I campi di rieducazione cinesi e la sorte degli uiguri: perché se ne parla così poco?

DI SARA BARONE

10/03/2021

Dal 2014 la Repubblica Popolare Cinese, sotto l’amministrazione del segretario generale del PCC Xi Jinping ha operato un vero e proprio etnocidio o genocidio culturale perpetrato ai danni delle popolazioni degli Uiguri e altre minoranze presenti nello Xinjiang, regione autonoma nel nord-ovest della Cina. Secondo BuzzFeed (che ha, inoltre, realizzato dei veri e propri modelli dei campi cinesi tramite immagini satellitari e interviste) si tratta della più grande detenzione di minoranze etniche e religiose dalla Seconda guerra mondiale.

“What they want is to force us to assimilate, to identify with the country, such that, in the future, the idea of Uyghur will be in name only, but without its meaning.”

—Tohti, who left Xinjiang in 2017


La Repubblica popolare cinese e democrazia

Dal 2014 la Repubblica Popolare Cinese, sotto l’amministrazione del segretario generale del PCC Xi Jinping ha operato un vero e proprio etnocidio o genocidio culturale perpetrato ai danni delle popolazioni degli Uiguri e altre minoranze presenti nello Xinjiang, regione autonoma nel nord-ovest della Cina. Secondo BuzzFeed (che ha, inoltre, realizzato dei veri e propri modelli dei campi cinesi tramite immagini satellitari e interviste) si tratta della più grande detenzione di minoranze etniche e religiose dalla Seconda guerra mondiale.

Il Global Democracy Index del 2020 ha classificato la Cina come sistema politico fortemente autoritario, con un punteggio di circa 2 su 10 (valori sulla scala 1-10, da authoritarian regimes a full democracies).

L’indicatore del The Economist evidenzia inoltre un peggioramento dello stato della democrazia nel corso del 2020, studiando particolarmente il processo elettorale e il pluralismo, libertà civili, ruolo del governo, partecipazione politica e cultura politica.

Dunque, la posizione così bassa detenuta dalla Repubblica Popolare Cinese è sintomo di una totale assenza di democrazia, che si registra in elezioni né libere né competitive, scarsa partecipazione e integrazione politica dell’elettorato, assenza di rappresentanza e controllo onnicomprensivo del governo su ogni ambito della vita cittadina.

Il caso dello Xinjiang e la rieducazione degli uiguri

In un sistema politico così caratterizzato e dominato dal ben poco trasparente regime del Partito Comunista Cinese, non è affatto sorprendente che in diverse regioni cinesi vengano ancora oggi perpetrate azioni di pulizia etnica, religiosa e demografica ai danni di specifiche fette della popolazione. Secondo la CNN sono circa due milioni le persone che negli ultimi anni sono state incarcerate nelle strutture cinesi. Tutto ciò mentre il resto del mondo sta a guardare.

La regione dello Xinjiang ospita numerosi gruppi etnici, fra cui kazaki, han (il gruppo etnico maggioritario in Cina), tibetani, mongoli e in prevalenza gli uiguri, un gruppo etnico turcofono di religione islamica.

L’opinione internazionale ha spesso indicato l’operato della RPC come un processo di sinizzazione, ossia una assimilazione forzata delle minoranze della regione alla cultura e lingua cinese, politica questa realizzata mediante la detenzione – senza alcuna garanzia legale e giurisdizionale - degli uiguri e altre minoranze all’interno di campi di rieducazione in cui insegnare la cultura comunista cinese e l’adorazione del sistema. Un'operazione imponente di de-islamizzazione per cancellare storia, cultura, lingua uigura e origini di un intero popolo che per decenni si è battuto per l’indipendenza dal governo cinese.

Scoprire le radici storiche entro cui collocare e tentare di comprendere le politiche di repressione della RPC nello Xinjiang non è semplice: già dalla seconda metà del ventesimo secolo le minoranze etniche presenti nel nord ovest della Cina hanno avanzato istanze separatiste e indipendentiste, prontamente frenate dal PCC che, cavalcando l’onda della lotta al terrorismo degli anni duemila, ha classificato l’azione degli uiguri come atti di terrorismo. La Cina ha quindi usato il pretesto della guerra al terrore per legittimare le sue politiche contro l'insurrezione nello Xinjiang. A tal proposito, nell'agosto 2018, il Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione razziale ha denunciato la "definizione ampia di terrorismo e vaghi riferimenti all'estremismo" utilizzata dalla legislazione cinese.

Nel maggio 2014, la Cina ha lanciato la campagna Strike Hard contro il terrorismo violento nello Xinjiang in risposta alle crescenti tensioni tra i cinesi Han e la popolazione uigura della regione, che prevedeva una serie di misure repressive piuttosto violente per limitare la presenza demografica uigura, la sua integrazione sociale e diffusione nella Cina. Azioni quindi di contenimento, separazione, repressione e indottrinamento della cultura, religione e valori cinesi. Nel 2017, poi, le misure del governo cinese furono implementate ulteriormente: furono vietati costumi, usi, tradizioni, o segni distintivi della cultura islamica; divenne obbligatorio  guardare e ascoltare solo le televisioni e radio statali; fu vietato il rifiuto di attenersi alle politiche di pianificazione familiare o il rifiuto di mandare i propri figli nelle scuole statali. Inoltre, molte moschee, luoghi sacri o di ritrovo degli uiguri furono gravemente danneggiati o rasi al suolo.

In questa fase sono stati costruiti e attivati campi di detenzione e rieducazione, in cui la maggior parte dei detenuti erano e sono ancora oggi uiguri. Il governo cinese non ha riconosciuto la loro esistenza fino al 2018, definendoli poi come "centri di istruzione e formazione professionale”. Le dimensioni dei campi sono triplicate dal 2018 al 2019, nonostante il governo cinese abbia affermato che la maggior parte dei detenuti fosse stata rilasciata.

Le testimonianze degli ex detenuti

Nell’ultimo biennio sono state centinaia i sopravvissuti ai campi di rieducazione cinesi che hanno denunciato gravissimi maltrattamenti e violazioni dei diritti umani. Human Rights Watch, organizzazione senza scopo di lucro con sede a New York, ha rilasciato una serie di dossier in cui rende noti migliaia di casi di tortura, violenza fisica e psicologica ai danni dei detenuti uiguri. Donne e uomini legati, interrogati per giorni senza dormire (e senza neanche legali), drogati e torturati con scosse elettriche. Alcune donne denunciano inoltre l’utilizzo di espedienti contraccettivi forzati o di tecniche di sterilizzazione.

Dati, questi, che oltre a far inorridire chiunque sia messo di fronte alla realtà, lasciano intravedere gli obiettivi di natura demografica perseguiti dalla RPC. Un articolo del The Washington Post del maggio del 2018 raccontava la storia di Kayrat Samarkand, un ex detenuto musulmano che per oltre tre mesi è stato abusato e torturato all’interno dei campi di rieducazione. L’uomo racconta che lì è stato costretto all’adorazione del PCC e di Xi Jinping, forzato a studiare la storia e la propaganda del partito per ore, ad imparare e recitare slogan celebrativi della Repubblica popolare. Brainwashing è il termine che utilizza Samarkand e come lui centinaia di testimoni. Coloro che disobbedivano agli ordini delle guardie o si rifiutavano di collaborare venivano ammanettati e puniti tramite l’uso di waterboarding o tiger chain.

Inoltre, il governo cinese sta sempre più frequentemente facendo uso di nuove metodologie che sfruttano la tecnologia biometrica, gps e sorveglianza per mappare la popolazione, suddividerla in categorie etniche e individuare i possibili pericoli o i non adatti al regime. Secondo l’emittente televisiva CNN, infatti, le autorità cinesi nella regione dello Xinjiang hanno prelevato sangue, scannerizzato viso, impronte digitali, voce e qualsiasi altro materiale genetico per creare un database vivente della popolazione cinese. A ciò si aggiunge una repentina ed efficiente sorveglianza della popolazione tramite la messa a punto di nuovi dispositivi che riconoscono i visi dei cittadini direttamente dalla telecamera. Una sorta di Big Jinping is watching you, direbbe oggi Orwell.

Nel corso del 2020 e della situazione pandemica sono state assai numerose le denunce di giornalisti o cittadini cinesi basate proprio sulla totale ingerenza e invasione dello stato nella sfera privata dei cittadini. Tuttavia, il regime autocratico e la sua amministrazione opaca rendono difficili una verifica certa e affidabile delle fonti, nonché la possibilità di avere un quadro completo della situazione.

La risposta internazionale al caso degli uiguri e dei campi cinesi

Di fronte a queste barbarie, l’azione dell’ONU e dei leader mondiali è stata piuttosto lenta e difficoltosa. Nel 2018 Gay McDougall, vicepresidente del Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite (Cerd) aveva per la prima volta dichiarato lo Xinjiang una no rights zone, ossia una zona al di fuori del diritto nella quale la RPC agiva senza controllo e garanzie.

Nel luglio 2019, 22 paesi hanno emesso una lettera congiunta alla 41a sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC), condannando la detenzione di massa di uiguri e altre minoranze in Cina, chiedendo alla Cina di "astenersi dalla detenzione arbitraria e dalle restrizioni alla libertà di movimento di uiguri e altre comunità musulmane e minoritarie nello Xinjiang".

Tra il 2020 e i primi mesi del 2021 sì e poi assistito ad una globale presa di consapevolezza dei leader mondiali che in più occasioni hanno denunciato l’operato della RPC. A partire dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, dove Regno Unito e Francia hanno espresso dure critiche nei confronti di Pechino per i crimini contro l’umanità nello Xinjiang.

Lo scorso febbraio Dominic Raab, ministro degli Esteri britannico, ha denunciato le torture, il lavoro forzato e la campagna governativa di sterilizzazione di massa che avvengono “su scala industriale”. Diversi stati europei hanno poi reiteratamente richiesto un’azione di osservazione, verifica e sanzione diretta nei confronti della Cina e degli uiguri.

Rispondendo al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha esortato gli Stati membri a smettere di “calunniare” il Partito comunista cinese e il suo sistema politico monopartitico, e di fermare il sostegno alle forze separatiste in Taiwan, Tibet, Hong Kong e Xinjiang.

USA, Canada, Olanda e tante altre nazioni hanno solo recentemente compreso la portata della situazione, hanno ammesso l’attuale perpetrazione del genocidio e chiesto un impegno congiunto e globale per impedire che nel ventunesimo secolo possano ancora esistere realtà simili. Se è vero che la storia insegna, sembrerebbe che gli attori mondiali siano restii ad imparare.

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