Il Trattato AUKUS “Stab in the Back” o mossa annunciata

DI FABIO LISSI

16/11/2021

Il nuovo trattato, che riguarda essenzialmente condivisione di tecnologia per l’industria della difesa, ha provocato reazioni avverse sia da parte della Cina che della Francia. Quali possono essere le sue implicazioni geopolitiche?

Timeline 

Il 17 settembre 2021, i governi di Australia, Stati Uniti e Regno Unito hanno annunciato la formazione di un’alleanza denominata AUKUS (dalle iniziali dei tre stati), che ha come perno l’acquisto di sottomarini a propulsione nucleare da parte dell’Australia (sarebbe il primo paese non nucleare a dotarsi di questi armamenti, benché una clausola la impegni a non usare l’energia atomica per altri scopi). Questa operazione ha significato però la cancellazione del contratto da 90 miliardi di dollari che il governo di Canberra aveva sottoscritto con la francese Naval Group nel 2016, per l’acquisto di 12 sottomarini a propulsione ibrida diesel – elettrico (varianti della classe Barrakuda, con consegne a partire dal 2034). La reazione del Quay d’Orsay non si è fatta attendere: il ministro Jean-Yves Le Drian, su indicazione di Macron, ha richiamato i due ambasciatori a Canberra e Washington per “consultazioni urgenti”. Parigi ha inoltre cancellato una cena di gala in occasione della ricorrenza della battaglia di Chesapeake Bay (5 settembre 1781), conclusasi con la vittoria franco – americana contro gli inglesi. Questo evento, ad oggi, non ha precedenti, essendo i due paesi alleati fin dall’indipendenza americana e legati dalla condivisione di valori comuni democratici e repubblicani. 


Reazioni contrastanti

Questo “cambio di alleanze”, per quanto limitato all’ambito della cooperazione industriale, è stato definito da Parigi una “pugnalata alla schiena”, espressione che ricorda precedenti amari, come l’uso originale della locuzione da parte dei nazionalisti tedeschi a seguito dell’armistizio del 1918 o il commento di Roosvelt sull’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Asse nel 1940. India, Vietnam e Giappone hanno invece espresso supporto per l’iniziativa, che sicuramente migliora la loro posizione geopolitica relativa nella regione, in funzione chiaramente anticinese. Già nei mesi precedenti l’ASEAN aveva accusato la Cina di sfruttare il COVID per velocizzare la sua penetrazione militare nel mar cinese meridionale, accuse sempre respinte da Pechino, che dal canto suo ha definito il trattato una decisione “estremamente irresponsabile” che “danneggerà irreparabilmente la pace e la stabilità regionale”. Biden pare invece soddisfatto della stipula del trattato, e ha dichiarato solennemente: “the US are back”, mentre Johnson annuncia che la golden era “naïve” dei rapporti con la Cina è finita, ribadendo l’aspirazione globale della Gran Bretagna post – brexit. Nel vecchio continente, d’altro canto, aleggia una sensazione di diffidenza e di rottura con l’alleato americano come non succedeva dal caso della guerra in Iraq nel 2003. 


Cambio di rotta o continuità?

Ma da dove prende le mosse questa azione e che implicazioni potrebbe realisticamente avere per i paesi coinvolti? Per prima cosa, l’Australia ha definitivamente completato il suo schieramento pro – USA nel teatro pacifico: pur essendo Pechino il maggior partner commerciale “obbligato” di Canberra, la sempre più rapida espansione della marina militare cinese e le continue minacce alla sovranità di Taiwan, nonché la costruzione e rivendicazione di diverse isole artificiali nel mar cinese meridionale (dalla disputa per le Senkaku-Diaoyu alle installazioni militari delle Spratly), hanno convinto l’Australia a far valere la “ragion di Stato” piuttosto che la convenienza economica ed è dunque diventata un importante alleato degli USA per la loro strategia di contenimento, in atto già da diversi anni. Washington, dal canto suo, è impegnata nel ribadire il proprio ruolo di egemone mondiale dopo la precipitosa ritirata dall’Afghanistan, in linea con la nuova politica estera di Biden, volutamente enfatizzata per rimarcare la differenza rispetto al neoisolazionismo di Trump. In questa ottica, il contenimento della RPC deve avvenire via mare piuttosto che da terra, e il teatro Pacifico è il nuovo centro di questa strategia. Le iniziative militari in questo senso non mancavano. I tre paesi anglofoni, infatti, sono già membri dell’accordo Five Eyes (la più grande alleanza di spionaggio e cyber warfare al mondo), assieme a Canada e a Nuova Zelanda, rimaste però escluse dall’AUKUS, l’uno impegnato dalla campagna elettorale, l’altra contraria all’uso del nucleare. Con India e Giappone, invece, Australia e USA sono membri del QUAD (Quadrilateral Security Dialogue), interrotto dal 2007 al 2017 proprio per pressioni cinesi sull’Australia. Giappone, Francia e USA avevano poi effettuato la prima esercitazione militare congiunta (ARC21) condotta nel maggio 2021, seguita ad agosto da MALABAR (con l’inclusione dell’India al posto della Francia). La Gran Bretagna, invece, che è la principale candidata ad aggiudicarsi l’appalto per la costruzione dei sottomarini, tenta di tornare sulla scena internazionale, anche per distogliere l’attenzione dai problemi interni, (dottrina della Global Britain) e ha garantito che la costruzione avverrà interamente in Australia, permettendo al governo conservatore di Morrison di annunciare anche la creazione di almeno mille nuovi posti di lavoro. La Francia, rimasta isolata anche in ambito NATO (tiepide sono state le prese di posizione dei governi europei, leggermente più marcate quelle delle istituzioni comunitarie), dal canto suo ha tentato di ridare vigore al progetto di esercito comune europeo, per guadagnare l’agognata “Autonomia Strategica” dall’alleato americano, ormai sempre più lontano dal vecchio continente. Tuttavia, è irrealistico pensare che la Francia possa effettuare serie rappresaglie, in quanto l’area pacifica ospita circa 1,6 milioni di cittadini francesi, che Parigi non ha i mezzi per difendere senza appoggiarsi alle flotte dei paesi dell’AUKUS. In una dichiarazione congiunta, dunque, Biden e Macron hanno annunciato che gli Stati Uniti si impegneranno maggiormente in Sahel, permettendo il ritiro di parte del contingente francese, secondo la consolidata logica delle compensazioni. In futuro, dunque, è più plausibile (e auspicabile), che l’accordo si ampli per includere Francia e Giappone, anche se questo presupporrebbe una passiva accettazione da parte francese di un ruolo marginale. 


Tanto rumore per nulla?

Maggiore autonomia strategica, occidenti divisi, ritorno al bilateralismo, sono tutte espressioni usate a più riprese dal mondo politico, ma soprattutto giornalistico, a seguito della firma dell’AUKUS. Tuttavia, volendo essere realistici, è difficile che l’incidente diplomatico si trasformi in qualcosa di più di uno strappo di facciata (difficile che la Francia ponga davvero il veto sull’accordo di libero scambio AUS – UE). Tecnicamente parlando, i sommergibili nucleari sono superiori rispetto a quelli ibridi, specie per le grandi distanze e profondità da percorrere nelle rotte oceaniche. Anche la variabile che i cantieri siano nazionali non è indifferente a livello di consenso (la Francia doveva spendere almeno il 60% del contratto in Australia, i sottomarini americani invece, saranno costruiti interamente in Australia). Dunque, la decisione di Canberra non avrebbe potuto essere esclusivamente basata su un’analisi costi – benefici rispetto a complicati calcoli politici e cambi di casacca? Gli USA avevano già affermato che sottomarini convenzionali sarebbero stati inadeguati nel teatro pacifico, inoltre, il governo australiano ha ribadito che nell’arco di un decennio le forze armate si doteranno di missili da crociera Tomahawk, missili Standoff, missili anti-nave a lungo raggio l’F/A-18F Super Hornet, missili teleguidati di precisione per le forze di terra, tutti di produzione americana. E a questo si aggiunge l’ulteriore scambio di tecnologie per la produzione di missili ipersonici. Insomma, pare che l’avvicinamento agli USA per un maggior coinvolgimento pacifico fosse inevitabile. Rimane però il fatto che gli attori coinvolti abbiano voluto sfruttare l’accaduto ognuno per la propria causa: la Gran Bretagna guarda con nostalgia al suo passato imperiale e ammicca a logiche neomercantilistiche; la Francia coglie nuovamente l’occasione per avanzare la sua pretesa storica: un’Europa indipendente dal punto di vista strategico e non condannata a essere un eterno junior partner del gigante americano. Se davvero questo avrà seguito, solo il tempo potrà dirlo. Quello che salta invece all’occhio fin da subito è che la situazione nel teatro Pacifico si sta facendo sempre più tesa.


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