Corsa all’Artico: come l’UE punta alla Groenlandia per diversificare le materie prime critiche

DI MIRIAM SEMERARO
21/01/2026
Da giorni la Groenlandia è sotto i riflettori a causa dell’avanzamento delle pretese americane di annessione del territorio, il dibattito politico internazionale, il conseguente invio di contingenti e quello che sembrava l’inizio di una nuova guerra ai dazi. Tra le numerose ragioni che ne accrescono la rilevanza strategica, la presenza di risorse critiche gioca un ruolo fondamentale nella corsa all’Artico, specialmente nella prospettiva dell’Unione Europea.
Storicamente la Groenlandia è stata a più riprese al centro del dibattito internazionale. La presenza di vari attori sull’isola quali Russia, Cina, USA, Canada, Australia e Unione Europea, è stata fin da sempre formalmente giustificata da scopi pacifici legati alla scienza e alla ricerca, sebbene la corsa all’Artico sia guidata anche da altre considerazioni. Innanzitutto, la sua posizione è altamente strategica in quanto si trova lungo le nuove rotte che giocheranno un ruolo chiave nel commercio e nella navigazione internazionale. Inoltre, è un territorio fondamentale dal punto di vista della sicurezza e della difesa regionale: è un importante punto di passaggio per le navi che transitano tra l’Oceano Atlantico e l’Artico, e quindi tra l’America del Nord e l’Europa, sotto il monitoraggio della NATO. Altro aspetto rilevante è l’elevata presenza fin dagli anni ’50 di basi militari NATO e statunitensi sull’isola, oltre che di una base spaziale americana, considerando la necessità di controbilanciare l’influenza cinese e russa nella regione. Infine, la Groenlandia è ricca di risorse naturali cruciali, inutilizzate e contese anche da attori ben al di là dell’Artico.
Le risorse presenti sull’isola comprendono materie prime critiche fondamentali per la transizione energetica e digitale e per la difesa, tra cui depositi di terre rare, rame, litio e uranio, ma anche oro e diamanti. La Groenlandia è all’ottavo posto a livello mondiale per le sue riserve di terre rare con 1.5 milioni di tonnellate e ospita due tra i più grandi depositi di terre rare al mondo nella parte meridionale dell’isola: Kvanefjeld e Tanbreez. Ulteriori risorse minerarie fino ad ora inaccessibili a causa del clima proibitivo, con il riscaldamento globale, hanno iniziato a diventare sempre più appetibili agli occhi delle potenze straniere. Non solo lo scioglimento dei ghiacci ne facilita l’estrazione e ne abbassa i costi, ma apre nuove rotte commerciali e per i trasporti, aprendo alla possibilità concreta che la Groenlandia possa diventare un partner estrattivo rilevante.
Tuttavia, l’estrazione di risorse sull’isola non rappresenta una grande opportunità solo per le potenze straniere. La stessa Groenlandia, infatti, guarda al settore estrattivo, agli investimenti stranieri e alle relative entrate fiscali come via per ottenere l’autosufficienza economica, requisito cruciale per ottenere la piena sovranità. Per attrarre capitali stranieri, nella propria politica strategica estera del 2024 la Groenlandia si definisce in quanto ‘partner nel settore delle risorse minerarie’, dichiarando il proprio impegno a collaborare all’estrazione e contribuire così alla produzione di fonti di energia rinnovabili e facendo la sua parte per abbassare le emissioni globali di CO2.
Da un report del 2023 pubblicato dal Geological Survey of Denmark and Greenland (GEUS) è emerso che l’isola ha 25 dei 34 minerali critici presenti nella lista ufficiale dell’Unione Europea, e considerazioni simili sono valide anche per gli Stati Uniti. Data la sua elevata dipendenza dalla Cina nel segmento dell’approvvigionamento di materie prime critiche, l’UE guarda alla Groenlandia come partner appetibile per realizzare l’autonomia strategica diversificando e ampliando la lista dei propri fornitori. Ciò è in linea con gli obiettivi del Critical Raw Materials Act, che prevede entro il 2030 un limite massimo del 65% di dipendenza da un singolo Paese terzo per ciascun materiale strategico. In questo contesto, nel novembre 2023 l’UE e la Groenlandia hanno firmato un Memorandum of Understanding per una partnership strategica sulle catene del valore delle materie prime sostenibili. Tale accordo è parte di una più ampia rete di partenariati simili siglati dall’UE dal 2021 e mira a sviluppare il settore minerario groenlandese attraverso investimenti, trasferimento di conoscenze, sviluppo delle competenze e cooperazione tecnologica.
La partnership si fonda su cinque pilastri principali: integrazione economica e industriale delle catene del valore delle materie prime critiche; rispetto di elevati standard ambientali, sociali e di governance; sviluppo delle infrastrutture necessarie ai progetti estrattivi; rafforzamento delle capacità e delle competenze lungo l’intera filiera; cooperazione in ricerca e innovazione. La Groenlandia condivide l’approccio europeo in materia di sostenibilità ambientale e governance, in linea con la propria identità indigena e con l’obiettivo di sviluppare un settore minerario responsabile. Nel marzo 2024, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha inaugurato l’Ufficio dell’UE a Nuuk, segnando l’avvio di una nuova fase della partnership UE-Groenlandia e rafforzando la presenza europea nell’Artico. Inoltre, sempre nel 2024, la Groenlandia è diventata un membro del Mineral Security Partnership Forum, forum che include numerosi Paesi importatori ed esportatori di materie prime, tra cui figurano anche l’UE e gli Stati Uniti.
Nonostante l’allineamento politico e strategico, permangono ostacoli significativi allo sviluppo del settore minerario groenlandese. L’Unione europea incontra numerose difficoltà nel proporsi come attore centrale nello sviluppo del settore minerario in Groenlandia. In primo luogo, emerge una debolezza strutturale della governance europea in materia di energia e materie prime critiche: l’UE fatica a parlare con una sola voce e a tradurre le proprie ambizioni strategiche in strumenti concreti e competitivi di investimento. Questo limite risulta particolarmente evidente se confrontato con l’approccio di altri attori internazionali, come Stati Uniti, Cina e Australia, che dispongono di una maggiore capacità finanziaria, di industrie estrattive più sviluppate e, soprattutto, di una presenza già radicata nel settore minerario groenlandese, dove i progetti più avanzati sono prevalentemente guidati da operatori americani, australiani e canadesi. La presenza di questi partner alternativi sottolinea come l’UE sia solo uno dei molti interlocutori possibili per Nuuk e non necessariamente il più avanzato o il più attrattivo, anche in considerazione del fatto che la Groenlandia è già impegnata in dialoghi e accordi paralleli con altri Paesi.
A complicare ulteriormente il quadro vi è l’instabilità del contesto normativo e istituzionale. Il quadro giuridico per le attività minerarie in Groenlandia è recente e in continua evoluzione. Il nuovo Act on Mineral Activities, entrato in vigore nel 2024, ha introdotto requisiti più stringenti per gli operatori, come l’obbligo di avere sede in Groenlandia e l’uso di manodopera e fornitori locali, mentre è in preparazione una normativa sul controllo degli investimenti esteri (FDI screening), il cui contenuto e impatto restano incerti. A ciò si aggiungono significative zone grigie nella ripartizione delle competenze tra Groenlandia e Danimarca. Sebbene l’estrazione mineraria rientri formalmente nelle competenze groenlandesi, alcune materie prime critiche, in particolare quelle con implicazioni per la sicurezza o la difesa, potrebbero ricadere indirettamente nell’ambito della politica estera e di sicurezza danese. Questa incertezza regolatoria è resa evidente dal contenzioso legale legato al progetto di Kvanefjeld, in cui la società Energy Transition Minerals ha intentato una causa multimiliardaria contro Groenlandia e Danimarca in seguito al cambiamento legislativo del 2021, alimentando la percezione di un elevato rischio normativo per gli investitori europei e rendendo difficile una pianificazione di lungo periodo.
Un ulteriore ostacolo fondamentale è rappresentato dal ruolo della società civile e dalla forte sensibilità ambientale presente in Groenlandia. L’opposizione popolare al mining, in particolare all’estrazione di uranio, ha dimostrato di poter influenzare in modo decisivo le scelte politiche, come evidenziato dalle elezioni del 2021, spesso definite “mining election”, che hanno portato al potere un governo apertamente contrario all’estrazione di materiali radioattivi e all’introduzione di un divieto sull’uranio. Il caso di Kvanefjeld è emblematico: nonostante l’elevata rilevanza globale del giacimento di terre rare, la presenza di elevate concentrazioni di uranio ha reso il progetto politicamente e socialmente inaccettabile. Sebbene studi recenti indichino che una maggioranza della popolazione groenlandese sia favorevole allo sviluppo minerario in assenza di uranio, anche progetti non uraniferi, come Tanbreez, sono oggetto di attenzione e contestazione da parte di ONG internazionali. La necessità di ottenere una solida social license to operate, in un contesto ambientale artico fragile e fortemente politicizzato, introduce dunque un elevato grado di volatilità politica, in cui priorità e sensibilità ambientali e sociali possono rapidamente prevalere sulle prospettive di sviluppo economico.
A questi fattori si sommano limiti strutturali legati alle condizioni materiali del territorio. Nonostante il significativo potenziale minerario, la Groenlandia oggi non ha attualmente miniere di terre rare operative, nonostante ospiti alcuni dei giacimenti più rilevanti al mondo. L’isola soffre di una grave carenza di infrastrutture di trasporto ed energetiche: una rete stradale estremamente limitata, pochi porti con capacità ridotte, in particolare nel sud dell’isola, dove si concentrano i principali giacimenti, e una produzione elettrica insufficiente e geograficamente distante dai siti minerari rendono qualsiasi operazione estrattiva complessa e costosa. Senza investimenti ingenti in infrastrutture abilitanti, lo sviluppo su larga scala del settore rimane difficilmente sostenibile.
Allo stesso tempo, la popolazione estremamente ridotta della Groenlandia e la mancanza di una forza lavoro numerosa e altamente specializzata rappresentano un ulteriore vincolo operativo. La necessità di ricorrere a manodopera straniera ha già reso la migrazione un tema politicamente sensibile, spingendo il governo groenlandese a richiedere che i progetti minerari includano misure di formazione e integrazione della forza lavoro locale, aumentando ulteriormente i costi e la complessità per gli investitori.
Nel complesso, emerge una tensione strutturale tra l’elevato potenziale economico delle risorse minerarie groenlandesi, bilanciato dalla necessità di sostenibilità ambientale, sociale e politica. Per l’Unione europea, questa tensione si traduce nella difficoltà di conciliare i propri obiettivi strategici con le aspettative e le priorità della Groenlandia. In assenza di un approccio più coerente, competitivo e attento alle specificità locali, pur condividendo visioni e sensibilità comuni con la Groenlandia, l’UE rischia di rimanere un partner secondario rispetto ad altri attori internazionali meglio attrezzati ad operare in un contesto artico caratterizzato da vincoli strutturali, sensibilità ambientali e forti implicazioni geopolitiche, con risultati scarsi sul versante del de-risking dalla Cina.



