L’India in rivolta. Una democrazia messa a nudo dalle proteste contadine

DI GIORGIA SCOGNAMIGLIO

01/03/2021

La rabbia di milioni di contadini, scesi in piazza per protestare contro la riforma agraria approvata dal governo Modi, sta paralizzando l’India ormai da mesi. È tra le crisi maggiori degli ultimi tempi e forse la più grande rivolta contadina che la storia moderna ricordi. L’imposizione del liberismo economico, il massiccio potere delle multinazionali, l’insicurezza alimentare persistente e le ombre di una democrazia che risponde con lacrimogeni, manganelli e censure emergono con forza in questo braccio di ferro tra governo e popolazione civile.

La riforma agraria di Modi e i suoi possibili effetti

Le tensioni in India sono esplose dopo che - il 20 settembre - il governo di Narendra Modi ha approvato tre nuove leggi di stampo liberista per “ammodernare” il settore agricolo, senza alcuna consultazione preventiva con il mondo contadino e i governi locali come previsto dalla Costituzione. Secondo il primo ministro, aumenteranno gli investimenti privati nel settore agricolo, garantiranno una maggiore circolazione dei prodotti all’interno e all’esterno dello Stato e porteranno tanti altri benefici, compreso l’aumento del reddito agricolo.

Si tratta di punti di vista, perché le nuove leggi aboliscono il sistema tradizionale dei mercati “mandi” che per 70 anni ha tentato di proteggere le piccole aziende agricole, i mezzi di sussistenza dei piccoli agricoltori e la sovranità alimentare del Paese. Il sistema, infatti, permetteva ai contadini di vendere i loro prodotti a mercati territoriali regolamentati dallo Stato (i cosiddetti “mandis”) a un prezzo minimo stabilito; gli intermediari a loro volta vendevano alle grandi catene di distribuzione statali i prodotti acquistati. Le scorte strategiche (principalmente di riso e grano) accumulate dal governo venivano poi redistribuite a prezzi bassi alla popolazione più in difficoltà.

La riforma prevede invece che i contadini trattino direttamente con i compratori finali (statali o privati) e senza prezzi di vendita minimi. Ciò li esporrebbe al monopolio dei prezzi dei più ricchi, rendendogli praticamente impossibile mantenere stabilità e uno standard di vita dignitoso. Il rischio, infatti, è che le grandi società agricole e di distribuzione, grazie alla loro posizione di potere, impongano prezzi eccessivamente bassi, finendo per ridurre i contadini in uno stato di povertà e creando condizioni di diseguaglianza ancora più marcate.


Il contesto

In India il 60% della popolazione vive nei villaggi agricoli, il 70% delle famiglie dipende dal lavoro agricolo e l’86% dei terreni coltivati è controllato da piccoli agricoltori. Nonostante ciò, l’inefficienza del settore è secolare, così come il tentativo di deregolamentarlo. Anche il malcontento non ha mai smesso di regnare sovrano all’interno del mondo contadino, costituendo una delle sfide maggiori per il governo Modi, che - da quando è salito al potere nel 2014, anche grazie al voto dei contadini - aveva promesso un’inversione di tendenza nel crollo dei redditi.

L’agricoltura in India, nonostante sia il settore predominante, garantisce solo il 15% del PIL e l’Economic Survey Report 2020 attesta che negli ultimi 5-6 anni la crescita di agricoltura e settori affini è stata scarsa, quasi stagnante (2,9%). E di conseguenza anche la dinamica dei redditi.


La crisi affonda le radici in due momenti storici: la rivoluzione verde (1960/70) tentava di risolvere il problema della povertà e del deficit alimentare introducendo un modello di sviluppo forgiato sui Paesi più industrializzati - basato su tecniche di lavoro standardizzate e intensive, alta intensità di capitale, utilizzo spropositato di sostanze agro-chimiche e produzione monocolturale; poi la globalizzazione e la liberalizzazione imposte da Banca mondiale e Fondo Monetario internazionale, per trasformare il mercato indiano in esportatore di materie prime a basso, bassissimo costo.

Rivoluzione verde e globalizzazione non hanno risolto la povertà e la fame, a dimostrazione della teoria del Premio Nobel per l’Economia indiano Amartya Sen che alla fine degli anni ’90 metteva in evidenza come il problema della sicurezza alimentare non avesse a che vedere con la quantità di cibo disponibile (e quindi con la produzione) ma con il controllo sociale nell’accesso al cibo (e quindi con i rapporti di potere all’interno della società). L’utilizzo massiccio di fertilizzanti e pesticidi, insieme alla diffusione degli “ibridi” (varietà di sementi create con tecniche artificiali) ha aumentato la dipendenza dalle multinazionali produttrici, oltre a causare perdita di biodiversità, inquinamento e degrado del suolo. La dipendenza dalle multinazionali e la necessità di sostenere spese ingenti hanno portato molte piccole aziende agricole a fallire e costretto molti contadini a vendere la propria terra, spesso deprezzata, causando povertà, aumento delle diseguaglianze e crescente urbanizzazione. L’incoraggiamento dell’agricoltura su vasta scala, a danno delle piccole aziende non più competitive, ha spianato la strada al land-grabbing, ovvero l’accaparramento delle terre (spesso senza consenso) da parte di Stati terzi o società private. A ciò si sommano la crescita demografica (secondo le ultime stime, l'India raggiungerà, entro il 2028, 1.45 miliardi di cittadini, avvicinandosi sempre più alla popolazione cinese), la diminuzione delle terre coltivabili, la siccità e gli eventi climatici estremi che non hanno consentito di curare il deficit alimentare né la povertà del mondo contadino, colpito duramente anche dalla pandemia di Covid-19.


Alcuni dati

  • Nel 2019 i casi di suicidio fra contadini sono stati 10.281, spesso relazionati con l’indebitamento personale, contratto per sostenere la difficoltosa attività dei campi, per affrontare malattie e infortuni o per ripagare debiti precedenti;

  • Secondo uno studio del 2018 della Banca nazionale per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (NABARD) il 52,5% delle famiglie di agricoltori è indebitato mediamente per 1.470 dollari. Il peso della restituzione di questi debiti grava particolarmente sulle donne che, spesso prive di proprietà e persino di documenti, si rivolgono a prestatori privati o istituzioni di microfinanza;

  • L’81% degli agricoltori possiede meno di due ettari di terra: appezzamenti insufficienti a sostenere nuclei familiari numerosi, che a volte superano i sette componenti;

  • 2 miliardi di persone non godono di sicurezza alimentare, definita dalla FAO come “la condizione per cui ogni persona in ogni momento ha accesso a un'alimentazione sicura e nutriente, per condurre una vita sana e attiva”;

  • Il 20% della popolazione indiana e oltre il 60% della popolazione rurale è malnutrita;

  • Il 40% dei beni alimentari viene sprecato e non raggiunge i consumatori.

Lo scoppio delle proteste

Le proteste sono partite dagli stati settentrionali del Punjab e dell’Haryana, definite il “granaio dell’India” perché producono circa due terzi di tutto il grano del Paese. A fine novembre si sono estese rapidamente anche negli altri stati, trasformando il malcontento in un movimento nazionale. Marce, guerriglie urbane, blocco della circolazione stradale e ferroviaria hanno paralizzato l’intera nazione. Il 26 gennaio, giorno della Festa della Repubblica, centinaia di migliaia di contadini hanno marciato verso la capitale Nuova Delhi con mezzi agricoli e cavalli ed il sostegno di circa 250 milioni di persone in sciopero. Alcuni gruppi violenti, da cui i leader degli agricoltori si sono dissociati, si sono riversati sul Red Fort (Forte Rosso) - monumento simbolo della vecchia Delhi e patrimonio dell'umanità dall'Unesco - rompendo le barricate della polizia. Le proteste sono proseguite con uno sciopero della fame indetto in concomitanza con l’anniversario della morte del Mahatma Gandhi come segnale della non violenza del movimento.

L’escalation ha portato il governo Modi a proporre la revisione di alcune parti della nuova legislazione e la Corte suprema indiana a suggerire la creazione di un gruppo di mediazione con rappresentanti delle organizzazioni contadine ed esponenti del governo, ritardando di 18 mesi l'entrata in vigore delle leggi. Tuttavia, il mondo contadino ha rifiutato ogni trattativa, deciso a lasciare le piazze solo quando il governo avrà ritirato completamente le leggi e preso provvedimenti per mantenere le piccole aziende agricole competitive sul mercato.


Il protagonismo delle donne

Molte generazioni di contadini si sono unite alle proteste, dai più anziani ai giovanissimi. Ma l’aspetto più rivoluzionario è stato (ed è) il ruolo inatteso delle donne. Da vittime si sono trasformate in protagoniste per cambiare radicalmente il loro ruolo nella società. Non a caso, gli Stati da cui sono partite le proteste sono anche quelli con il maggior numero di stupri, femminicidi e violenze commesse sulle donne.

Secondo Oxfam, in India, l’85% delle donne che vivono in zone rurali sono impegnate nell’agricoltura, ma solo il 13% sono proprietarie della terra. Nonostante la centralità nel mondo rurale, sia per il lavoro della terra che per la gestione del gruppo familiare impegnato nell’azienda agricola, le donne non hanno diritto al possesso della terra e di conseguenza hanno enormi difficoltà ad accedere al credito. L’India, del resto, è uno dei paesi con il più ampio gender gap al mondo. Le donne sanno bene che a farne le spese dell’impatto della riforma Modi saranno soprattutto loro. Ma sanno anche che, proteggendo la condizione dei contadini e il lavoro della terra, potrebbero negoziare e conquistare maggiori diritti.


L’azione repressiva del governo e i segni di una democrazia ferita

Durante le proteste, si sono verificati diversi scontri tra i manifestanti e la polizia, intervenuta con gas lacrimogeni, manganelli, cannoni ad acqua e sabbia per sedare il dissenso. Circa 50 i contadini morti e 500 i feriti. Mentre 120 sono le persone arrestate durante le manifestazioni e 100 le persone dichiarate “scomparse” da gruppi di agricoltori.

Non solo, a dimostrare l’affanno della democrazia indiana è stata la decisione del primo ministro di imporre lo shutdown della rete telefonica e di internet in alcune aree del paese con l’obiettivo di “mantenere la pubblica sicurezza ed evitare situazione di emergenza”.

La strategia ha tentato di gettare caos tra i manifestanti impedendogli di coordinarsi e organizzare nuovi raduni, ma anche di controllare il flusso di informazioni, in modo da oscurare “notizie false” e - soprattutto – i casi di abuso da parte delle forze dell’ordine. Ciò ha suscitato indignazione in tutto il mondo e gettato ulteriore carne al fuoco delle proteste. Lo stesso Congresso Nazionale Indiano, insieme ad altri 15 partiti dell'opposizione, ha condannato in una lettera congiunta il modo “arrogante e antidemocratico” in cui i manifestanti vengono trattati dal governo Modi.

Non è stata di certo una mossa inedita quella di oscurare internet per reprimere il dissenso popolare: sotto il primo ministro Modi l’India è diventata il paese in cui si ricorre di più all’arresto di internet per ragioni di “sicurezza nazionale”. Secondo i dati dell’Internet shutdown tracker, in cinque anni (2015-2020) ci sono stati 435 tagli alla rete, di cui 134 solo nel 2018. Le azioni di repressione non colpiscono soltanto i dimostranti, ma anche giornalisti, attivisti e politici che li sostengono: sono almeno otto le voci note che, dopo aver riportato la notizia delle proteste degli agricoltori, sono state accusate di aver riferito notizie false, diffuso il dissenso e incitato alla rivolta. Il 14 febbraio la Polizia di Delhi ha arrestato la giovane attivista Disha Ravi per il suo presunto ruolo nella stesura e nella diffusione di un documento twittato dall’attivista svedese Greta Thunberg per sostenere la protesta degli agricoltori.

Sono pratiche che hanno fatto precipitare la “più grande democrazia del mondo” nelle classifiche globali del Democracy Index, passando in soli 7 anni di governo Modi dal 27esimo al 41esimo posto.

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