Detenzione e democrazia: contraddizioni e incongruenze

DI EMMA CORSINI

08/04/2022

Sebbene le democrazie occidentali si fondino su valori come la tutela dei diritti
umani, all’interno del sistema penitenziario, si riscontrano molte contraddizioni
fra teoria e pratica. I dati sulla popolazione penitenziaria segnalano inequivocabilmente un aumento consistente della quantità di persone detenute nelle democrazie occidentali e il conseguente peggioramento delle condizioni di
detenzione. Il motivo risiede in diverse cause politiche e sociali.

La storia del sistema punitivo affonda le sue radici nelle prime forme di società organizzata, dove questo ordinamento si è sviluppato al fine di salvaguardare la pace e la sicurezza sociale. Le regole sulla materia nel corso dei secoli si sono poi modificate, persistendo nell’obbiettivo di creare un sistema penale quanto più efficiente possibile, relativamente ai valori di ogni periodo. Un frangente storico che ha segnato un cambiamento sostanziale del concetto di pena è stato il XVI secolo, periodo in cui si è formato il nucleo dell’ideologia penale pre-illuminista. Dal 1557 infatti, in Inghilterra, i rei anziché essere solamente sanzionati iniziarono ad essere obbligati a “riformarsi” attraverso il lavoro e la disciplina: nasce così la prima “workhouse” rieducativa. In questo clima vengono accolte le teorie di alcuni riformatori inglesi tra cui J. Bentham, che assegna al carcere un carattere di totale controllo al fine di realizzare il ruolo produttivo e risocializzante. Da qui in poi la pena, per quanto riguarda l’Occidente, tenderà sempre ad includere una valenza rieducativa, oltre che detentiva e retributiva. O almeno così dovrebbe.


La rieducazione del detenuto è infatti ispirata ai principi di umanità e dignità della persona, che oltre ad umanizzare il detenuto, costituiscono dei valori fondamentali nelle democrazie occidentali. Se però osserviamo la pratica, piuttosto che la teoria, la funzione rieducativa del carcere ad oggi è stata messa in secondo piano, nonostante tutti gli studi più recenti ne confermino l’importanza. Il motivo di questo “fallimento” in molteplici stati risiede in diversi fattori, tra cui, il principale, è la drammatica crescita della popolazione penitenziaria. E’difficile inserire un individuo deviante in un piano rieducativo efficace quando non si hanno le risorse sufficienti per prendersene cura: sia per mancanza di politiche e fondi atti a ciò, sia per l’elevato numero di detenuti. L’aumento della popolazione detenuta ha infatti trasformato dall’interno gli istituti penitenziari, alternandone i meccanismi di gestione e portando al declino dell’ideale riabilitativo. 


Se in alcuni paesi, come l’Italia, il sovraffollamento che rende inattuabile alcuni diritti del detenuto ha origine nella scarsa capienza dei penitenizari, in altri paesi come ad esempio Stati Uniti e Gran Bretagna, le sue cause risiedono in un “boom penitenziario”. Nel primo caso si ha dunque un fallimento delle politiche dello Stato, il quale non ha saputo organizzare fondi e risorse all’interno degli istituti penitenziari. Ciò è dovuto in buona parte alla scarsa attenzione sociale alla figura del detenuto che fa si che i vertici politici nei loro programmi non vedano questa tematica come un grande vincolo elettorale. A conferma di ciò è ben nota nel nostro paese la retorica de “I carceri costano” come se fossero una spesa opzionale, andando a scapito dei programmi rieducativi ritenuti “superflui”. Nel secondo caso invece, il peggioramento delle condizioni carcerarie è riconducibile ad un sovraffollamento in termini di aumento degli arresti, sebbene le strutture abbiano una grande capienza e le risorse siano state stanziate per i numeri adeguati, che non corrispondono però al boom di arresti avvenuto dalla fine del secolo scorso. Stando infatti ad alcuni dati riguardo gli Stati Uniti possiamo osservare un aumento di arresti impressionante: nel 1973 ogni 100 000 abitanti vi erano 96 detenuti mentre nel 1995 per lo stesso numero di abitanti i detenuti erano 726. Questo dato inoltre è stato dimostrato non essere strettamente connesso al tasso di criminalità, o meglio, non è una variabile sufficiente a spiegarne la causalità. Infatti, negli anni in cui la criminalità è stata elevata, la causa principale erano i periodi di crisi, come la Grande Depressione, dove alcune politiche di controllo avrebbero potuto contribuire ad arginarlo.


Secondo gli studiosi, questo boom, iniziato negli anni 80, ha origine in tre fattori: l’aumento della criminalità, il ritorno di una concezione retributiva della pena, e la diffusione di un sentimento di insicurezza nelle società moderne occidentali. Per quanto riguarda l’aumento della criminalità la sociologia europea ha messo in evidenza la connessione fra questa, l’incremento dei flussi migratori e la crisi dei sistemi di welfare. Prospettiva che illumina le piste da seguire affinché le istituzioni possano lavorare sul problema alla radice. Sulla concezione retributiva della pena possiamo invece vedere una regressione dagli ultimi decenni del 900, dove si sono affermate delle politiche penali più dure, anche in virtù di alcune correnti di pensiero politiche. Infine, l’aumento della detenzione è da attribuire nelle società occidentali alla diffusione di un sentimento di insicurezza che si è tradotto in una maggiore repressione. Questo tipo di insicurezza ha origine nella crisi del welfare state (ed i conseguenti problemi economici) e del racconto della criminalità fatto dai mass media. Tutto ciò fa sì che, all’interno di carceri sovraffollati, l’individualità dei detenuti sia completamente schiacciata e coloro che avrebbero l’effettiva possibilità di riscattarsi ed essere reinseriti nella società abbandonino ogni speranza con tutto ciò che questo comporta, come il suicidio. Poiché i detenuti vivono “nascosti” è raro che le loro condizioni catturino l’attenzione sociale e ciò fa si che lo Stato, a cui non sono mosse pressioni dall’elettorato, tenda a non preoccuparsene, creando un enorme incongruenza con alcuni valori fondamentali.


L’utilità di vedere le cause sottostanti questo fenomeno, oltre a farne percepire la complessità, è quella di mostrare eventuali soluzioni che potrebbero, anche solo parzialmente, migliorare il problema. Non dovrebbe essere strano infatti aspettarsi che in un regime democratico, fondato su libertà, uguaglianza e diritti questi principi trovino applicazione nella realtà. Attualmente infatti, il sistema penitenziario costituisce una delle principali contraddizioni interne delle democrazie occidentali. Denunciare queste incongruenze fa luce sia su un problema politico estremamente attuale sia sul più recente scalino evolutivo del sistema punitivo, dove le politiche di sicurezza si iscrivono in una più generale configurazione delle politiche sociali. Il carattere afflittivo della pena detentiva, giustificato in nome dell’esigenza di difendersi dalla criminalità, è stato messo parzialmente in dubbio, coinvolgendo numerosi settori dell’agire istituzionale occidentale.

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