Siria, 10 anni dopo

DI CARLO TOSI

28/03/2021

Nel marzo del 2011 aveva inizio la guerra civile siriana che avrebbe portato, secondo l’ONU, alla «più grande catastrofe umanitaria dalla Seconda guerra mondiale». Oggi la Siria è diventata un inferno

Dopo 10 anni di guerra, il coinvolgimento di diverse potenze straniere e la recente pandemia da Covid-19 della Siria è rimasto molto poco. Su una popolazione totale di poco più di 17 milioni di abitanti, più di 6 milioni e mezzo sono fuggiti all’estero e di questi 3,5mln sono bloccati in Turchia. Altri 6,7 mln sono sfollati interni. La povertà è endemica: oltre l’80% non arriva alla soglia del reddito minimo e secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) 11,7 mln di persone necessitano di qualche forma di assistenza o protezione umanitaria.


Le proteste e il lontano 2011

Il 15 marzo del 2011 vengono organizzate a Damasco, e in diversi città della Siria, le prime grandi proteste contro il presidente Bashar Al-Assad. Iniziate qualche giorno prima a Daraa, nel sud del Paese, dove le forze di sicurezza avevano arrestato quindici ragazzi con l’accusa di essere gli autori di graffiti contro il governo apparsi sui muri della loro scuola, molto presto le sommosse popolari si espandono in tutto il Paese. In particolare dopo che, nel tentativo di sedare i disordini sul nascere, le forze armate uccidono quattro manifestanti.


La sommossa popolare nasce dall’insofferenza verso il regime sempre più autoritario, definito in un articolo riportato da Internazionale e scritto da Yassin al Haj Saleh, scrittore e dissidente siriano, una «tanatocrazia, ovvero il governo per mezzo della morte violenta dei governati». Un regime, secondo lo scrittore «progettato in modo da negare alla popolazione la capacità di prevedere e pianificare il proprio futuro, ricoprendo il ruolo di una divinità indecifrabile», in cui «il carcere non è mai stato un’istituzione legale» ma «politica».


Le proteste si ispirano anche alle primavere arabe, le grandi manifestazioni esplose nei mesi precedenti in Egitto e Tunisia, che nel giro di due anni coinvolgono gran parte del Medio Oriente e del Nord Africa.


Dopo aver registrato i primi morti, l’opposizione al regime decide, nel luglio del 2011, di rispondere con le armi. Alcuni reparti dell’esercito regolare siriano si uniscono persino ai manifestanti. Nasce così il Free Syrian Army (FSA).


In un primo momento il regime di Bashar Al-Assad mostra timidi segni di apertura alle rivendicazioni popolari. In modo subdolo fa quindi credere di accettare un percorso di riforme permettendo le dimissioni del governo. Tuttavia, ben presto inasprisce la repressione e l’uso della forza.


La guerra per procura

Nell’estate del 2012 i ribelli conquistano sempre più territori e i curdi, la minoranza etnica presente nel nord del Paese, secedono informalmente dal regime partecipando anch’essi al conflitto armato contro Assad, nella speranza di creare un territorio autonomo nel nord del Paese. È in quei mesi che il conflitto tra regime e oppositori si trasforma in guerra per procura. Una guerra in cui le fazioni sul campo di battaglia rispondono e ricevono l’appoggio di soggetti terzi – statali e non –, che perseguono interessi propri.


L’Iran, in virtù dell’alleanza implicita creatasi tra paesi sciiti (e in opposizione ai paesi sunniti), invia sostegno logistico al regime. Dall’altra parte le monarchie del Golfo spediscono denaro e armi ai ribelli. L’interesse dell’Iran sulla Siria viene esplicitato con l’apparsa di guerriglieri della milizia Hezbollah al fianco delle truppe di Assad. Hezbollah, letteralmente Partito di Dio, è un partito sciita che opera, con tanto di milizia armata al seguito, nel vicino Libano.


Nel 2013 le ostilità medio-orientali tra sciiti e sunniti si ripercuotono sul suolo siriano. I primi sostengono il regime di Assad, i secondi i ribelli, creando un vero e proprio stallo, che non farà altro che protrarre la guerra fino ad oggi. A pagarne il costo più alto sarà soprattutto la popolazione, vittima di questo particolare equilibrio regionale.


Le armi chimiche

Nell’agosto del 2013 il regime di Assad utilizza per la prima volta armi chimiche per colpire i ribelli. Gas sarin e bombe al cloro vengono usate per bombardare indistintamente civili e militari. Le condanne internazionali sono univoche e a seguito della pressione esercitata dall’opinione pubblica Obama, all’epoca presidente degli Stati Uniti, permette l’invio di denaro ed agenti della CIA su territorio siriano per addestrare i ribelli. Come riflesso condizionato la Russia si schiera in difesa di Assad.


La nascita dell’ISIS

Nel 2013 nasce la più famosa e citata organizzazione terroristica. L’ISIS, acronimo di Stato islamico di Siria e Iraq (Islamic state of Siria and Iraq), in poco tempo riesce a conquistare la zona nord-est della Siria e parte dell’Iraq fino a proclamare, nel giugno del 2014 un vero e proprio stato, chiamato Califfato. Con capitale Mosul (in Iraq) e regole ferree di disciplina sunnita.

L’organizzazione insegue e persegue il cosiddetto jihad, la guerra santa per espandere, in nome di Dio, l’islam al di fuori dei confini del mondo musulmano.


Il califfo e fondatore, Abu Bakr al Baghdadi, rimane per diversi anni il terrorista più temuto e ricercato. Verrà ucciso nei pressi nel nord della Siria, vicino a Idlib, solo nell’ottobre del 2019 da un raid aereo americano.


L’ISIS era inizialmente affiliata alla più grande e famosa al-Qaeda, l’associazione terroristica islamica fondata da Osama Bin Laden. A seguito di divergenze col leader e spinta dall’aumento di potere la branca irachena di al-Qaeda decide di tagliare i legami con l’associazione madre per creare un proprio gruppo autonomo. Dal 2013 in poi le due organizzazioni, per quanto simili, si combattono per diversi anni. Ma, almeno in Siria e Iraq, è l’ISIS ad avere la meglio.


L’ISIS porta avanti la sua campagna principalmente contro i curdi e i ribelli al regime di Assad. Il suo rapido allargamento territoriale costringe gli Stati Uniti a spostare il focus dei suoi sforzi e delle sue risorse. Gli aiuti americani vengono spostati ed indirizzati esclusivamente ai gruppi ribelli che combattono lo Stato Islamico e non più Assad.


La balcanizzazione della Siria

Dal 2014 in poi, la Siria diventa una vera e propria polveriera. Progressivamente, Russia e Stati Uniti si impegnano sempre più direttamente nel conflitto. L’aviazione russa aiuterà il regime di Assad a riconquistare i territori perduti; quella statunitense ad aiutare i curdi nella guerra allo Stato Islamico. Interviene poi anche la Turchia, preoccupata dalla brillante risposta dei curdi nel nord-est della Siria. Lo Stato turco considera infatti i curdi siriani come affiliati al Partito dei Lavoratori curdi in Turchia, riconosciuto anche dall’Unione Europea come gruppo terroristico. La minoranza riesce infatti, grazie all’iniziale appoggio degli Stati Uniti a creare una sorta di stato autonomo filo-democratico nel nord-est della Siria, proprio al confine con la Turchia. Un esperimento unico nel suo genere che però viene ben presto strozzato dall’invasione dell’esercito di Recep Tayip Erdogan.


Nella confusione siriana fa ingresso anche Israele. Il piccolo stato invade e occupa le alture del Golan nel sud della Siria per opporsi all’espansione della milizia Hezbollah legata all’Iran e nemico storico di Israele.


La Siria oggi

Dopo 10 anni di conflitto si è arrivati ad una tregua nel 2019 che, seppur a singhiozzo ancora oggi resiste. Le parti in causa sono rimaste le stesse, tuttavia l’ISIS ha visto ridursi significativamente il suo potere, quasi a scomparire del tutto (in Siria ed Iraq). Il regime di Assad ha riconquistato la maggior parte dei territori un tempo in mano ai ribelli (oggi controlla circa i 2/3 della Siria). Queste zone del paese sono in realtà controllate dalle milizie alleate al regime e da truppe straniere non regolari. Come i mercenari russi del gruppo Wagner, accusato di operare in nome e per conto della Russia. ma sotto il falso ombrello dell’azienda privata.


La zona a nord della Siria rimane il luogo più problematico. Nella provincia di Idlib (nord-ovest) rimangono gli ultimi ribelli, difesi della Turchia e minacciati dall’aviazione russa alleata di Assad. Tra loro sono presenti numerosi gruppi estremisti. A nord-est, invece, la Turchia controlla una fascia di terra lunga più di 480km (buona parte del confine tra Siria e Turchia) e che si incunea per 40km in territorio siriano, in quelle zone dove fino a poco tempo fa vivevano i curdi. L’esercito turco ha invaso questa striscia per dislocare parte dei milioni di siriani che tra il 2011 e il 2019 sono fuggiti e hanno trovato riparo in Turchia.


Dopo l’elezione di Donald Trump gli Stati Uniti hanno rotto il legame con la minoranza curda, lasciandola in balia dell’invasione turca. Di fatto la potenza americana ha applicato un sostanziale disimpegno militare dalle zone più calde della Siria.


La crisi umanitaria e il primo processo

Ad oggi, i dati sulla Siria mostrano una realtà infernale. Le stime sul tasso di povertà oscillano tra l’80% e il 90% nel 2019. La lira siriana ha subìto una pesantissima svalutazione. 12 milioni di siriani sono migrati, di cui 6,6mln verso l’estero e 6,7mln sfollati interni. Secondo Amnesty International ci sono oltre 100.000 dispersi.


Le testimonianze e il prezioso lavoro condotto dalla Commissione per la giustizia internazionale e la responsabilità (CIJA) e dall’Osservatorio siriano sui diritti umani dimostrano come i metodi autoritari e violenti che nel 2011 hanno fatto nascere le proteste oggi sono ancora presenti e persino più cruenti.


In particolare, secondo Bill Waley, avvocato e esperto in giustizia internazionale, nonché collaboratore della CIJA «i documenti dimostrano che Bashar al-Assad e la cerchia di potere a lui più vicina sono responsabili della morte di migliaia di persone». In un articolo apparso su Repubblica, Waley rincara: «ci sono prove schiaccianti di atrocità di massa, le più chiare che mi sia capitato di vedere in tanti anni di lavoro».


Parole, queste, che confermano le testimonianze che in questi giorni i giudici tedeschi stanno raccogliendo nel processo in corso a Coblenza, in Germania. La Siria non ha aderito alla Corte Penale Internazionale, facendo sì che i crimini commessi nel Paese possano essere portatati davanti alla Corte internazionale solo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Finora, tuttavia, Cina e Russia hanno bloccato ogni tentativo in questo senso.


Il processo di Coblenza sfrutta quindi il principio della giurisdizione universale, che permette allo Stato tedesco di perseguire legalmente chi viene accusato di crimini contro l’umanità anche se i reati non sono legati in qualche modo alla Germania.


I primi due imputati sono stati Anwar Raslan e Eyad al-Gharib. Raslan, fuggito in Germania negli anni scorsi, era un generale del regime di Assad ed è accusato di complicità nella tortura di almeno 4mila detenuti fra il 2011 e il 2012. In 58 di questi casi le torture hanno portato a morte accertata. Al-Gharib era invece un suo sottoposto: ha partecipato a 30 casi di tortura e lo scorso 24 febbraio è stato condannato a quattro anni e mezzo di carcere. Sebbene considerata come pena lieve, la condanna è stata accolta con favore dalla comunità siriana.


Gli esperti della CIJA hanno raccolto centinaia di documenti che certificano come il «regime siriano ha documentato passo passo i suoi sforzi per reprimere la ribellione pacifica prima e vincere la guerra civile che ne è seguita poi» come riporta il quotidiano La Repubblica.


Dai documenti emerge come già da prima del 2011 la giustizia fosse del tutto inesistente. Feras Fayyad è uno dei testimoni più preziosi. Il regista siriano del documentario The Last Man in Aleppo, che racconta l’incredibile storia dei White Helmets, i gruppi di soccorso civile, ha raccontato in diverse occasioni la totale mancanza di diritti, in particolare dei detenuti.


Yassin al Haj Saleh sulle pagine di Al Jumhurriya poi tradotte da Internazionale ha descritto in questo modo il sistema carcerario: «i prigionieri non sono mai rilasciati davvero: la loro scarcerazione non è altro che un passaggio a una cella molto più grande. Il regime stesso rappresenta così la situazione, parlando di “amnistia presidenziale” ogni volta che qualcuno esce di prigione. Non sei fuori dal carcere perché è un tuo diritto, ma perché il misericordioso e paterno presidente si è degnato di graziarti». E ribadisce che in Siria «il carcere non è più un’eccezione, un’esperienza infelice che colpisce una minoranza di persone. È diventato la regola, la legge generale sotto cui vive l’intera popolazione».

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