UN ANNO SENZA ASSAD: ANALISI COSTI BENEFICI AD UN ANNO DALLA CADUTA DEL REGIME

Rosario Macrì
03/03/2026
A un anno dalla caduta del regime di Al-Assad, la Siria si trova sospesa tra speranze di stabilizzazione e nuove fragilità interne. Fra tensioni etniche, ricostruzione e il riposizionamento di attori come Turchia, Russia, Iran e Israele, il Paese affronta una transizione complessa e in salita.
UN ANNO SENZA ASSAD: ANALISI COSTI BENEFICI DOPO LA CADUTA DEL REGIME
Le immagini che giungono da Damasco trasmettono gioia e serenità. Si celebra la "Pace" e "l’unità" Siriana ritrovata dopo cinquantaquattro anni di regime baathista, guidato prima da Hafiz al-Assad e poi da Bashar al-Assad. A un anno dalla fuga di Bashar al-Assad a Mosca, è necessario tirare le somme del regime change avvenuto tra il 7 e l’8 dicembre 2024 in Siria. L’ascesa al potere dei ribelli ha finora portato a inevitabili frizioni interne tra i diversi gruppi etnici, croniche crisi idriche ed elettriche, oltre a evidenti dubbi, sul piano internazionale, legati alla credibilità del Paese. Persistono timori che la Siria possa solo passare nelle mani del prossimo gruppo assetato di potere, pronto a reprimere nel sangue le radicate lotte interne. Ma procediamo con ordine, con una ricapitolazione di quanto avvenuto. Nella notte fra il sette e l’otto dicembre 2024 le forze ribelli, congiuntamente a diverse milizie insorte, hanno lanciato l’offensiva finale che in poco tempo ha catturato la città di Homs e le regioni di Quneitra e Daraa, tranciando così le vie di comunicazione con la costa e mettendo in difficoltà le forze di Assad. I ribelli sono poi entrati a Damasco occupando i punti chiave come l’aeroporto, il palazzo presidenziale e le sedi di radio e TV, sancendo de facto il passaggio del controllo del Paese nelle loro mani. Al termine di queste cruente giornate, si apre così una nuova fase della storia siriana. Essa è caratterizzata dalla necessità di riconciliazione nazionale, riassetto del potere, rientro dei rifugiati e ricostruzione del Paese.
LA SITUAZIONE 365 GIORNI DOPO ASSAD
Ahmed al-Sharaa — leader di Hayat Tahrir al-Sham — è stato nominato presidente ad interim il 29 gennaio 2025 dal comando generale delle operazioni militari. Ha così inaugurato una fase transitoria che si protrarrà per i prossimi cinque anni. In questo periodo, il governo si è impegnato a ricomporre una scena politica molto frammentata. Ha dato il via a un processo di integrazione dei diversi gruppi armati e delle principali componenti etniche nelle istituzioni statali. Tra questi attori figurano anche le milizie curde legate alle SDF (Syrian Defence Force). La loro inclusione rappresenta uno dei nodi più delicati per la futura stabilità del Paese. Nonostante tali intenti, molte aree della Siria rimangono instabili. Gli scontri nel nord tra SDF e forze turche, così come le violenze settarie contro gli ex fedelissimi di al-Assad, testimoniano il permanere di profonde divisioni interne. A ciò si aggiunge il ruolo attivo esercitato da attori esterni — Stati Uniti, Israele e Turchia — che continuano a influenzare le dinamiche sul terreno mantenendo operazioni militari lungo le zone di confine. Secondo i dati di ACLED, nei primi undici mesi del 2025 si sono registrate oltre 4.670 vittime civili a seguito di episodi violenti. Si è verificato un calo complessivo degli scontri rispetto al 2024. Nello stesso periodo Israele ha compiuto più di 150 attacchi — tra bombardamenti aerei e d’artiglieria — motivati dal timore di una possibile riorganizzazione di gruppi ostili nelle aree limitrofe alle alture del Golan. In questo contesto, la tregua tra le varie fazioni rimane estremamente fragile. Le prospettive di ricostruzione non appaiono incoraggianti, con stime della Banca Mondiale che si aggirano intorno ai 216 miliardi di dollari. Si profila dunque un quadriennio particolarmente complesso per il presidente al-Sharaa. È chiamato da un lato a ristabilire la credibilità internazionale della Siria e dall’altro a preservare i già precari equilibri interni necessari per proseguire la ricostruzione di un Paese segnato da undici anni di conflitto.
RESTA ANCORA MOLTO DA FARE
Non è tutto oro quel che luccica e in Siria molto resta ancora da fare. Partendo dalle spaccature ideologiche interne allo stesso esercito siriano. La prima parte, vicina ad al-Sharaa, percepisce lo stato islamico come un nemico da eliminare. Per fare ciò è anche pronta ad allearsi con gli USA per ottenere aiuti militari o supporto d’intelligence. Un'altra parte, invece, non accetta il cambio di rotta e si rifà a quando al-Sharaa era un importante comandante jihadista. Risulta evidente la necessità di trovare una sintesi per accordare le parti sul campo. Negli ultimi mesi, la Siria ha visto un significativo aumento dei flussi di ritorno, rendendo sempre più necessario un equilibrio interno. L’UNHCR segnala che da dicembre 2024 ad oggi sono stati più di 1,2 milioni i rifugiati che sono rientrati nel Paese. Essi provenivano nello specifico da Turchia, Libano e Giordania. Inoltre, i milioni di sfollati interni ed ex prigionieri del regime hanno potuto far rientro presso le rispettive regioni d’origine. Nonostante le notizie positive sui rientri, resta ancora molto da fare e molti sono restii a tornare a causa della diffusa instabilità interna. Infatti, più di 16,5 milioni di persone ad oggi restano private dell'accesso ai servizi essenziali come luce e acqua nelle maggiori città. Soprattutto nel nord-est della Siria, persistono tensioni legate ai curdi, oltre ai miliziani dell’ISIS che iniziano a rialzare la testa.
I NUOVI PARTNER
Dal crollo del regime di Assad, la Siria ha smesso di essere un alleato stabile dell’Iran. Finendo per diventare terreno di un fragile equilibrio fra potenze rivali. Così si sono riposizionati i diversi attori internazionali.
• Turchia: È il reale vincitore sulla scena. Ha sostenuto l’ascesa di al-Sharaa, ripulendo la sua immagine. Ha ottenuto ciò che da decenni desidera, ovvero la sicurezza dei confini. Inoltre, spinge per una riduzione dell’amministrazione curda nel nord-est e gli appalti per la ricostruzione sono quasi totalmente in mano a ditte turche, cementando così l’asse turcosiriano.
• Russia: Esempio di realpolitik, Mosca ha sacrificato Assad per mantenere le basi presenti (Hmeimim e Tartus, che sono vitali per una proiezione strategica sul Mediterraneo). Lo ha fatto in cambio della garanzia di non interferire nella vita politica siriana. Dunque, il Cremlino vede un drastico ridimensionamento della sua presenza nel paese.
• Iran: Perde il ponte terrestre che gli permetteva di inviare armi ad Hezbollah. Il governo siriano è fortemente ostile all’influenza sciita e ha proceduto a smantellare le reti della Guardia Rivoluzionaria che adesso si limita alla destabilizzazione delle aree di confine.
• Israele: Ha approfittato del temporaneo vuoto di potere per imporre sicurezza. L’IAF ha condotto una campagna sistematica per bombardare ogni residuo degli arsenali siriani, al fine di evitare che finissero nelle mani sbagliate. Sulle alture del Golan ha esteso la zona cuscinetto. L’equilibrio di questa zona dipende dalla capacità delle SDF di tenere lontano l’Iran dal confine sud, creando così un tacito patto di non aggressione. La Siria di oggi è liberata ma a sovranità limitata, con dei vicini diffidenti che ne sorvegliano i confini e la necessità di ritrovare un equilibrio interno che ne possa garantire lo sviluppo politico-sociale. Ma la transizione democratica ha un costo importante per la Siria, dopo decenni di autocrazia ed affidamento su politiche mono produttive legate al captagon, non può affrontare in maniera autonoma. Il rischio concreto è che la ricostruzione diventi il nuovo campo di battaglia dove si decideranno le sorti del paese: chi metterà a disposizione i fondi necessari sarà il game changer per intere regioni. La fine dell’impero di Assad ha terminato una lunga e cruenta guerra civile, ma senza un piano serio di sviluppo slegato da interessi strategici stranieri , la pace ritrovata rischia di essere solo effimera.
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