La conferenza di Monaco: lettura di un ordine internazionale in trasformazione

DI ELETTRA MARAN
05/03/2026
La 62ª edizione della Munich Security Conference 2026 rappresenta un momento rivelatore per comprendere la trasformazione dell’ordine internazionale. Tra tensioni transatlantiche, autonomia strategica europea e crisi del diritto internazionale, emerge un sistema sempre più diviso tra frammentazione e ricerca di nuovi equilibri.
La struttura dell’ordine internazionale è in movimento. Non si parla solo di un aumento del numero dei conflitti o di un inasprimento della competizione tra le potenze, ma di una modifica negli equilibri politici costruiti negli ultimi ottant’anni, soprattutto nel cosiddetto blocco occidentale. A fronte di questa affermazione, la 62ª edizione della Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, tenutasi dal 13 al 15 febbraio 2026, rappresenta un momento rivelatore per comprendere questa dinamica.
Considerata uno dei più importanti appuntamenti geopolitici, la Conferenza di Monaco sulla Sicurezza riunisce annualmente capi di Stato e di governo, ministri, rappresentanti di organizzazioni internazionali ed esperti del settore privato per discutere le principali sfide strategiche di politica estera e sicurezza globale. Nell’edizione appena passata, sotto la guida dell’ambasciatore tedesco Wolfgang Ischinger, il dibattito si è concentrato principalmente sulla difesa europea e sul futuro delle relazioni transatlantiche.
Cronache dalla Conferenza: interventi chiave e tensioni transatlantiche
Nel corso dei panels, particolare attenzione è stata rivolta all’intervento degli Stati Uniti. Le dichiarazioni precedenti sulla Groenlandia, definita dal presidente Donald Trump come “vitale per la sicurezza nazionale” americana, unite all’introduzione di dazi commerciali, hanno aumentato le tensioni nello spazio euro-atlantico.
Nel 2025, alla stessa conferenza, il vicepresidente americano JD Vance si era distinto per le numerose critiche all’Unione Europea e ai suoi membri. Nell’edizione del 2026 il segretario di Stato Marco Rubio ha adottato toni quasi “concilianti” (secondo alcune fonti): si sono, infatti, ribaditi l’impegno di Washington nei confronti della NATO e del principio di difesa collettiva (articolo 5 della Carta Atlantica). Nonostante queste affermazioni, però, gli Stati Uniti hanno insistito sulla necessità di un aumento della spesa militare da parte degli alleati europei, nella speranza di renderli più indipendenti nel settore della difesa.
Nel quadro del dibattito, Emmanuel Macron ha rilanciato il tema dell’autonomia strategica europea, esaltando i valori e le regole fondative del continente. Parallelamente, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha proposto un “piano per l’indipendenza” per stimolare il consolidamento di una base industriale europea più resiliente.
Anche la guerra in Ucraina, di cui ricorre il quarto anniversario dal suo inizio, ha occupato una posizione centrale nell’agenda dell’incontro. Nel suo intervento, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskij ha fornito un resoconto dei costi economici e umani del conflitto, sollecitando un’assistenza europea più duratura e stabile.
Gli autori del rapporto preliminare della Conferenza descrivono il mondo attuale come “Under Destruction”: il cancelliere tedesco Friedrich Merz, nel suo discorso di apertura al forum geopolitico, ha affermato che “l’ordine internazionale basato su diritti e regole è attualmente in fase di distruzione”. Ci si chiede, dunque, “quanto è ancora solido il quadro politico che ha retto l’Occidente negli ultimi decenni?”.
L’Occidente in fase di trasformazione
Il segnale più indicativo di un cambiamento nell’ordine internazionale occidentale viene fornito dallo stesso report “Under Destruction”, secondo cui l’erosione proviene dall’interno del sistema.
Nella lettura proposta da diversi analisti geopolitici, l’approccio statunitense sul tema è centrale: per la prima volta dal 1945, gli Stati Uniti sono gli agenti primari della frammentazione osservata sullo scacchiere internazionale. Il ritiro da importanti accordi internazionali, unito al protezionismo commerciale, sono solo alcune delle misure che segnano una revisione dei pilastri storici della strategia americana, nella quale rientravano la cooperazione con gli altri Stati e un’economia internazionale aperta.
Anche i dati del Munich Security Index risultano utili ad inquadrare questa posizione, mostrando con particolare chiarezza la percezione del rischio da parte dei cittadini. Studiando un campione rappresentativo di oltre 11.000 intervistati in undici Paesi tra G7 ed economie emergenti, si riporta come il rischio percepito nei confronti degli Stati Uniti sia aumentato rispetto allo scorso anno. Cresce, infatti, la percezione delle guerre commerciali come pericolo sistemico e, in particolare, essa viene vista come una delle minacce principali all’interno della gerarchia stilata dall’indice.
Gli interventi dei leader europei alla Conferenza di Monaco indicano una mutazione culturale in corso: i governi europei, seppur non pronti ad “abbandonare” gli Stati Uniti, vogliono rendere la politica estera europea meno condizionata dalle priorità di Washington. In questo senso, l’Unione Europea parla di autonomia strategica. La transizione a questo piano appare, però, ancora incompleta e alla ricostruzione strutturale della propria indipendenza viene spesso preferita una gestione contingente dell’emergenza. In assenza di questa conversione strategica, ogni tensione transatlantica rischia dunque di trasformarsi non soltanto in una crisi politica, ma in una crisi di identità per l’Europa stessa, collegata inevitabilmente alle politiche statunitensi.
Ciò che emerge, in generale, dalla Conferenza di Monaco è una frattura dell’idea di “occidente”. Se il termine indicava non solo un’area geografica, ma un insieme condiviso di principi, oggi esistono interpretazioni sempre più incompatibili su che cosa significhi appartenere al “West”. Questa divergenza ha delle conseguenze concrete e influisce direttamente sulla capacità di coordinamento strategico degli attori in gioco. Secondo il report, una tendenza ricorrente sembrerebbe manifestarsi: l’indebolimento delle regole universali.
La crisi del diritto internazionale
Una delle dimensioni più profonde di questa trasformazione riguarda il piano giuridico: si osserva una crisi del diritto internazionale quale caposaldo dell’assetto costruito nel secondo dopoguerra, un'antica certezza che oggi viene spesso messa in discussione. La progressiva perdita di regole efficaci, quali il divieto dell’uso o di minaccia dell’uso della forza, la marginalizzazione del diritto internazionale umanitario e la violazione del principio di integrità territoriale sono dimostrazioni di un logoramento della cornice giuridica che regola le relazioni tra Stati.
A differenza degli ordinamenti interni, è importante tenere in considerazione che il diritto internazionale si sviluppa in un contesto che non riconosce alcuna autorità sovranazionale per imporre coercitivamente le sue disposizioni. La sua efficacia, di conseguenza, dipende dalla volontà degli Stati di riconoscerlo come linguaggio comune e la sua funzione è quella di organizzare il potere attraverso procedure legali condivise.
Nella fase attuale, è proprio questo riconoscimento reciproco a venire meno, soprattutto da parte di leader e attori politici che sono stati i primi garanti di tale ordine. Le dichiarazioni rilasciate dal ministro degli esteri italiano Antonio Tajani (“Il diritto internazionale è importante, ma fino ad un certo punto”) e dal presidente Donald Trump (“Non ho bisogno del diritto internazionale. Mi limita la mia moralità”) ne sono una prova.
Tuttavia, accanto a questi segnali di erosione, emergono anche delle dinamiche di resilienza da parte delle organizzazioni internazionali e della società civile. Questa “crisi”, dunque, sembrerebbe includere una nuova fase di ridefinizione, dove gli attori che continueranno ad invocare e ad interpretare la rule of law assicureranno la sopravvivenza della cornice giuridica internazionale.
Un nuovo scenario internazionale
Riprendendo la domanda posta inizialmente sulla solidità del quadro politico occidentale, ciò che è emerso dalla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza del 2026 non può fornire delle risposte definitive. Da un lato, si è mostrato un sistema in balia della frammentazione e dell’unilateralismo, dall’altra sono emersi diversi tentativi di coordinamento, soprattutto nell’area europea. Per quanto riguarda l’alleanza transatlantica, non si prevede una rottura improvvisa, ma una trasformazione che spinge i governi europei a prendere in considerazione un’indipendenza strategica rispetto agli Stati Uniti. Concentrandoci sull’aspetto giuridico, un’attività di richiamo e invocazione al rispetto del diritto viene delegata ai diversi soggetti internazionali. In questo scenario, studiosi ed esperti utilizzano il concetto di “multipolarità” contrapposto al termine di “frammentazione”. Se la prima indica la presenza di più centri di potere, sottoposti a regole comuni; la seconda fa riferimento a un sistema in cui le norme perdono la loro rilevanza. Solo il nuovo ordine internazionale ci mostrerà attraverso quale delle due organizzazioni di potere gli Stati si relazioneranno. La trasformazione in atto dunque rappresenterà un’evoluzione o effettivamente una crisi?
Fonti
https://www.affarinternazionali.it/evento/62-munich-security-conference/
https://securityconference.org/en/publications/munich-security-report/2026/executive-summary/
https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/nuova-era-incertezza-mondiale
https://www.ilpost.it/2026/02/14/discorso-rubio-monaco-vance-europa-stati-uniti/
intervento della professoressa Francesca Ragno alla Conferenza “La crisi della credibilità”, organizzata dall’associazione HIKMA e svoltasi presso l’Università di Bologna il 26 febbraio 2026.



