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L’allargamento dell’UE nei Balcani occidentali tra esigenze geopolitiche e criteri di adesione

DI ELETTRA MARAN

07/10/2026

L’UE considera l’integrazione dei Balcani occidentali una priorità geostrategica, ma il processo di adesione resta vincolato dai progressi richiesti sul piano democratico e istituzionale. Analizzando la situazione nella regione, l’articolo riporta diverse soluzioni attraverso cui l’Unione cerca di conciliare l'esigenza geopolitica con il rispetto dei criteri di adesione.

I dirigenti dell’Unione Europea riuniti al vertice di Tivat (Montenegro) affermano che “l’allargamento dell’Unione Europea verso i Balcani occidentali è un obiettivo geostrategico”. Il summit, svoltosi il 5 giugno 2026, ha rappresentato un’occasione per riaffermare l’impegno inequivocabile delle istituzioni europee a favore dell’integrazione dei sei Paesi dei Balcani occidentali nell’UE. La necessità di affrontare sfide comuni e rafforzare la sicurezza e la resilienza della regione è diventata, infatti, quanto mai centrale in un contesto geopolitico sempre più complesso.


Tuttavia, nonostante il rinnovato impegno europeo, il processo di integrazione è ancora caratterizzato da difficoltà e ritardi. I Paesi dei Balcani occidentali devono ancora compiere progressi significativi nel soddisfare i criteri richiesti per l’integrazione, in particolare per quanto riguarda lo Stato di diritto, il funzionamento delle istituzioni democratiche e la lotta alla corruzione. A fronte di questa contraddizione, ci si chiede dunque come l’Unione Europea possa conciliare queste due diverse esigenze: da una parte, il bisogno di accelerare il processo di integrazione per ragioni di sicurezza geopolitica, legate principalmente alla minaccia russa in Ucraina; dall’altra, l’importanza di garantire che i Paesi candidati rispettino pienamente i criteri e i valori fondanti del progetto europeo, quale requisito per l’adesione.


Il percorso europeo dei Balcani Occidentali: a che punto siamo?


Dal 2003, in occasione del Vertice di Salonicco, il Consiglio Europeo ha sostenuto con forte determinazione l’ingresso dei Balcani occidentali nell’Unione, considerando la stabilità e lo sviluppo della regione come elementi essenziali per il futuro dell'Europa. Le relazioni con Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, Kosovo e Serbia si inseriscono in un quadro strategico a sostegno del loro graduale ravvicinamento alla cosiddetta “prospettiva europea”.


Ad oggi, tuttavia, i Paesi citati presentano diversi livelli di avanzamento nei negoziati di adesione. La definitiva appartenenza alla categoria di Stati membri è condizionata, infatti, dal rispetto dei criteri di Copenaghen, richiamati nella procedura di adesione prevista dall’articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea. L’esistenza di istituzioni stabili che garantiscono la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto delle libertà individuali è solo il primo di diversi requisiti previsti per gli Stati candidati, assieme alla loro rispettiva capacità di assumere gli obblighi dettati dall’Unione. L’andamento dell’intero processo di integrazione si articola, dunque, in 35 capitoli negoziali (ognuno relativo ad un diverso settore del diritto acquisito comunitario), attraverso cui viene messo in atto un profondo processo di riforma per adeguare l’assetto statale al nuovo corpus legislativo.


Attualmente, il Montenegro si conferma il Paese più vicino all’ingresso nell’Unione europea. Il Paese ha aperto tutti i 33 capitoli negoziali e ne ha chiusi provvisoriamente 18, con l’obiettivo di diventare uno Stato membro entro il 2028. Lo slogan “28esimo (Stato membro) entro il 2028” è entrato a far parte della retorica montenegrina dall’autunno 2025 e, secondo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, questi ultimi momenti rappresentano “l’ultimo miglio, dopo anni di sforzi”.


Per quanto riguarda gli altri Paesi della regione balcanica, il processo di adeguamento agli standard europei sembrerebbe richiedere un periodo più esteso.


Nonostante i rapidi progressi compiuti dall’Albania, il parlamento europeo afferma che il paese deve ancora affrontare diverse sfide, tra cui il rafforzamento dello stato di diritto e il consolidamento delle riforme anticorruzione. Dall’altro lato, invece, la Macedonia del Nord presenta una mancanza di sviluppi a favore di riforme durature nel campo della giustizia, portando le autorità europee a richiedere al Paese un rinnovato impegno politico e una cooperazione trasversale tra le forze politiche.


Il Kosovo ha dimostrato un costante impegno verso l’adesione all’UE, ma l’incapacità del paese di formare un parlamento e un governo pienamente funzionanti da oltre un anno preoccupano la comunità europea. Inoltre, la normalizzazione delle relazioni con la Serbia rappresenta ancora un requisito essenziale per la realizzazione del processo di integrazione kosovaro.


Principio cardine dell’integrazione della Bosnia-Erzegovina è, invece, l’integrità territoriale, data la relativa suddivisione interna tra la Federazione della Bosnia ed Erzegovina e la Republika Srpska. Il Parlamento, con il comunicato stampa del 17 giugno 2026, ha chiesto di porre fine all’ostruzionismo, ai veti politici e alla retorica divisiva che ostacolano le aspirazioni europee della popolazione.


Infine, sulla base del rapporto di Freedom House, la Serbia rientra fra gli esempi più estremi di autocrazia elettorale, dove apparenti elezioni democratiche oscurano una realtà politica svuotata del suo pluralismo.


L’importanza strategica dei Balcani occidentali


Nonostante il processo di integrazione per questi Paesi sia ancora caratterizzato da sfide e  riforme, l’importanza strategica della regione balcanica non può essere ignorata dall’Unione Europea e dai suoi membri.

Guardando solamente alla prospettiva geografica, i Balcani occidentali rappresentano un collegamento fondamentale tra le aree sud-orientali e centrali del territorio comunitario, soprattutto per quanto riguarda i movimenti migratori.


Dal punto di vista economico, invece, le economie di questi Paesi intrattengono già rapporti stretti con l’UE in quanto loro principale partner commerciale e primaria fonte di investimenti esteri.


L’importanza strategica della regione non è solo determinata da caratteristiche politico-economiche strutturali, bensì anche dagli avvenimenti internazionali che modificano il contesto geopolitico. E’ questo il caso della guerra russa in Ucraina che ha contribuito a rendere l’arena internazionale sempre più imprevedibile, evidenziando la necessità di stabilizzare l’area balcanica nell’ottica degli interessi europei.

In particolare l’obiettivo è quello di ridurre la propria dipendenza energetica dal Cremlino cercando fonti alternative rispetto a quelle russe. Aumentare la partnership con i Paesi Balcani permetterebbe di valorizzare le infrastrutture energetiche e le rotte di approvvigionamento alternative al gas russo, come ad esempio il Trans Adriatic Pipeline (TAP) che trasporta gas naturale dall’Azerbaigian fino all’Italia, passando per la Grecia e l’Albania.


Anche la materia della difesa e sicurezza rientra tra i potenziali benefici connessi all’integrazione dei Balcani. Negli ultimi anni, infatti, essi stanno emergendo come proattivi produttori di sicurezza piuttosto che come passivi consumatori della stessa, con un aumento nelle rispettive spese militari. A fronte di un ordine internazionale in cambiamento, un maggior allineamento alla Politica di sicurezza e di difesa comune dell’Unione Europea (PSDC) potrebbe contribuire ad aumentare la sicurezza dei confini orientali. In questo senso, la dimensione securitaria assume un ruolo sempre più rilevante nel processo di integrazione.


Sicurezza vs Condizionalità


Analizzando le diverse “enlargement waves” (ondate di allargamento), attraverso cui l’UE amplia il proprio bacino di appartenenza ad altri nuovi membri, gli studiosi hanno notato un processo di ridefinizione dei confini comunitari sempre più politicizzato. L’UE ha cambiato il proprio modo di concepire l’allargamento e l’integrazione, come dimostra il discorso pronunciato dal presidente francese Emmanuel Macron il 24 aprile 2024 alla Sorbonne: “Abbiamo iniziato a ripensare la nostra geografia entro i confini del nostro vicinato. L’Europa ora si considera come un insieme coerente alla luce dell’aggressione russa, riconoscendo che l’Ucraina e la Moldavia fanno parte della nostra famiglia europea e sono destinate ad aderire all’Unione quando sarà il momento, così come i Balcani occidentali.” Secondo Veronica Anghel e Erik Jones, il processo di allargamento si è trasformato in qualcosa di addirittura necessario per gestire il mutato contesto geopolitico.


Tuttavia, “accelerare” l’integrazione di nuovi Stati è legato anche al rischio che l’UE proceda all’adesione di Paesi prima ancora che essi abbiano pienamente soddisfatto tutti i criteri di Copenhagen. L’esperienza di Polonia e Ungheria dimostra infatti come, in un momento successivo all’ingresso nell’Unione, i governi possano allontanarsi dai principi della democrazia e dello Stato di diritto. Inoltre, negli Stati istituzionalmente più fragili, una maggiore instabilità politica e frequenti cambiamenti di governo potrebbero rendere le posizioni assunte a livello europeo più esposte alle dinamiche interne, influenzando il loro voto sulla base di interessi e questioni nazionali.


In questo contesto, un ingresso accelerato potrebbe indebolire, dunque, il ruolo che l’Unione svolge a livello internazionale, sia come garante dei diritti e delle libertà fondamentali degli individui sia come unione economica e monetaria. Se l’allargamento rappresentava uno degli strumenti più efficaci nella promozione delle riforme politiche, economiche e sociali, oggi questo strumento è diventato una strategia geopolitica.


Diversi approcci e nuove soluzioni


Gli accademici hanno avanzato diverse proposte su come poter gestire in modo equilibrato il processo di adesione, con l’obiettivo di evitare ingressi nell’Unione troppo accelerati dettati da esigenze geopolitiche.


In sede parlamentare, si è parlato a questo proposito di adesione “per fasi” (staged accession) oppure di gradualismo. Il primo approccio prevede un maggior coinvolgimento del Paese candidato nelle politiche dell’UE già prima dell’adesione formale; mentre il secondo incentiva una riforma della legislazione dello Stato in modo da poter essere ricompensato dal coinvolgimento immediato nel sistema istituzionale comunitario. Nel caso dell’integrazione dei Balcani, è stato prediletto il gradualismo attraverso la creazione di un apposito stanziamento a bilancio denominato “Nuovo piano di crescita per i Balcani occidentali”, attraverso il quale sono stati mobilitati sei miliardi di euro per il periodo 2024-2027.


Emergono anche soluzioni innovative per conciliare l’esigenza securitaria e normativa, come quella proposta da Andi Hoxhaj nel suo articolo “How to make EU enlargement a fairer and merit based process: A legal and policy analysis”. Secondo l’autore, l’UE dovrebbe valutare la possibilità di adottare un processo di adesione in due fasi: in primo luogo, lo Stato candidato deve fare il suo ingresso nel Mercato unico, come obiettivo intermedio entro cinque anni dall’avvio dei negoziati di adesione; in secondo luogo, la piena integrazione all’Unione deve essere raggiunta entro i dieci anni, quale traguardo di lungo periodo. Tuttavia, la prima fase è condizionata da una dimostrazione di rispetto dei valori fondamentali dell’UE. Inoltre, è prevista l’introduzione di alcuni meccanismi di salvaguardia, i quali sospendono il Paese dal Mercato Unico nel caso in cui si verifichi un arretramento rispetto allo Stato di diritto o alle norme democratiche a livello nazionale. Secondo questa visione, l’intero sistema rende il processo più equo e maggiormente basato sul merito per i Paesi candidati, chiarendo che questi ultimi potranno diventare membri a pieno titolo dell’UE entro un arco temporale esplicitamente definito, sempre rispettando i criteri stabiliti dall’Unione. Infine, il percorso di adesione si presenta come più flessibile e adattabile al nuovo contesto politico.


In conclusione, l’allargamento dell’Unione Europea verso i Balcani occidentali rappresenta oggi una scelta non solo dettata da finalità normative, ma anche da obiettivi strategici. Se da un lato, l’attuale contesto geopolitico richiede determinate misure di stabilizzazione e rafforzamento, dall’altro il rispetto dei criteri di Copenhagen come requisito di adesione rimane fondamentale per mantenere la coesione e la credibilità dell’Unione. Un’integrazione graduale e flessibile, come riportato, offre sicuramente un’opportunità per conciliare le esigenze di difesa e sicurezza con quelle legate alla condizionalità. Se l’obiettivo è quello, dunque, di evitare che il progetto europeo venga guidato dagli avvenimenti internazionali del momento o da mere questioni tecnocratiche, un equilibrio tra i due poli della questione sarebbe auspicabile.


Bibliografia:

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