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Qatar 2022: il potere politico del calcio

DI PAULA MURESAN

01 dicembre 2022

Domenica 20 novembre ha avuto inizio la FIFA World Cup in Qatar: ma è già da qualche settimana che veniamo sommersi di notizie a riguardo, notizie che in buona parte sono segnate da toni polemici e critici. Più di tutto, le critiche pongono l’attenzione su una questione che emerge puntuale ad ogni mondiale: quella dei diritti dei lavoratori, in questo caso con una particolare attenzione verso lo sfruttamento dei migranti. L’importanza dell’evento non è dovuta solamente alla sua notorietà a livello globale, ma anche al fatto che porti con sé un’ interessante novità: per la prima volta nella storia, una Coppa del Mondo avrà luogo in un paese arabo.

I mondiali dello sfruttamento

Lo avevamo visto con i mondiali del Brasile nel 2014 e lo vediamo anche adesso: il tema dello sfruttamento dei lavoratori e dei danni a livello locale è sempre al centro delle polemiche nel periodo attorno al campionato. E così, non risulta molto difficile imbattersi nei spaventosi numeri delle morti avvenute sul lavoro dal 2010 ad oggi. Secondo un’inchiesta del The Guardian, ammontano a 6.500 le morti legate a progetti infrastrutturali pensati ad hoc per l’evento: stadi che, tra l’altro, verranno smantellati a campionato concluso. 

Le vittime sono migranti provenienti da paesi africani e asiatici come Kenya, Sri Lanka, Bangladesh, Pakistan e India, costretti a lavorare a lungo in cambio paghe molto basse, senza acqua e senza cibo, oltre che a temperature alte: in particolare, proprio a quest'ultimo fattore è da ricondursi la principale causa di morte dei lavoratori. Ma il caso non è da confinare al Qatar: lo stesso accade anche negli altri Stati del Golfo, dove i migranti costruiscono aeroporti, hotel e resort di lusso nelle stesse condizioni. 

C’è stato nel 2020 - a lavori ormai in buona parte conclusi - un tentativo di miglioramento delle condizioni dei migranti, in particolare attraverso l’introduzione di una minimum wage e l’abolizione del sistema kafala: con quest’ultima, i lavoratori hanno ottenuto il diritto di licenziarsi e di uscire dal paese senza il permesso del datore di lavoro. Tutto ciò non è però bastato a far distogliere l’attenzione dal problema e a risparmiare il Qatar al “tribunale dei social”, che si è riservato più critiche che elogi per questo paese.


Soft Power

È evidente come gli eventi sportivi costituiscano un importante vettore di soft power. Non è infatti casuale il fatto che siano utilizzati da stati come Russia, Brasile e Cina, nel tentativo di modellare la loro percezione a livello globale soprattutto in vista del raggiungimento di obiettivi socio-politici. 

Nel caso del Qatar accade lo stesso: i mondiali di calcio rappresentano il tentativo di accrescere il suo status geopolitico. In particolare, per il Qatar il vero obiettivo consiste nell’uscire dalla percezione di paese sottosviluppato, prendendo le distanze da quell’immagine stereotipata di paese medio orientale che li dipinge solamente in veste di paesi devastati da guerre e conflitti interni. Un primo risultato in termini di soft power lo si è visto con il riavvicinamento degli Stati del Golfo al Qatar nel 2021: nel 2017, una crisi diplomatica aveva infatti portato ad un’interruzione delle relazioni tra Qatar e la Cooperazione del Golfo. Gli Stati del Golfo hanno però accortamente compreso la portata dell’evento e hanno visto nel riavvicinamento al Qatar un pretesto per trarre vantaggi dalla Coppa del Mondo.


Verso un cambiamento?

Ad oggi, è innegabile il ruolo prima economico e poi politico del calcio. In particolare, come spesso accade per eventi che hanno la capacità di raggiungere un vasto pubblico, il calcio viene utilizzato per promuovere messaggi di inclusività e mettere in luce questioni come i diritti civili. Nel caso specifico della FIFA, pur facendosi portavoce di certi valori, all’atto pratico in realtà la si può vedere impegnata a strumentalizzare l’inclinazione poco democratica dei paesi di cui si fa ospitare, in vista di un mero vantaggio economico. Pertanto, il ribaltamento di queste dinamiche potrebbe essere attuabile se le pressioni venissero indirizzate verso la società stessa: FIFA questo lo sa, ed è proprio per questo motivo che richiede ai paesi ospitanti la sottoscrizione della General Law of the Cup. Un esempio per tutti può essere il Brasile, dove venne adottata nel 2012. Si trattò di un documento di 900 pagine in cui si stabilivano - tra le varie cose - dei cambi legislativi che permisero più controlli sulle proteste, anche attraverso la violenza.

In termini di soft power invece vediamo nel caso del Qatar una scarsa dinamicità: il risollevamento qatariano è velleitario se non accompagnato da un’apertura - a cui sono tuttavia poco inclini - verso politiche meno anacronistiche e più attente ai diritti civili. 


Conclusioni

Jérôme Valcke, ex segretario generale di FIFA, ha dichiarato nel 2013 che “less democracy is sometimes better for organizing a World Cup”: farsi ospitare da paesi dal contesto democratico debole è infatti molto più funzionale a FIFA nel tentativo di deresponsabilizzarsi dei diritti umani infranti tramite questi eventi. D’altronde, a differenza di questi paesi FIFA gode di rispettabilità e prestigio, il che la rende poco incline a critiche, soprattutto da parte dei tifosi.

Infine, la scarsa attenzione per i diritti umani - quasi fosse una prerogativa degli stati antidemocratici - è chiaramente da ricondurre a questi paesi autoritari, che sono i primi responsabili della violazione dei diritti dei lavoratori. Tuttavia, deresponsabilizzare FIFA fingendo di non vedere è sbagliato: al contrario di queste nazioni, questa società ha un rilevante potere decisivo e di influenza, nonché la capacità di contribuire attivamente al cambiamento.

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