Un'industria altamente problematica

DI LAURA NOAH PESAVENTO

18/10/2021

Se si vuole comprendere l’accaduto è però necessario metterlo in prospettiva storica. Quello che si sta verificando è una diminuzione della rilevanza geopolitica di un paese militarmente, economicamente, e politicamente importante; abituato ad essere al centro delle massime decisioni a livello internazionale.

Dati alla mano

La richiesta di carne per il consumo ha subìto una forte impennata a partire dal 1961, con una produzione attuale che tocca le 341 milioni di tonnellate l'anno. Per rimanere al passo con la domanda, la produzione è diventata massiccia al punto che il numero di animali allevati annualmente a livello globale raggiunge i 70 miliardi. In più, il 70% della carne di pollame, il 50% di quella di maiale, il 40% di quella bovina e il 60% delle uova vengono prodotti in allevamenti intensivi.

Il consumo di carne annuo pro capite è pari a 80 kg in Europa e nello specifico 79 in Italia. In Europa ogni anno si uccidono 248 milioni di maiali, 7,2 miliardi di polli e 25 milioni di bovini. Guardando alla popolazione italiana, nell'ultimo decennio questa ha diminuito la richiesta pro capite annua del 26% di carne bovina, circa 1 milione di individui salvati dalla macellazione, e la vendita di prodotti vegetali è aumentata del 75%. Tuttavia, questa inversione di rotta è ancora minima dato che annualmente pro capite si acquistano 17,2 chili di carne bovina, 50 litri di latte e 38,2 chili carne suina.


La stretta correlazione tra allevamenti intensivi e inquinamento

Gli allevamenti intensivi sono dannosi per gli animali stessi e per i lavoratori, ma anche per l'ambiente in cui viviamo. Il loro impatto su quest’ultimo si rivela essere devastante in termini di inquinamento, deforestazione, perdita della biodiversità e distruzione degli habitat naturali. In più, a causa del crescente consumo di carne e alimenti trasformati, i danni ambientali potrebbero aumentare nel futuro più prossimo dal 50% al 90% nei Paesi a basso e medio reddito.

Questa industria sprigiona circa il 15% delle emissioni di gas serra mondiali, percentuale equivalente a più della metà delle emissioni dell'intero sistema alimentare e maggiore di quelle dell'intera filiera dei trasporti. Attualmente, i cinque più grandi produttori di carne e prodotti lattiero-caseari emettono tanti gas serra quanti il gigante del petrolio Exxon.


Uno spreco insostenibile di acqua

L'acqua è una risorsa impiegata in considerevoli quantità negli allevamenti intensivi - circa il 30-40% di tutta l'acqua potabile del pianeta - sia per mantenere in vita gli animali sia per coltivare i cereali destinati a diventare il loro mangime. Ad esempio, per produrre un chilo di proteine la carne di manzo ne necessita 109.000 litri, contro i 10.400 dei fagioli. Inoltre, gli allevamenti intensivi sono la prima causa di inquinamento acquifero e anche di aumento delle zone morte negli oceani.

Ciò avviene mentre in molte parti del mondo la mancanza di questo bene sta diventando un problema sempre più importante. Secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 2 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all'acqua potabile e circa 2 miliardi e mezzo non ne dispongono a sufficienza per le comuni pratiche igieniche e alimentari.


L'utilizzo spropositato di suolo

La produzione di carne, uova e latticini utilizza circa l'83% dei terreni agricoli mondiali e quasi il 70% dei terreni deforestati sono impiegati per la produzione di mangime e per gli allevamenti. La quantità di terreno utilizzata è enorme e del tutto insensata dato che per produrre 1.000 calorie di manzo o agnello serve una quantità di suolo 100 volte maggiore rispetto a quella che serve per produrre alimenti vegetali che hanno lo stesso apporto calorico.

La soia è la seconda causa della deforestazione e la sua produzione, strettamente connessa agli allevamenti bovini, è aumentata di quindici volte in cinquant'anni: tra l'80% e il 90% di questa viene usata come mangime, mentre solo il 6% diventa prodotto alimentare per il consumo umano.

Per raggruppare queste tre problematiche appena citate e avere un quadro generale per comprendere quanto il consumo di carne impatti sull'ambiente, paragoniamo la scelta di mangiare bisettimanalmente una porzione di legumi (150 grammi da cotti) con un hamburger di carne di manzo (100 grammi). In un anno si ottengono questi dati: i legumi impattano con 1 kg di CO2 emessa, 187 m2 di suolo occupati e 1899 litri di acqua utilizzati; la carne di manzo invece si traduce rispettivamente in 207 kg di CO2, 2306 m2 e più di 120 mila litri di acqua.


La diffusione della dieta vegana

Ultimamente il tema del veganismo è molto presente nelle notizie e sempre più persone decidono di passare da una dieta onnivora ad una dieta vegetariana o vegana. Ma quali sono le principali cause di questo cambiamento, oltre alla già citata tematica ambientale?

  1. Pandemie. Nel 2009 l'epidemia di influenza suina aveva visto come punto  iniziale una fattoria di maiali o ancora nel 1918 la pandemia di influenza spagnola ha probabilmente avuto origine aviaria. Sono numerosi gli esempi a cui si può pensare e uno dei più recenti riguarda le epidemie di SARS COV 1 e SARS COV 2, scaturite presumibilmente dagli animali presenti nei mercati di animali vivi. La pandemia da COVID-19 non sarà l'ultima e neanche la più grave che dovremo affrontare in questi anni se non cambiamo il modo in cui interagiamo con gli animali e con l'ambiente. Infatti, quasi la totalità delle nuove o emergenti malattie infettive che colpiscono le persone viene proprio dagli animali. Questo perché negli allevamenti intensivi sono rinchiusi in spazi molto angusti e sporchi che amplificano il problema dello scoppio di focolai di qualsiasi genere di malattia. Perciò è prassi sottoporli a trattamenti chimici che permettano loro di sopravvivere attraverso un uso ingente di antibiotici a uso preventivo, sebbene il Consiglio Europeo abbia votato per vietarli entro il 2022. Tuttavia, questa pratica ha l'effetto contrario di provocare in loro l'antibiotico-resistenza, che poi viene trasmessa anche a chi ne mangia la carne. Oltre a ciò, questi esseri viventi sono purtroppo la preda perfetta per ogni tipo di virus che così muta, si rafforza e poi riesce a trasferirsi nell'organismo umano.

  2. Problema etico. La seconda ragione tiene in considerazione il modo inumano in cui ci permettiamo di trattare gli animali: gabbie minuscole e  sovraffollate (recentemente la Commissione europea ha stabilito che le gabbie da allevamento dovranno essere abbandonate entro il 2027), gravidanze forzate, uccisioni brutali, condizioni igienico-sanitarie pessime sono solo alcuni degli innumerevoli esempi. In più, gli odierni allevamenti sono innaturali in quanto il loro clima controllato impedisce di seguire un naturale ciclo di vita e in quanto gli animali vengono modificati a livello ormonale per raggiungere nel minor tempo possibile una stazza adatta al macello. Li sfruttiamo di ogni loro capacità, fino a toglierli addirittura la vita, perché è più comodo e redditizio non trattarli come individui, ma come oggetti il cui unico scopo di essere in vita è quello di diventare cibo per gli esseri umani.

  3. Salute. Una dieta basata principalmente su prodotti vegetali e su un contenuto consumo di carne influenza  positivamente la salute delle persone, rafforzandone il sistema immunitario e riducendo il rischio di molte patologie gravi come problemi al cuore, diabete, infarto, tumore e cancro.

Un'industria dai considerevoli profitti

Ogni dato riguardo questa industria evidenzia la necessità di ripensarla e modificarla il più presto possibile. Tuttavia, questa è una miniera d'oro per una piccola percentuale di popolazione, ossia i padroni dell'industria della carne. Solo in Europa, il volume di affari collegato a questa è di 120 miliardi di euro. I guadagni provengono principalmente dai sussidi: l'Unione Europea riserva agli allevamenti intensivi quasi un quinto del suo budget totale, 28 miliardi di euro. Questi ultimi sono stati riconfermati dal Parlamento Europeo con la recente riforma della Politica Agricola Comune – il piano europeo di finanziamenti e regole riguardo l'agricoltura e l'allevamento – in piena opposizione con la strategia per la biodiversità e con gli obiettivi del Green Deal Europeo. Una seconda fonte di ricavi deriva dalle esportazioni verso gli altri paesi poiché la combinazione di sfruttamento e finanziamenti pubblici ha reso la produzione di carne molto economica. La conseguenza di ciò è che le carni europee hanno invaso i mercati dei paesi terzi distruggendo il commercio locale.


Un necessario cambio di rotta

L'attuale ideologia basata sull'ottenimento dell’introito più cospicuo e veloce possibile è la causa dello squilibrio del nostro sistema alimentare, basato su una produzione costante che va a discapito di benessere e salute. Gli animali non vengono percepiti come esseri senzienti, ma come un mero investimento che ha l'unico scopo di convertirsi in più denaro possibile, prima attraverso la riproduzione forzata e poi con la carne da consumo.

Nella società attuale, l'abuso e lo sfruttamento sono normalizzati come metodi economico-produttivi accettabili. Animali, lavoratori e ambiente sono svuotati dal loro valore e spremuti fino allo stremo per saziare l'incontentabile richiesta di risorse e di energie e per trasformare la loro utilità in denaro, dai prodotti alimentari fino alla forza lavoro.

Ogni nostra azione è politica: il modo in cui scegliamo di spendere i nostri soldi rivela i nostri valori. Con il denaro che abbiamo a disposizione possiamo scegliere se mantenere lo status quo o se pretendere dalle grandi aziende produttrici un necessario e celere cambiamento.

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