi ricezione di migranti
nel territorio del Cantone. Ancora una volta, le necessità tragicamente reali si
infrangono contro le dinamiche del Potere.

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