Verso la normalizzazione dei rapporti con Israele

DI ANNALISA GUARISE

19/12/2020

Il conflitto israelo-palestinese era stato fino ad ora interpretato come paradigma del sentimento mediorientale nei confronti dell’occidente, ma adesso la progressiva erosione del supporto alla causa, attraverso l’avvicinamento di numerosi attori ad Israele, sembra suggerire un cambio di rotta.

L’11 dicembre 2020, il Regno del Marocco ha riconosciuto formalmente lo Stato di Israele, avviandosi così - dopo Emirati Arabi Uniti, Regno del Bahrein e Repubblica del Sudan - alla normalizzazione dei rapporti con lo stato ebraico. L’inizio delle relazioni diplomatiche tra Marocco e Israele è stato (come per gli altri paesi citati) apertamente mediato, orientato e soprattutto sponsorizzato dal Presidente americano uscente Donald J. Trump che, durante la sua amministrazione, ha tentato di rilanciare un nuovo ordine nella regione. Il suo progetto è cominciato con l’annuncio, a inizio 2020, dell’“Accordo del Secolo”: un piano d’azione per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Gli “Accordi di Abramo’’, siglati il 15 settembre tra Israele, EAU e Bahrein, vanno dunque collocati entro una prospettiva più ampia: per Trump, hanno determinato ‘’l’alba di un nuovo Medio Oriente’’. In questo senso, l’ulteriore adesione di Sudan e Marocco e l’apertura dell’Arabia Saudita verso Israele sembrano effettivamente ridisegnare gli assetti di una regione a cui, sin dalla disgregazione dell’Impero Ottomano, sono state imposte dinamiche tutte occidentali, che raramente hanno trovato un riscontro effettivo. Il conflitto israelo-palestinese era stato fino ad ora interpretato come paradigma del sentimento mediorientale nei confronti dell’Occidente. Adesso, però, la progressiva erosione del supporto alla causa, attraverso l’avvicinamento di numerosi attori a Israele, sembra suggerire un cambio di rotta.


Evoluzione della narrativa nei confronti di Israele

Nel 1945 Egitto, Libano, Iraq, Siria, Arabia Saudita e Transgiordania davano vita alla Lega Araba. Lo scopo di questa unione di intenti era, al tempo, rivendicare e promuovere l’indipendenza dei popoli arabi ancora sottoposti ad una formale od informale dominazione coloniale. Accomunati dalla volontà di opporsi alle costanti ingerenze occidentali, questi paesi avevano individuato ben presto nella questione palestinese l’emblema dello scontro tra volontà indipendentiste ed incessanti interferenze straniere.

Lo Stato di Israele nasceva nel 1948 con la Risoluzione 181; partorito, dunque, come atto di volontà delle Nazioni Unite: un tentativo di espiazione del mondo occidentale coinvolto nel secondo conflitto mondiale, spinto dalla responsabilità morale generata dal peso dell’Olocausto. Come stabilito dalla risoluzione, la regione palestinese veniva spartita tra uno stato arabo ed uno stato ebraico, mentre Gerusalemme veniva internazionalizzata. La reazione dei paesi arabi in risposta alla forzata cessione di territori palestinesi fu immediata, ma già il primo conflitto israelo-palestinese, apertosi immediatamente nel 1948, dimostrò la mancanza di coesione sul fronte arabo: Israele riuscì infatti a scendere a patti con uno dei paesi nemici, la Transgiordania, concludendo un accordo di pace che prevedeva alcune cessioni territoriali.

Una rinnovata spinta all’unità di fronte al comune avversario occidentale fu sostenuta da Gamal Nasser, postosi a guida dell’Egitto a metà anni ’50. Rivendicando sin da subito la piena autonomia egiziana, Nasser iniziò anche a farsi portatore di un’ideale che superava i confini nazionali: in nome di un panarabismo del quale si fece portavoce, tentò di far convergere le varie volontà politiche arabe al fine di rimuovere, in maniera definitiva, qualsiasi forma di ingerenza occidentale, identificata concretamente nello Stato di Israele.

Venne dunque vissuto come un profondo tradimento alla causa quando fu l’Egitto il primo paese arabo a normalizzare i rapporti con lo stato ebraico. Alla morte di Nasser, la guida dell’Egitto era passata sotto la leadership di Muhammad Anwar al-Sadat, che, percepito come una figura meno carismatica ma più lungimirante di Nasser, comprese durante la Guerra dello Yom Kippur del ‘73 come l’alleato sovietico, a cui lo stato egiziano si era affidato sin dalla Crisi di Suez, non avrebbe mai spalleggiato l’Egitto fino ad arrivare alla completa distruzione di Israele. Presa coscienza dell’inutilità del rapporto con l’URSS, Sadat compì uno sconvolgente cambio di rotta in politica estera: portò l’Egitto nel campo filoamericano, arrivando, di conseguenza, a riconoscere lo Stato di Israele. Gli Accordi di Camp David del 1978 siglarono la pace tra Egitto ed Israele, ponendo le premesse per un cambiamento che negli ultimi mesi si sta facendo più consistente.

Continuando a muoverci in ordine cronologico, prima di inoltrarci nelle vicende più recenti, arriviamo al 1994, anno in cui è stata la Giordania ad intraprendere relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele. Tra i primi difensori della causa palestinese, il Regno di Giordania ha voluto in ogni caso assicurarsi un alleato influente, in grado di fornirgli supporto strategico nella lotta al terrorismo. Dall’altra parte, Israele ha potuto da allora contare sulla capacità della Giordania di contenere l’importante percentuale di popolazione palestinese che risiede all’interno dei suoi confini nazionali, dove è stata costretta ad emigrare in seguito agli scontri del ’48.

Alla luce di questa ricostruzione degli eventi, il fatto che altri quattro attori mediorientali nel corso di pochi mesi abbiano riconosciuto lo stato ebraico risulta ancora più significativo.

Sotto spinta dell’amministrazione Trump, sono stati gli Emirati Arabi Uniti, ufficialmente ad agosto 2020, i primi a riprendere la tendenza appena individuata. Attraverso la firma degli “Accordi di Abramo” tra EAU e Israele, si è giunti all’impegno dello stato ebraico di sospendere l’annessione di parte dei territori palestinesi della Cisgiordania, occupati da Israele sin dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967: in questo modo, Netanyahu ha rinunciato ad una fallimentare campagna di annessione, vendendola come rinuncia necessaria per ottenere un forte alleato; dall’altra parte, gli EAU hanno potuto portare avanti i loro interessi strategici senza essere additati come traditori della causa palestinese.

Il Bahrein, sempre su impulso americano, ha seguito dopo poche settimane la scelta degli EAU. Paese geograficamente contenuto e non confinante con i territori palestinesi, il Bahrain va però considerato come attore significativo per il suo rapporto di vicinanza e dipendenza dall’Arabia Saudita, vera potenza della regione, da sempre tra i maggiori difensori della causa palestinese: senza l’informale benestare dei sauditi, il paese del Golfo Persico non avrebbe di certo concluso l’accordo per il riconoscimento di Israele. A inizio settembre, infatti, l’imam della Grande Moschea di La Mecca, in Arabia Saudita, aveva pronunciato quello che è stato poi ridefinito “sermone della normalizzazione’’, approcciando un tentativo di apertura verso il popolo ebraico.

Il Sudan si è invece avvicinato a Israele in ottobre, dopo che gli USA lo hanno rimosso dalla lista dei paesi sostenitori del terrorismo. Ciò potrebbe permettere al Sudan, al momento in piena transizione dopo la recente caduta del decennale regime di al-Bashir, di accedere a fondi ed aiuti internazionali necessari per riassestare il paese dopo le sanguinose proteste popolari, culminate nella destituzione dell’ormai ex Presidente.

Ultimo, per adesso, il Marocco, che ha ottenuto dalla normalizzazione dei rapporti con Israele il riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale: regione nordafricana contesa tra il Marocco e il movimento indipendentista del Fronte Polisario sin dagli anni Settanta, ancora considerata dalle Nazioni Unite come territorio non autonomo. In questo senso, il riconoscimento statunitense a favore del Marocco comporta un’importantissima vittoria per lo stato magrebino.


Le motivazioni implicite

Se in passato alcuni dei rapporti con Israele si sono stabilizzati seguendo dinamiche interne alla regione, le più recenti iniziative non sono state del tutto autonome, ma guidate dal patrocinio americano. Per questa ragione, è possibile indagare le motivazioni che hanno spinto l’amministrazione Trump ad agire in Medio Oriente seguendo direttive specifiche. Molti dei Paesi che hanno avviato rapporti con lo stato ebraico condividono, su tutti, un nemico preciso, la cui importanza strategica supera anche l’irrisolto astio per Israele, dettato ormai da fervori ideologi che sono andati assopendosi nel corso del tempo: l’Iran. Comune nemico di USA e Israele, oltre che di Arabia Saudita ed EAU, ha determinato la creazione di un fronte anti-iraniano, indispensabile, dal punto di vista statunitense, per contenere la minaccia della Repubblica Islamica. Davanti alla necessità di un progressivo disimpegno nell’area mediorientale, gli USA hanno tentato di costituire una solida alleanza geostrategica in grado di continuare a tutelare gli interessi americani anche a fronte di un parziale ritiro dal territorio. Hanno ottenuto, in questo modo, una copertura strategica che gli potrebbe permettere, in futuro, di concentrare i propri sforzi ad oriente, verso il crescente avversario cinese.

A questo si aggiunge, in particolare dalla prospettiva di Abu-Dhabi, il desiderio di rafforzare l’asse anti-turca. Applicando dunque la logica de ‘’il nemico del mio nemico è il mio amico”, sempre nell’estate del 2020, c’è stato anche un inaspettato ma prevedibile avvicinamento tra Turchia e Iran, che hanno siglato un memorandum d’intesa promettendosi un’implementazione della collaborazione in campo diplomatico.


Quale futuro per lo scenario mediorientale?

L’evolversi della situazione resta incerto, poiché molti fattori possono ancora determinare esiti completamente differenti.

Vi è naturalmente la questione del recente cambio di presidenza negli USA, con l’incognita della politica estera di Joe Biden nella regione. Non è infatti scontato che il presidente eletto mantenga lo stesso approccio del suo predecessore, ed anche se questo difficilmente significherebbe un conseguente disimpegno nel territorio, il modus operandi potrebbe cambiare. Si potrebbe, ad esempio, garantire un seguito all’eredità dell’ex presidente Obama, che con l’Iran aveva concluso un accordo sul nucleare: nel ruolo di Vicepresidente proprio al tempo della conclusione del JCPOA-Joint Comprehensive Plan of Action, Biden si era fatto attivo promotore della proposta tra i colleghi democratici. Dallo stesso accordo, gli USA si sono ritirati unilateralmente nel 2018 per decisione dell’amministrazione Trump, che ha successivamente ripristinato le sanzioni economiche ai danni dello stato persiano. Particolarmente delicate saranno quindi le scelte di Biden in riferimento ai rapporti con l’Iran, soprattutto dopo l’aumento delle tensioni dettate dall’uccisione, il 27 novembre di quest’anno, del direttore del programma nucleare iraniano, di cui la Repubblica Islamica accusa il Mossad, l’intelligence israeliana. Ad ogni modo, nel corso della campagna elettorale, il futuro presidente americano non si è mai sbilanciato in modo troppo dettagliato riguardo la politica estera che la sua amministrazione deciderà di intraprendere.

Inoltre, fondamentali saranno certamente le risposte degli altri attori mediorientali di fronte a questi cambiamenti. Da un lato, il rancore per Israele potrebbe venire accantonato, mentre il peso della causa palestinese continuerà parallelamente a scemare. Ciò potrebbe comportare l’ampliamento della base di paesi favorevoli all’apertura a Israele e agli USA, garantendo di conseguenza la nascita di un fronte compatto che più largamente rappresenterà gli interessi statunitensi nella regione. Dall’altro, il tradimento di una battaglia storica contro le ingerenze occidentali potrebbe invece determinare l’insorgere di una reazione ideologica radicalizzata. In questo caso, il rischio della ripresa di una nuova fase di esteso conflitto sarebbe concreto, e oltre a rende impossibile qualsiasi disimpegno americano, riaprirebbe a una nuova stagione di grave instabilità regionale. In entrambi i casi, l’esito sarà determinato ancora una volta da intromissioni occidentali, che costringeranno gli attori locali a riorganizzarsi in risposta a un nuovo ordine regionale stabilito a migliaia di chilometri di distanza.

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