I mari cambiano, i sottomarini restano

DI ANDREA SCOTTO

16/11/2021

Ogni evento storico ha un’espressione propria con cui viene ricordato. Un po’ per convenzione e praticità, un po’ per necessità pragmatica del giornalismo. Oggi sentiamo parlare di crisi dei sottomarini. Ci si riferisce allo scontro diplomatico tra Francia e Stati Uniti a seguito del nuovo accordo di cooperazione militare AUKUS tra Regno Unito, Stati Uniti e Australia in cui la Francia non è stata presa in considerazione.

Ogni evento storico ha un’espressione propria con cui viene ricordato. Un po’ per convenzione e praticità, un po’ per necessità pragmatica del giornalismo. Oggi sentiamo parlare di crisi dei sottomarini. Ci si riferisce allo scontro diplomatico tra Francia e Stati Uniti a seguito del nuovo accordo di cooperazione militare AUKUS tra Regno Unito, Stati Uniti e Australia in cui la Francia non è stata presa in considerazione.

La decisione della Francia di ritirare i propri rappresentanti diplomatici dagli Stati Uniti è stata riportata con stupore in quanto novità assoluta nella storia dei rapporti tra questi due Paesi.

Se si vuole comprendere l’accaduto è però necessario metterlo in prospettiva storica. Quello che si sta verificando è una diminuzione della rilevanza geopolitica di un paese militarmente, economicamente, e politicamente importante; abituato ad essere al centro delle massime decisioni a livello internazionale.

La psichiatra Elisabeth Kubler Ross diceva che la prima reazione di un paziente a cui viene diagnosticata una malattia terminale è la negazione, la seconda è la rabbia. Se con una metafora potessimo parlare di “morte geopolitica”, il contesto potrebbe apparire più lucido.

I mari “cambiano”


I bacini idrici (siano mari, oceani, o grandi laghi) sono sempre stati al centro degli scambi commerciali. Questi ultimi sono stati alla base della creazione e accumulazione di nuove ricchezze. Il Mar Mediterraneo fu il centro di grandi scambi tra Europa, Asia e Africa. Con la scoperta dell’America e la Rivoluzione Industriale in Inghilterra, il bacino di riferimento per gli scambi globali divenne gradualmente l’Oceano Atlantico. Fu così che paesi che avevano avuto un ruolo marginale nel commercio internazionale (e pertanto nella politica internazionale) come l’Olanda, si trovarono ad essere punti cruciali per le tratte commerciali. Il sistema sviluppatosi intorno all’Atlantico arrivò ad essere ancora più evidente con l’intensificazione dei rapporti tra Stati Uniti d’Europa nelle due Guerre Mondiali. Sino ad arrivare all’alleanza militare NATO, Organizzazione che nel suo stesso nome ha l’Oceano Atlantico. 

Gli equilibri del mondo cambiarono radicalmente negli Anni ’90. Col crollo del Muro di Berlino nell’89 ed il fallimento dell’unione sovietica nel 91, il mondo entrava nella sua fase unipolare. Già in quegli anni pero, la Cina aveva posto solide basi per la sua crescita.

Oggi la Cina è la principale minaccia economica e militare per gli stati uniti. Queste due superpotenze non condividono frontiere, ma sono bagnate entrambe dallo stesso “mare”: l’Oceano Pacifico. 

In questo nuovo scenario, gli Stati Uniti la Cina cercano di allargare la loro sfera di influenza anche intensificando i rapporti con i vecchi alleati nella Regione. In particolare, la regione più “calda” è oggi il Sud Est asiatico. David Shambaugh ha scritto il libro “Where Great Powers Meet, America and China in South East Asia” proprio per analizzare il ruolo chiave di questa parte del Mondo nei rapporti tra Cina e Stati Uniti.

In questa parte del mondo, l’Occidente può contare su uno Stato che per ragioni stoiche gli è sempre stato legato nonostante la posizione geografica: l’Australia. Inizialmente colonia britannica e successivamente membro del Commonwealth, l’Australia è sempre rimasta fortemente legata al Regno Unito. Tanto che nel 1971 il suo governo firmò un’Alleanza che implicava l’intervento militare congiunto di Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda, qualora Singapore o la Malesia fossero stati attaccati da un altro Stato.


Ragioni storiche dietro la scelta dei partner

Se si guarda la storia dei trattati di rilevanza militare (cooperazione militare, addestramenti congiunti, e intelligence) si nota con il Regno Unito abbia un’importanza strategica (e secondo alcuni una guadagnata affidabilità) per i Paesi della Regione. 

Nel 1971 Australia, Nuova Zelanda, Malaysia, Singapore e… il Regno Unito, siglarono un accordo multilaterale che sanciva l’intervento militare dei tre paesi anglofoni a scopi difensivi, qualora Singapore e Malaysia vengano attaccati. L’accordo era già in chiave anticinese, ed è tutt’ora operativo.

Un accordo ancor precedente, il cui testo integrale venne però reso pubblico solo nel 1975 è lo UKUSA Agreement. Si tratta di un accordo multilaterale per il raccoglimento di informazioni segrete (signal intelligence). Ne fanno parte: Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia, e Nuova Zelanda.

Oggi non possiamo quindi dire che l’esclusione della Francia da questo contesto sia una novità assoluta. E nemmeno possiamo stupirci se il Regno Unito gioca un ruolo da protagonista.

La vittoria effimera della Francia

Nel 2019 il gruppo industriale francese Naval Group vinse la gara d’appalto per il rinnovamento della flotta di sottomarini della marina australiana. In servizio vi erano soltanto la classe Collins, sottomarini di fabbricazione svedese ormai ritenuti obsoleti.

Il contratto prevedeva uno scambio di $50 miliardi in cinquant’anni. Dopo episodi di aumenti di costo, continui ritardi sulle consegne, e polemiche della stampa, il governo australiano ha deciso di annullare il contratto col gruppo francese. La Francia perde così oltre che svariate decine di miliardi in export, la sua influenza che avrebbe potenzialmente potuto avere una volta concluso con successo un accordo su uno strumento così strategico.

Ad aggiudicarsi la richiesta australiana è allora stata l’azienda americana Lockheed Martin (la stessa che produce gli F-35) che con un accordo del valore iniziale di $38 miliardi si impegnerà nella consegna di una nuova flotta di sottomarini a propulsione nucleare.


American or Australian Navy?

Da un punto di vista tecnico, la fornitura all’Australia di una classe di sottomarini americani attualmente in servizio nella US Navy potrebbe creare confusione alla Cina. Cerco di spiegarvi perché.

I sonar, che sono gli strumenti per individuare dei corpi immersi in acqua (solitamente sottomarini, sommergibili, o scafi delle navi) hanno subito varie evoluzioni grazie alle innovazioni tecnologiche. Quelli più avanzati sono in grado di ricostruire la forma del sottomarino in modo da individuarne la classe. Da un punto di vista strategico questo è molto importante perché permette di quale paese è il sottomarino (così da evitare talvolta il “fuoco amico”). Il problema di due paesi entrambi non alleati della Cina, entrambi aventi interessi nella stessa regione geografica (Pacifico), ed entrambi aventi la stessa classe di sottomarini, è che qualora un sottomarino di una di queste due nazioni si trovi in aree prossime alle coste cinesi o a mezzi della marina militare cinese sarà molto difficile (praticamente impossibile) per quest’ultima individuare il paese che ha autorizzato una tale missione e pertanto molto rischioso attuare delle misure controffensive. 

La Francia scompare davvero? 

La Francia rimane un paese rilevante ed indispensabile per l’Occidente in funzione di qualsiasi operazione condotta nell’Oceano Indiano. Qualora l’espansione cinese dovesse diventare concretamente rilevante in questa regione, i tre paesi dell’alleanza AUKUS sarebbero i leader di una risposta strategica, ma difficilmente non includeranno la Francia. A quel punto la Francia potrebbe avere la leva per reclamare il suo “diritto” ad essere coinvolta nelle operazioni militari e di intelligence anche nel Sud Pacifico.


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