Governing climate change

DI PESAVENTO LAURA NOAH

16/06/2021

All'interno dell'Hikma Summit of International Relations 2021, Robert Keohane, politologo ed esperto di Relazioni Internazionali, è stato lo speaker della conferenza riguardante la governance del cambiamento climatico “Governing climate change: what a challenge for politics”. Punto chiave dell'intervento è stata la cooperazione, dato che nessuno stato può risolvere questo problema da solo e “senza collaborazione saremo tutti fritti, letteralmente”. Le parole che seguono sono un riassunto e un'elaborazione di ciò che ha affermato Robert Keohane.

Una panoramica sul problema del cambiamento climatico

Il cambiamento climatico è un serio problema esistenziale, dove il termine “esistenziale” evidenzia il fatto che la vita stessa di tutte le specie viventi sulla Terra sia influenzata. Inoltre, è una criticità di questo secolo dato che, nonostante tutti gli avvertimenti degli scienziati, la temperatura globale e le emissioni non accennano ad invertire la loro rotta di crescita esponenziale iniziata con la Rivoluzione Industriale. In questo scenario nessuno è innocente e lo sforzo della collettività non è forte abbastanza. L'Accordo di Parigi è sicuramente un piccolo passo avanti, essendo un accordo globale in cui tutti gli stati fanno presente la loro impronta climatica nazionale. Tuttavia, ogni paese deve necessariamente studiare in che modo il problema affligga il proprio territorio e le possibili soluzioni da valutare. Infatti, non vi sono delle regole universali precise da seguire e non c'è nemmeno un chiaro metro di giudizio per le varie contribuzioni. A questa andatura, la temperatura crescerà di 3°, superando il livello massimo di 1,5° imposti dall'Accordo.

Tutta la popolazione - specialmente le giovani generazioni che saranno quelle maggiormente colpite - deve essere consapevole di questa criticità. Il sempre più crescente avanzamento tecnologico la rende una situazione risolvibile, con l'energia solare ed eolica sempre più economiche, dunque la decarbonizzazione (zero emissioni nette globali) è raggiungibile. In più, ciò può essere fatto a costo zero attraverso ingenti investimenti per le infrastrutture delle rinnovabili, in modo tale da sostituire l'utilizzo dei combustibili fossili - investendo sull'energia solare ed eolica il costo del petrolio è zero, quindi nel tempo si verrà ripagati dei soldi impiegati inizialmente.

Tuttavia, è necessario far presente che il cambiamento climatico è soprattutto una questione politica, dove i governi e le istituzioni di ogni tipo devono voler cambiare la situazione di stallo attuale. Ciò passa anche dal non guidare più auto a benzina o gasolio e viaggiare di meno in aereo - almeno  finché non si studiano tecnologie più green - , con il lato positivo di vivere in un ambiente più pulito. Se agiamo tutti in maniera individualistica ed egocentrica non risolveremo il problema perchè non abbiamo abbastanza incentivi per investire in questa causa e la maggior parte di noi non paga il costo sociale delle emissioni che produce: dobbiamo agire collettivamente. Così entra in gioco la politica, che deve generare incentivi e norme sociali capaci di spingere le persone ad agire volontariamente in maniera armoniosa per supportare le politiche climatiche; e ciò che vi invito io a fare è capire in cosa siete portati e usare quella vostra particolare bravura al servizio della lotta al cambiamento climatico.


Una lotta su molteplici livelli

Analizziamo innanzitutto il livello nazionale ed internazionale. Un decennio fa vigeva un complesso regime frammentato, in alcune aree del mondo politico vi erano dei regimi internazionali senza un potere coercitivo ma coerenti nella loro struttura. L' International Monetary Fund – per azioni monetarie, specialmente riguardo prestiti da dare alle nazioni emergenti con problemi finanziari – o la World Trade Organisation sono un classico esempio di questi ultimi. La WTO si estende a tutto il globo, ha un set di caratteristiche ben precise e gode di notevole autorità riguardo le dispute commerciali tra stati in cui può intervenire con le sanzioni, incentivandoli quindi a seguire il più possibile le regole del commercio internazionale. La lotta climatica non gode di questo grado di coerenza: non c'è un'organizzazione che stabilisca le regole su quanto si possa inquinare, anche se l'Accordo di Parigi è un piccolo passo verso questo tipo di regime più controllato.

Una proposta internazionale, che poi va attuata a livello nazionale, è la carbon tax, una tassa che vuole far pagare chi inquina, incentivando quindi ad emettere di meno. Questa è presente in 61 giurisdizioni, con l'Unione Europea alla guida, ma in quasi tutti i casi si tratta di prezzi davvero modici, a partire dai 16$ per tonnellata della California, tanto che il prezzo medio globale si aggira intorno ai 2-3 $ per tonnellata. La tensione tra politica ed economia sorge nel momento in cui, armonizzando il prezzo dei combustibili fossili, tutti pagerebbero lo stesso ammontare. Tuttavia, la politica non lavora in questo modo: benefici e costi andrebbero redistribuiti rispettivamente ad amici e nemici.

Noi, in quanto cittadini, dobbiamo pretendere dal governo un sistema efficiente che includa un prezzo giusto che tenga conto anche dell'impatto ambientale di ciò che usiamo.

Un altro dei multipli livelli su cui si gioca la lotta per il clima è la mobilitazione. La società ne ha bisogno, soprattutto di quella svolta dai giovani, essendo essi ricchi di energie e tempo, pronti a scendere per le strade come hanno fatto e come devono continuare a fare. Bisogna far capire ai governi che ai cittadini importano queste questioni e lo si può fare in strada o anche attraverso i social media: ci sono molti modi per agire e anche quello che sembra più piccolo è utile alla battaglia.

Dalle mobilitazioni per i diritti umani abbiamo imparato alcune lezioni. La prima è che le proteste contano - molti trattati sui diritti umani e molti cambiamenti delle azioni commesse da regimi abusanti sono accadute grazie a queste. Ovviamente non funzionano sempre, ma riescono a portare con sé anche delle minime conquiste, e in più hanno necessariamente bisogno di un certo grado di apertura nella società, essendo estremamente più difficile mobilitarsi in regimi repressivi che nelle democrazie. Infine, la combinazione di azioni domestiche e internazionali porta le persone degli altri stati ad aiutare la popolazione in bisogno che così ottiene la pressione internazionale sul proprio governo - ciò rafforza la spinta nazionale in quello che viene definito “back and forth movement”.


Realismo politico e competitività Cina vs. USA

La mia personale comprensione del realismo politico lo vede mettere al centro dei maggiori interessi degli stati la sicurezza, soprattutto quella fisico-militare. Possiamo capire come funziona la politica internazionale semplicemente guardando a come i paesi sono preoccupati dei danni alla propria sicurezza e a come si vedono reciprocamente come pericoli, e ciò spiega le alleanze in termini di nemici e opposizione. In termini globali, la maggiore preoccupazione contemporanea è la competizione Cina - Stati Uniti, siccome l'ascesa di una nuova grande potenza è quasi sempre associata ai conflitti, come dimostrano le due guerre mondiali. Quindi ora la paura riguarda la crescita della Cina e l'incapacità del sistema di bilanciare il potere cinese. Studiando la situazione dal punto di vista del clima, nessun cambiamento importante può avvenire se USA e Cina non collaborano tra loro, essendo gli stati che emettono quasi la metà delle emissioni globali. Da ciò ne deriva sicuramente una tensione tra la rivalità geopolitica e la necessità di una stretta collaborazione che rappresenta una difficile sfida diplomatica per i prossimi dieci-quindi anni.


La creazione di norme internazionali e collettive si scontra con il nascente populismo/nazionalismo

Dobbiamo assolutamente scontrarci con la crescita del populismo nazionalista e un modo per farlo è quello di concentrarci sul cambiamento climatico, un problema collettivo che colpisce tutti e che non può risolvere uno stato da solo. Non dobbiamo accettare tutto riguardo agli accordi internazionali o al regime economico internazionale perchè alcuni punti sono ingiusti, ma possiamo notare due cose: saremmo tremendamente poveri senza questo tipo di scambio globale, e poveri non solo nel senso economico ma anche nel senso culturale. Inoltre, le norme internazionali devono essere basate su valori essenziali, come la riduzione delle emissioni, non su propri gusti personali, e perciò bisogna dividere i valori su cui crediamo e per cui dobbiamo lottare dalle nostre preferenze sulle quali dobbiamo fare dei compromessi, giacché se tutti insistiamo su queste non potrà mai esserci un accordo e se non teniamo più da conto i nostri valori il gioco è perduto.


La soluzione è la cooperazione

La cooperazione nasce dal conflitto, non dall'armonia, ed è necessaria dove c'è discordia tra diverse opzioni possibili, e il cambiamento climatico è una di quelle situazioni che richiede di decidere chi paga e in che modo finanziare le politiche climatiche. Questo può essere un motore per la cooperazione perchè può portare con sé benefici comuni, ma da ciò ovviamente nascono conflitti d'interessi riguardo a come allocare i costi iniziali necessari a raggiungere i profitti finali. Dobbiamo quindi calcare sul guaio esistenziale del cambiamento climatico: senza collaborazione saremo tutti fritti, letteralmente.

Oggi è evidente che gli stati leader del cambiamento verso le energie rinnovabili hanno un alto grado di innovazione tecnologica e se si produce qualcosa in grandi quantità dopo un po' di tempo tutto il processo diventa meno costoso. Perciò i governi che puntano a diventare leader mondiali traggono solo che benefici dall'investire sulle energie pulite, anche se non hanno come motore d'azione la lotta al cambiamento climatico ma solo il denaro, soprattutto se l'energia rinnovabile a basso costo diventerà, come credo, la maggiore industria del ventunesimo secolo.

In più, i governi occidentali hanno ereditato dal passato molte ingiustizie perpetrate ai danni dei paesi in via di sviluppo. Per cercare di iniziare a sistemare gli errori pregressi, dovrebbero finanziare l'avanzamento tecnologico a basse emissioni di questi paesi per aiutarli con una transizione pulita dall'uso del carbone alle rinnovabili. Così facendo, questi, essendo stati prevalentemente dell'emisfero sud, genererebbero una grande quantità di energia solare, un'energia a zero costi, ed eviterebbero anche l'inquinamento che affligge molte città industriali dei paesi più avanzati.

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