La rivoluzione egiziana e una speranza annientata

DI ANTONIO CARELLO

22/02/2021

Dieci anni fa, Il popolo egiziano si era riversato in massa per le strade del Paese riuscendo a porre fine al potere trentennale di Mubarak. Tuttavia, l’Egitto è rimasto stretto nella morsa della censura, della propaganda governativa e delle continue violenze volte a reprimere il dissenso.

Dieci anni fa, Piazza Tahrir si popolava di migliaia di manifestanti che desideravano a gran voce la democrazia. Il popolo egiziano si era riversato in massa per le strade del Paese riuscendo a porre fine al potere trentennale di Mubarak. Tuttavia, l’Egitto è rimasto stretto nella morsa della censura, della propaganda governativa e delle continue violenze volte a reprimere il dissenso. Ma perché questa rivoluzione non ha effettivamente “rivoluzionato” il Paese? Chi detiene realmente il potere in Egitto? È la storia di un popolo il cui coraggio non è bastato per cambiare le cose.


Il 25 gennaio 2011, la popolazione egiziana occupò la piazza più importante del Paese, chiedendo al ra’is Hosni Mubarak di dimettersi. Non fu scelto un giorno casuale, ma quello della festa nazionale delle forze di polizia, il volto repressivo della dittatura. Quella polizia che, fin dall’indipendenza egiziana del 1922, si impegnò sempre a soffocare il dissenso con la violenza. La popolazione, infatti, sconfisse ogni timore di scontrarsi con le forze dell’ordine e di essere trascinata al Museo Egizio, noto ai turisti per il patrimonio storico esposto e agli egiziani per le torture lì subite.


Piazza Tahrir era diventato il nido di un popolo che finalmente si era unito. Studenti, operai, femministe, islamisti e intellettuali. Tutti insieme contro una dittatura che aveva ucciso, torturato e impoverito fin troppo. Le proteste invasero la nazione e l’11 febbraio - meno di tre settimane dopo, e con una certa sorpresa a livello internazionale e non - Mubarak annunciò le sue dimissioni. La popolazione era in festa e cantava vittoria contro un leader al potere da esattamente trent’anni, inconsapevole di cosa sarebbe successo dopo.


Una rivoluzione annunciata

Contrariamente a quanto sostenuto da diversi storici e giornalisti occidentali, il popolo egiziano prima del 2011, non era affatto dominato dall’inerzia o da un sentimento di rassegnazione. Lo dimostrano le oltre 3000 manifestazioni tenutesi nel Paese tra il 1998 e il 2009. L’antesignano, tra i movimenti di protesta, fu senz’altro quello operaio che, a partire dalla fine degli anni ’90, protestò contro l’inasprimento delle politiche economiche neoliberiste che stavano impoverendo sempre più le classi meno abbienti. Nel 2004, la fondazione del movimento Kifaya (lett. “basta”) costituì un importante cambio di marcia. Per la prima volta, infatti, la protesta non veniva indirizzata verso precise decisioni politiche ma verso Mubarak stesso, rompendo quel mito di inviolabilità della figura presidenziale che durava fin dai tempi di Nasser, primo presidente dell’Egitto repubblicano.
Le violenze erano all’ordine del giorno, così come la censura e la dilagante corruzione.
Il 6 giugno 2010, fuori da un internet cafè di Alessandria, il giovane Khaled Said fu raggiunto da alcuni agenti di polizia e ucciso. La sua colpa era quella di aver diffuso un video che attestava la corruzione e il malaffare delle forze dell’ordine egiziane. A partire da questo evento, la cronistoria di quell’anno vide un’escalation di tensioni. L’isolamento del candidato democratico al-Barādeʿī, premio Nobel per la Pace nel 2005; il suicidio del giovane tunisino Bouazizi; l’impoverimento estremo della popolazione e il sempre più probabile passaggio di potere da Hosni Mubarak a suo figlio Jamal aggiunsero del “materiale esplosivo” a tutte le ingiustizie e le violenze subite dal popolo egiziano nei decenni precedenti. Il popolo egiziano seguì con molto interesse la rivoluzione scoppiata in Tunisia il 27 dicembre 2010, sostenendo quella che in quel momento fu una vera e propria fonte di ispirazione oltre che una popolazione amica.

La notte di Capodanno fu macchiata dal sangue di 24 copti, rimasti uccisi nell’attentato terroristico a una chiesa di Alessandria proprio quando questa minoranza cristiana si stava unendo al resto della popolazione egiziana contro Mubarak. Il conflitto interconfessionale si riaccese e il Governo ne approfittò per militarizzare ulteriormente il territorio in modo da soffocare sempre più le libertà personali e collettive.

Tuttavia, la vittoria della “Rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia, che spodestò il dittatore Ben Ali dopo 24 anni al potere, fu per la popolazione egiziana una scintilla che infiammò tutto il materiale esplosivo accumulato nel corso dei decenni. Il 25 gennaio, giorno della festa nazionale delle forze di polizia, il popolo egiziano scese in piazza.


L’esercito: il governo ombra

Laici, islamisti, socialisti e conservatori cantavano insieme in piazza Tahrir e respingevano coesi le offensive della polizia. Ma ben presto, lo scenario si dimostrò surreale: Tantawi, capo del Consiglio Supremo delle Forze Armate, era tra la folla a dimostrare la propria vicinanza, mentre la polizia, le forze aeree e l’intelligence egiziana continuavano a dimostrarsi ostili nei confronti dei rivoltosi. Per spiegare le ragioni di questa disgregazione in seno alle forze di sicurezza, occorre fare un passo indietro nel tempo.

Gli accordi di Camp David del 1978, firmati sotto l’egida del presidente Carter, ufficializzarono la pace tra Egitto e Israele. Conclusesi le ostilità verso il proprio principale nemico, l’esercito egiziano perse la sua vocazione militare ma, al contempo, acquisì un importante carattere economico. A partire da allora, infatti, l’agenzia statunitense U.S. Aid versò nelle casse dell’esercito egiziano oltre un miliardo di dollari all’anno. L’apparato militare egiziano divenne una vera e propria lobby di investimenti che, con la propria opulenza, si insinuò in ogni settore della vita del Paese, aumentando il proprio potere e la corruzione.
L’esercito divenne uno Stato nello Stato e la possibilità di agire nell’ombra lo rese più forte anche agli occhi dei cittadini. All’interno di molte famiglie egiziane vi era almeno un soldato, perciò l’esercito veniva visto con maggior favore dalle classi popolari, mentre la polizia era il braccio armato del governo.

L’11 febbraio 2011 fu la fine di Mubarak, ma anche delle forze dell’ordine rimaste a lui fedeli. I membri della guardia presidenziale, delle forze aeree, dell’intelligence e della polizia persero ogni potere, che venne assorbito dal già mastodontico apparato militare. Sebbene i manifestanti fossero convinti che l’esercito solidarizzasse con loro, esso utilizzò la spinta popolare per spazzare via l’ipotesi sempre più probabile di un passaggio di potere da Mubarak al figlio Jamal, i cui tecnocrati avevano fin troppo minacciato i privilegi dei militari.


L’Egitto e il Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla

Con le dimissioni di Mubarak, il potere passò in mano al Consiglio Supremo delle Forze Armate. Sapendo che la popolazione potesse temere un golpe sulla falsariga di quello dei Liberi Ufficiali del 1952, i militari si affrettarono a esaudire le richieste dei manifestanti. Tuttavia, fu mantenuto lo stato d’emergenza in vigore dalla lontana naksa del 1967 e gli scioperi, le manifestazioni e le associazioni politiche rimasero proibiti. La popolazione espresse un forte malcontento quando trapelò l’accordo segreto tra i militari e i Fratelli Musulmani, volto a far approvare un referendum costituzionale che avrebbe accelerato l’iter per le elezioni presidenziali. Gli Egiziani capirono che con le elezioni anticipate avrebbero favorito le forze politiche già organizzate. Quindi, gli ex manifestanti, privi di un partito e di un chiaro piano politico, si videro costretti a scegliere tra gli islamisti e ciò che rimaneva del Partito Nazional-Democratico di Mubarak. A nulla valse il boicottaggio di molti giovani e di tutti quegli Egiziani che avevano sognato il cambiamento: i partiti islamisti (Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani e gli estremisti di Al-Nur) conquistarono oltre il 75% dei seggi e Morsi, il leader dei FM, pochi mesi dopo fu eletto Presidente. Ma l’esercito, che si servì degli islamisti per impedire agli ex manifestanti di organizzarsi, non aveva alcuna intenzione di lasciare il potere nelle mani altrui. Imprimendo influenza sulla Suprema Corte costituzionale, i militari fecero sciogliere più volte le due Camere, impedendo a Morsi di governare. Dopo che quest’ultimo emanò un decreto che gli conferiva un potere pressocché assoluto, la popolazione si riversò in strada in misura persino maggiore alle proteste anti-Mubarak, accusandolo di essere un dittatore. Morsi ritrattò, ma l’esercito ultimò la sua offensiva. I militari accusarono Morsi dei numerosi attentati nei confronti della minoranza copta, i cui mandanti sono in verità tuttora sconosciuti, e ordinarono l’arresto del leader il 3 luglio 2013. Siamo di fronte a un nuovo colpo di Stato militare.


L’8 giugno 2014 salì al potere al-Sisi, comandante in capo delle Forze Armate. Il resto è storia. Censura, divario economico sempre maggiore tra le classi povere e l’élite, annientamento delle opposizioni, violenza contro chiunque osasse protestare. In perfetto stile Mubarak. Perché il potere poteva anche aver cambiato il proprio nome, ma il sangue scorse come prima.


L’Egitto si risvegliò dall’ebbrezza della vittoria contro un dittatore realizzando l’agghiacciante verità: l’esercito non aveva semplicemente appoggiato la rivoluzione come inizialmente la gente credeva, ma l’aveva resa possibile. La caduta di Mubarak non si realizzò perché la popolazione la desiderava, quanto piuttosto perché era l’esercito a volerla.

A dieci anni dalla rivoluzione, ritroviamo un Paese dominato da una dittatura militare brutale che non esita a incarcerare, torturare e uccidere non solo l’opposizione politica, ma anche degli studenti internazionali.

Il coraggio della popolazione egiziana non basta contro un potere così radicato e possente. La comunità internazionale, a partire dall’Italia, non può più permettersi di applicare la “regola dell’indifferenza” per i propri ritorni economici, ma deve intervenire.


In nome di Giulio e per la vita di Patrick.

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