I bitcoin e il loro impatto ambientale. Svolta per il futuro?

DI SARA BARONE

13/07/2021

Da tempo ormai sentiamo parlare dei bitcoin, valuta digitale in circolazione dal 2009 e completamente decentralizzata. Solo negli ultimi anni, però, si è iniziato a discutere e affrontare i rischi ambientali legati a questa criptovaluta. I bitcoin sono più sostenibili dei tradizionali metodi di pagamento digitalizzati? E della moneta stampata?

Cosa sono i bitcoin? Come funziona la rete blockchain?

Per comprendere cosa sono i bitcoin e su quale meccanismo si basano è bene iniziare con una definizione di valuta virtuale e criptovaluta. Secondo la Securities and Exchange Commission (SEC), «una valuta virtuale è una rappresentazione digitale di valore che può essere scambiata digitalmente e funziona come mezzo di scambio, unità di conto o riserva di valore».

In un report della Banca Centrale Europea (BCE) risalente al febbraio 2015, si legge che le criptovalute in circolazione sarebbero circa cinquecento e tra tutte le criptovalute, quella maggiormente nota e diffusa tra i diversi operatori è sicuramente bitcoin, una valuta virtuale basata su un sistema di pagamento peer-to-peer sviluppato nel 2009 come software open source. Convenzionalmente, la parola “Bitcoin”, con iniziale maiuscola, si riferisce alla tecnologia e al network sottostante, mentre “bitcoin”, scritto con iniziale minuscola, indica la valuta stessa.

Nato con l’intento di rendere più sicure e veloci le transazioni su internet, Bitcoin è un sistema per le transazioni elettroniche decentralizzato, ossia non si basa sulla fiducia in un’autorità terza, ma sulla matematica e sulla crittografia. I bitcoin non vengono coniati dalla zecca dello Stato e non c’è alcuna Banca Centrale che ne controlli il valore o gestisca l’intero sistema. La Banca Centrale Europea è l’ente centrale che controlla l’euro attraverso l’attuazione della politica monetaria nei paesi dell’Euro Zona, similmente la Federal Reserve (Fed) controlla il dollaro statunitense, mentre in Bitcoin manca un soggetto adibito a tale controllo, sia questo un ente pubblico o privato. Tuttavia, una forma di controllo esiste, eccome. Tale controllo è diffuso e distribuito nella rete, garantito dall’adesione ad un protocollo comune, un insieme di regole che definiscono il funzionamento del sistema, che si esplica nell’utilizzo del software Bitcoin. Ogni nodo del network, cioè ogni dispositivo hardware su cui lavora il software Bitcoin, è in grado di comunicare in rete con gli altri dispositivi, diventa un soggetto attivo nel processo di gestione della valuta, e tanto più numerosi sono i nodi tanto più il concetto di decentralizzazione è significativo.

I bitcoin si basano sulla tecnologia della blockchain, in italiano catena di blocchi, un nuovo metodo per archiviare e distribuire i dati generati in un qualsiasi processo in cui si compiono delle azioni, ad esempio una transazione o uno spostamento di merci. Il tutto avviene in maniera più sicura, senza doversi appoggiare a una terza parte che custodisca ed elabori i dati.


I bitcoin nel contesto internazionale

La stampa internazionale non è mai stata particolarmente gentile nei confronti di Bitcoin, e ne ha giustamente evidenziato le criticità. The Economist, uno dei giornali più autorevoli al mondo in economia e finanza, ha dedicato il suo Technology Quarterly di settembre 2018 proprio alle criptovalute. Tim Cross, editor del noto giornale per il settore tecnologia, ha scritto: «Bitcoin ha fallito nel suo obiettivo dichiarato: diventare una valuta utilizzabile. La sicurezza è scarsa [...] la sua natura decentralizzata lo rende inevitabilmente lento; non c’è protezione del consumatore; e il prezzo è così volatile che non molte persone vorrebbero usarlo come mezzo di scambio di beni e servizi». Augustín Carsens, General Manager della Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), è stato una delle voci più critiche sull’argomento. «Una nuova tecnologia non è una tecnologia migliore, o una migliore economia», ha detto nel 2018. «Questo è chiaramente il caso di Bitcoin: sebbene fosse inteso come un sistema di pagamento alternativo senza coinvolgimento del governo, è diventato una combinazione di una bolla […] un disastro ambientale». Sono diverse le problematicità della valuta digitale evidenziate dai personaggi sopracitati e riguardano soprattutto la loro estrema volatilità e la poca sicurezza avvertita da sempre più utenti. Le variazioni sul valore di un bitcoin sono assai diverse e consistenti anche nell’arco di un solo mese e questo costituisce un forte rischio per coloro che utilizzano Bitcoin per investire e moltiplicare il proprio capitale di partenza. Questa tipologia di utenti è, peraltro, la più diffusa e ciò denota un’altra caratteristica o problematica legata alla valuta virtuale, ossia la difficoltà che si ha nell’impiegarla e spenderla nel mondo reale, in beni e servizi reali.

A causa, allora, della loro estrema volatilità – e cioè il continuo, repentino e incontrollato cambio di prezzo – le criptovalute non riescono a svolgere nessuna delle funzioni tipiche di una moneta. Non sono ancora riuscite ad affermarsi né come misura né come riserva di valore, e per di più non possono essere scambiate facilmente con beni e servizi. Nel luglio 2014, la European Banking Authority (EBA) ha pubblicato una opinion indirizzata alle istituzioni dell’UE e alle autorità di vigilanza degli Stati Membri, nella quale ha analizzato le caratteristiche e i rischi connessi alle valute virtuali. Nel documento, le criptovalute vengono definite come rappresentazioni digitali di valore non emesse da banche centrali o da altre autorità pubbliche. Nel riconoscere alcuni potenziali benefici delle valute virtuali - come ad esempio, minori costi delle transazioni, velocità e inclusione finanziaria - l’EBA ha sottolineato l’esistenza di numerosi rischi per i consumatori, per l’integrità dei mercati finanziari (come ad esempio in ambito antiriciclaggio e contrasto al finanziamento del terrorismo), per i sistemi di pagamento basati su monete tradizionali e per le autorità di vigilanza.


I bitcoin sono sostenibili? Qual è il loro impatto ambientale?

Secondo uno studio dell’Oak Ridge Institute di Cincinnati, Ohio, per creare l’equivalente di 1 dollaro in Bitcoin servono mediamente 19 Mega Joule di energia, più del doppio dell’oro e quasi quattro volte più del rame.

I bitcoin hanno dunque un grande peso sull’ambiente. A calcolare il loro impatto ecologico, oggi, è un modello matematico realizzato da tre ricercatori dell’Università tecnica di Monaco e del Mit negli Usa, che hanno valutato le emissioni di anidride carbonica associate alla blockchain di Bitcoin. In questo caso, il processo in questione è la validazione delle transazioni bitcoin, che richiede un hardware specializzato e un’ampia quantità di elettricità e che per questo è legata alla produzione di gas serra. In particolare, gli autori hanno stimato il consumo annuale di energia elettrica di questi movimenti e hanno dimostrato che anche le criptovalute hanno un’impronta non trascurabile sull’ambiente.

La principale critica sollevata circa la sostenibilità di Bitcoin riguarda le enormi emissioni di CO2 (biossido di carbonio) dovute alle complesse operazioni matematiche svolte da potentissimi computer per validare le transazioni. Tali macchine lavorano infatti simultaneamente e in competizione tra loro per una stessa transazione e il “vincitore” viene ripagato con altri bitcoin, così da generare nuova moneta da mettere in circolazione. Questo processo è detto mining e consiste nella creazione di monete virtuali tramite un duro lavoro informatico che sfrutta la capacità di calcolo dei computer invece della forza fisica di un minatore.

Tutto questo hardware consuma un’altissima quantità di elettricità che, come sappiamo, produce gas serra. Il problema deriva dal modo in cui i blocchi aggiuntivi di transazioni vengono connessi alla blockchain preesistente. Tutto ciò, se da una parte permette alti livelli di sicurezza per l’intero sistema, dall’altra è un incentivo a consumare più energia possibile, così da avere più probabilità di aggiungere un blocco alla catena e aggiudicarsi le monete in palio. Per questo motivo, l’uso di computer sempre più efficienti non diminuisce la quantità di energia consumata dal sistema. «Questo processo è associato ad un enorme consumo di energia» - sottolinea Christian Stoll, autore del paper - «che si traduce in una significativa emissione di carbonio». Dall’analisi di varie informazioni e utilizzando gli indirizzi Ip, i ricercatori sono riusciti ad ottenere gli scenari di emissione di gas serra relativi alle attuali postazioni di estrazione e a confrontare le emissioni di carbonio che arrivano dai consumi di minatori di bitcoin in diverse località. Infine, mettendo insieme tutte le informazioni, gli scienziati hanno calcolato il peso complessivo, in termini di anidride carbonica emessa, proveniente da tutte le sorgenti. Con questo modello, hanno stimato un consumo di energia annuale pari a 45,8 Terawattore e un’emissione di carbonio da 22,0 a 22,9 milioni di tonnellate di CO2, pari alla quantità equivalente emessa da Kansas City (una città di quasi mezzo milione di abitanti). Questi valori pongono le emissioni collegate ai bitcoin fra i livelli di quelle prodotte dalla Giordania e dallo Sri Lanka (paesi che si posizionano rispettivamente all’82° e all’83° per emissioni di CO2).

D’altro canto, è pur vero che tutta la smaterializzazione delle operazioni svolte mediante la blockchain evita molti sprechi. In un futuro in cui tutte le transazioni avvenissero online si eviterebbero, infatti, quanto meno: l’utilizzo di plastica per la stampa di carte di credito e tessere bancomat; la carta, l’inchiostro e l’energia necessaria alle macchine per stampare le banconote nella Zecca di Stato; l’uso del metallo e il consumo di energia derivante dal processo di fusione per le monete; il consumo di carburante e tutti i costi di movimentazione del denaro (furgoni blindati); la stampa di tutta la documentazione cartacea che gli istituti di credito sono tenuti a fornire al cliente, sia sotto forma di materiale promozionale che come documenti informativi e contratti.

In conclusione, se da un lato l’utilizzo del sistema Bitcoin potrebbe rappresentare un’alternativa validissima rispetto alla cartamoneta, apportando benefici in termini di tracciamento del denaro e riduzione di materie prime e risorse usate per la moneta stampata, la valuta virtuale ha ancora oggi limiti notevoli nel suo utilizzo nella vita di tutti i giorni e sicuramente non ha pieni voti nell’ambito della sostenibilità. Il meccanismo blockchain e la sua applicazione in Bitcoin potrebbe essere una svolta soltanto nella misura in cui l’intero sistema diventi più familiare ai suoi utenti, maggiormente controllato e si ripensi sulle emissioni correlate all’estrazione e creazione della valuta digitale. Seguiranno sicuramente nuovi sviluppi nei prossimi decenni, miglioramenti nel mondo Bitcoin e valute digitali, nonché nella digitalizzazione più completa dei pagamenti ordinari.

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