Unione Europea e le sue recenti problematiche: relazioni con Polonia e Ungheria

DI EMMA CORSINI

09/03/2021

L’Unione Europea nasce come una sovrastruttura che integra e supporta gli Stati che ne fanno parte, sia a livello politico che economico. I motivi che hanno portato alla sua formazione sono del tutto pratici, come la necessità di evitare nuovi conflitti e avere facilitazioni commerciali. Nonostante ciò, negli anni il suo ruolo si è allargato, rendendo questioni politiche e valoriali di sua competenza. Oltre agli interessi dei singoli Stati, infatti, sono anche i valori che i membri UE condividono ad essere il collante di questa struttura-mosaico composta da nazioni con storie e culture diverse. Cosa può succedere quando vi sono divergenze fra i principi morali dell’Unione e quelli di uno o più Stati membri?

L’Unione Europea, nella Carta dei Diritti Fondamentali (2007), vincolata giuridicamente all’interno dell’ordinamento, riporta i valori fondamentali sui quali è basata la propria comunità: i principi del rispetto della dignità umana, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e dei diritti umani delle minoranze. È su queste fondamenta (e sui criteri di Copenaghen) che nel 2004 il Consiglio dell’Unione Europea accoglie Polonia e Ungheria, assieme ad altri otto Paesi che firmano nel 2003 il trattato di adesione ad Atene.


A partire dall’ingresso dei Paesi del blocco di Visegrad, tra i quali si distinguono Polonia e Ungheria, è possibile ricostruire fin da subito nell’UE la presenza di una dialettica interna basata su uno scontro di identità e valori. Da un lato, Orbán e Duda inneggiano rispettivamente a una sorta di “democrazia illiberale” (frase usata dal premier) e ad un nazionalismo integralista. Dall’altro, la Corte Europea dei Diritti Umani cerca di arginare le loro condotte, denunciando, in ogni occasione, i loro governi semi-autoritari. Le occasioni e gli scontri sono stati molteplici, ripercorriamo i principali.


Uno dei più noti scontri fra UE e Polonia è stato causato dal modo in cui quest’ultima ha affrontato l’integrazione e la tutela dei diritti degli omosessuali. Nel Paese, infatti, si parla ancora di “cliniche per convertire i gay” e la retorica contro i transessuali e omosessuali abbonda all'interno del PiS e della Chiesa locale che, con il suo tradizionalismo radicale, marcia contro i diritti delle minoranze, lasciandole senza una voce. A Budapest, contemporaneamente, è stata approvata una legge, con largo consenso della popolazione, che vieta alle persone trans di cambiare il proprio nome sui documenti ufficiali: un altro smacco alla dignità umana. Ci chiediamo dunque dove siano “i diritti umani delle minoranze”, in attesa che la Corte dei Diritti si pronunci e faccia chiarezza sulla questione.


Va da sé che nazioni dove queste tematiche generano ancora una spaccatura politica e sociale così grande siano restie alla condivisione di ogni principio progressista, quale ad esempio l’aborto. A gennaio, in Polonia è entrata in vigore una norma stabilita dalla Corte Costituzionale che vieta l’aborto anche in caso di malformazione del feto, rendendolo così ufficialmente illegale. La norma ha generato non poca indignazione che si è riversata in numerose manifestazioni nel Paese. Il tema era già stato aperto in precedenza dalle destre di alcuni governi autoritari; il 22 ottobre scorso, infatti, Orbán, assieme ai premier di altri Paesi fra cui la Polonia, ha firmato la Dichiarazione antiabortista proposta da Trump: la Geneva Consensus Declaration. La Dichiarazione propone un veto alla libertà delle donne di interrompere una gravidanza indesiderata e promuove l’ideale di famiglia tradizionale: un chiaro intento di circoscrivere il ruolo della donna e un primo passo verso un’alleanza conservatrice.


Altri scontri fra Unione Europea, Polonia e Ungheria si sono verificati nel campo dell’immigrazione. I due Paesi non hanno adempiuto all’obbligo che l’UE aveva istituito nel 2015 riguardante il meccanismo di ricollocazione dei richiedenti asilo da Grecia e Italia, inadempimento che rischiano di scontare con una sanzione. Più recentemente, la Corte di Giustizia UE ha condannato l’Ungheria, rea di non aver nuovamente rispettato il diritto dei migranti, in particolare di coloro che cercavano di accedere dalla frontiera serbo-ungherese. Ad essi non veniva consentito di presentare domanda di asilo, non rispettando quindi l’obbligo di garantire un accesso effettivo alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale. Questi sono solo due dei principali fronti di scontro fra Unione europea e i due Paesi.


Negli anni, i dissidi sono stati molteplici, risolti sia con “minacce” e sanzioni sia con diplomazia e compromessi. Negli ultimi mesi, le divergenze si sono fatte però più frequenti, basti ricordare il tentativo di Orban di nazionalizzare e controllare le università e la cultura, la sua scelta di acquistare lo Sputnik - il vaccino russo (con chiari fini politici) - o l’eccessivo controllo dei media e dei fondi pubblici da parte di entrambe le nazioni.


L’ ultimo dissidio avvenuto, forse uno delle più importanti, riguarda la minaccia di veto che i due Paesi hanno intimorito di porre sull’approvazione del bilancio pluriennale dell’UE; decisione che andava presa all’unanimità dagli Stati membri e vincolante per l’avvio del Recovery Plan. Il fine dei due Paesi era quello bloccare la proposta di Regolamento, a cui era condizionato l’utilizzo dei fondi europei, che li vincolava al rispetto dei principi dello stato di diritto: un vincolo scontato dati i principi dell’Unione europea, ma non per loro che hanno cercato di rimuovere questa clausola. La questione, data l’urgenza di avviare il piano per la ripresa economica, è stata risolta con l’inserimento, da parte del Consiglio europeo, di una dichiarazione interpretativa in merito al nodo di condizionalità sullo stato di diritto. La mediazione, che ha visto come protagonista Angela Merkel, ha mirato a sfumare il nodo vincolante al rispetto dei principi dello stato di diritto, annunciando che prima di avviare qualsiasi procedura di infrazione e far intervenire la Commissione per inadempienza dei vincoli, la Corte di Giustizia si sarebbe impegnata a verificare la legittimità dello schema. Come l’hanno chiamata gli Europeisti: “una vittoria di Pirro” sui diritti.


Alla luce dei fatti, sorge spontanea la domanda: è possibile continuare ad avere regimi illiberali in un Unione liberale? Perché l’UE non espelle Polonia e Ungheria? La questione è molto complessa, legata in principio ad alcune debolezze strutturali dell’Unione. In primis, l’Unione Europea non ha i mezzi per espellere uno Stato, o meglio, ha solo dei mezzi per limitare il potere e i diritti al suo interno. Vi è infatti la cosiddetta “opzione nucleare” (art.7 del Trattato) in grado di assistere l’Unione inibendo buona parte dei diritti e dei poteri di uno Stato nel caso di cattiva condotta di quest’ultimo. Il problema nasce nel momento in cui per decidere di sospendere il diritto di voto di uno Stato serva il consenso unanime di tutti gli altri: che succede quindi se gli Stati in questione sono due e si impegnano a proteggersi? Non ci sono uscite.

In secondo luogo, l’espulsione di uno stato dell’Est, oltre a danneggiare i cittadini a livello economico e sociale, finirebbe molto probabilmente per lasciarlo alle influenze russe o cinesi - per i quali alcuni leader già simpatizzano - portando ad un finale che tradirebbe i principi morali dell’UE. Una soluzione proposta da alcuni leader europei è l’eliminazione del criterio di unanimità in sede di Consiglio UE e Consiglio Europeo, ma non è una riforma attuabile così facilmente, anche perché richiede essa stessa una decisione unanime.


Non possiamo dire con certezza cosa ci riserva il futuro. Possiamo però constatare che l’avvento della pandemia ha puntato un riflettore sull’UE mettendone in evidenza tutte le migliori qualità, a partire dai grandi contributi che quest’ultima sta dando ad ogni Stato per fronteggiare la crisi in corso. Forse il ruolo da protagonista che sta giocando adesso, anche nel panorama internazionale, potrebbe mettere a tacere i sovranismi una volta per tutte, placare l’animo nazionalista dei conservatori, mostrare le fragilità dei singoli Stati e ripristinare un generale e apparente equilibrio interno.

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