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Come la Cina sta costruendo un nuovo ordine internazionale multilaterale

DI MARTINA ULISSI

15/12/2022

Fin dagli albori della società, grandi nazioni si sono imposte sullo scenario globale e lasciato la propria impronta, forti di uno spiccato potere politico, economico e militare, ma soprattutto di sofisticati sistemi di infrastrutture che espandessero tale potere fino alla creazione di un vero e proprio impero. Sono numerosi gli esempi che la storiografia ci restituisce: da Roma e la sua vasta rete di strade ed acquedotti, all’Impero britannico e le sue bisettrici Cairo - Città del Capo e Londra – Mumbai, senza tralasciare i progetti ferroviari di Russia e Stati Uniti della Transiberiana e della Transcontinentale tra il XIX e XX secolo. Adesso è la volta della Cina, la quale sta affermano la sua posizione di potenza economica globale con la costruzione della nuova Via della Seta, progetto accompagnato da ulteriori ambizioni per il controllo del Mar Cinese Meridionale, dello Stretto di Malacca e l’avvento di una nuova “scramble for Africa”.

La Belt and Road Initiative

Con Deng Xiaoping , per la prima volta, la Cina si apriva al commercio internazionale per ritagliarsi un ruolo di primaria importanza all’interno di uno scenario internazionale multilaterale. Grazie alla tecnologia occidentale, i cinesi acquisirono il know-how necessario per poter produrre da sé quei beni high tech che fino ai primi anni 2000 posizionavano gli Stati Uniti come primo esportatore mondiale. Nel 2014 l’economia cinese sorpassava per la prima volta quella statunitense e ad oggi è la prima esportatrice mondiale, posizione che, accompagnata ad una capacità manufatturiera a prezzi irrisori, le ha assegnato il titolo di “fabbrica del mondo”.


Ma questo primato non sembra essere sufficiente per la Cina, che intende allargare e potenziare i suoi collegamenti commerciali con una rete infrastrutturale di tipo stradale, portuale e ferroviario che attraversa la massa euro-asiatica, l’Africa, il Medio Oriente e l’Asia. Un’iniziativa strategica, quella della “Belt and Road Initiative”, determinata soprattutto a incentivare i Paesi dell'Ue a rivolgere lo sguardo verso Est a scapito del tradizionale legame atlantico.

Il progetto fu annunciato dal presidente Xi Jinping nel 2013 contestualmente alla costituzione della Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB), utile al finanziamento del progetto e di cui la Cina sarebbe il principale socio, avendo contribuito al 30% dei finanziamenti seguito rispettivamente da India e Russia tra i membri regionali e da Germania, Francia, U.K e Italia tra i membri non regionali. La nuova Via della seta del 21° secolo si articola in tre rotte terrestri (che collegano la Cina a Europa, Medio Oriente e Sud-est asiatico) e due marittime (una che dalla Cina si snoda attraverso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso e infine si collega all’Europa; l’altra che connette Pechino alle isole pacifiche attraverso il mare di Cina). Ad oggi, questo sistema di accordi bilaterali e multilaterali che ricalca ed espande l’antica Via della Seta avrebbe creato introiti commerciali superiori a 6.000 miliardi di dollari.


Ulteriori ambizioni

La macchina espansionistica cinese non si ferma alla sola Eurasia, avendo consolidato ormai da anni il suo strapotere nel continente africano. Un commercio bilaterale in crescita del 35% su base annua ha reso la Cina il principale partner commerciale dell’Africa per 12 anni consecutivi. A questo si aggiungono ingenti investimenti infrastrutturali che hanno catturato il continente africano nella cosiddetta “trappola del debito”: la Cina infatti intende essere ripagata e si garantisce la restituzione del debito stipulando clausole spesso svantaggiose per la controparte, le quali possono implicare anche la cessione di parti di territori in cui gli investimenti hanno avuto luogo. Una pratica, questa, a cui era soggetta la stessa Cina nell’800 con la politica dell’Oper Door statunitense. Ci sono anche ragioni politiche dietro al successo di Pechino in Africa: la Cina è riuscita a conquistarsi la fiducia dei suoi partner africani per via del suo passato di nazione colonizzata e applicando una politica di non ingerenza negli affari interni dei paesi nei quali ha investito. La presenza militare cinese si è intensificata nel continente con lo stabilimento della prima base militare cinese al di fuori del territorio nazionale a Gibuti, posizione a dir poco strategica sul Golfo di Aden che consente alla Cina di far sentire la propria presenza lungo la via dei traffici commerciali provenienti da Suez.


Ma Pechino continua ad allargare le sue mire espansionistiche verso il secondo stretto al mondo per traffico marittimo e importanza strategica, da cui transita circa il 40% del commercio mondiale e il triplo del petrolio che transita per Suez. Stiamo parlando dello Stretto di Malacca, un braccio di mare lungo 800 km i cui bordi si estendono lungo Indonesia, Malesia, Singapore e Tailandia e rappresenta non solo la via marittima più breve per il commercio tra attori situati nel Golfo Persico e quelli dei mercati asiatici, ma soprattutto un canale da cui la Cina dipende per il trasporto di quasi la totalità del suo rifornimento energetico. Per la Cina, avere il dominio di questo stretto attualmente sotto controllo di Singapore, non solo aumenterebbe la sua sicurezza energetica, ma ridurrebbe la possibilità di egemonia statunitense nella regione, vista l’importanza che lo stretto ha acquisito per la mobilità commerciale e strategica.


D’altronde la tensione nell’area è stata già fomentata dalla Cina che ha intenzione di trasformare il Mar Cinese Meridionale, anticamera e via d’uscita dello Stretto di Malacca, in un lago interno, rivendicando la propria sovranità su circa l’80% del mare. Il Mar Cinese Meridionale, incastonato fra Vietnam, Malaysia, Indonesia, Brunei, Filippine, Taiwan e Repubblica Popolare Cinese, è attualmente teatro di dispute territoriali internazionali fra la Cina e i suoi vicini. Sono soprattutto le isole artificiali negli arcipelaghi Paracel e Spratly ad essere oggetto di contesa per la loro posizione su vasti giacimenti di petrolio e di gas naturale. Con il mondo distratto dall’epidemia di coronavirus, la Cina ha intensificato le sue incursioni nel mare, che si traducono in scontri con le imbarcazioni dei contendenti, speronamenti e trasferimento di mezzi militari sugli isolotti artificiali.


Conclusioni

La Cina sta plasmando un mondo in cui la ricchezza e i debiti saranno le sole armi utili per imporsi, in alcuni casi utilizzando quelle stesse tecniche di estorsione di cui il paese stesso fu vittima da parte delle potenze coloniali del XIX secolo. L’intento di attrarre a sé gli interessi dell’Europa, l’influenza finanziaria con cui tiene sotto scacco l’Africa, il controllo di snodi marittimi strategici ed i vasti rapporti commerciali che la Cina sta velocemente tessendo al di fuori dell’Asia, sono tutte azioni che accomunano un solo obiettivo, ormai chiaro: creare un ordine internazionale alternativo a quello unilaterale occidentale, un ordine internazionale multilaterale in cui la Cina sia protagonista indiscussa.


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