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In fondo al mar

FABIO LISSI

19/01/2023

C’è chi ha letto il titolo cantando e chi mente. Avete mai sentito parlare di dominio sottomarino? No? Allora siamo in due! Eppure, questa arena ancora così inesplorata sarà di vitale interesse per il nostro futuro, per diversi motivi che spaziano dalle comunicazioni al commercio, dalla difesa all’energia, fino al cambiamento climatico. Cerchiamo insieme di capirne di più!

Introduzione

La guerra in Ucraina ha riportato la hard security sotto i riflettori. Nell’ultimo anno si sono infatti susseguiti diversi segnali che lasciano intendere un futuro dell’ordine internazionale sempre più frammentato e competitivo. Il conflitto, d'altro canto, ha anche permesso ai paesi occidentali di imparare diverse lezioni sulla conduzione delle guerre del futuro, specie nel dominio terrestre. Tuttavia, a discapito della minore attenzione accordatagli, il dominio navale è sicuramente quello in cui si assisterà alla maggiore competizione a livello globale, e alcuni segnali derivano già dalla stessa guerra in Ucraina (vedi affondamento della Moskva e blocco dell’export di grano). Dal Pacifico al Baltico, dall’Artico al Mediterraneo, infatti, è attraverso il mare, e soprattutto sotto di esso, che passa la quasi totalità della connettività e dell’economia globale. Ma quanto ne sappiamo ad oggi e perché ci interessa così da vicino?


Alcuni dati

Il 70% della Terra è coperto da acqua, l’80% della popolazione globale vive entro 200km dalla costa, il 90% del traffico merci passa per il mare, nonché il 98% delle telecomunicazioni digitali, attraverso cavi sottomarini poggiati sui fondali, l’80% dei quali rimane però ad oggi ancora inesplorato. Il dominio navale, e subacqueo in particolare, è dunque quello maggiormente strategico sia per il settore civile che militare, dal cui controllo può dipendere la sicurezza o meno di un paese. Nuove capacità nel dominio subacqueo sono quindi prioritarie per la protezione delle infrastrutture strategiche. Vista la natura dell’ambiente, la maggior parte di queste tecnologie sarà “unmanned” ovvero controllata da remoto. Non stupisce dunque che la maggior parte dei nuovi progetti siano dispositivi automatizzati, noti come AUV (Autonomous Underwater Vehicles). Al Summit NATO di Bruxelles del 2018 è stata ufficialmente lanciata la MUSI (Maritime Unmanned System Initiative), che ha creato il progetto di Smart Defence per lo sviluppo di una barriera antisommergibile unmanned denominata ASW BARRIER e basata su un network subacqueo da dispiegare nei choke-points (punti strategici di passaggio obbligato, ad esempio Suez e Gibilterra) di maggiore interesse. Anche l’UE, dal canto suo, si è attivata in questo settore con lo sviluppo di due progetti cooperativi PESCO (DIVEPACK e MUSAS).


Definire un nuovo dominio

La tradizionale suddivisione nei tre domini tradizionali (terra, mare, aria) è già stata discussa con l’estensione della competizione globale a nuove arene quali lo spazio e la dimensione cyber, che sono andate affermandosi rispettivamente come quarto e quinto dominio. La stessa NATO ha dichiarato a margine del Summit del Galles 2014 che un attacco informatico avrebbe potuto far scattare l’Articolo 5, e nel successivo Summit di Varsavia 2016 lo spazio cibernetico è stato dichiarato dominio operativo. Lo stesso discorso, evidentemente, vale per lo spazio, in cui operano tutti i satelliti che, fra le altre cose, permettono la geolocalizzazione sia ad uso civile che militare. Tuttavia, entrambi questi nuovi domini hanno un fattore comune: non hanno confini. Non sono “reclamabili da nessuno stato”. Un ragionamento diverso vale invece per il dominio subacqueo, fino ad oggi considerato parte di quello navale e in cui fin dalla I Guerra Mondiale sono state condotte operazioni cinetiche, ma che oggi più che mai è esposto ai diversi rischi della competizione internazionale. Qui, nonostante uno stato possa legittimamente tracciare dei confini di acque territoriali o di zone economiche esclusive (ZEE), l’interdizione di mezzi nemici diventa estremamente complicata. Il dibattito accademico e dottrinale, tuttavia, si è concentrato non tanto sulla definizione e sui confini del dominio subacqueo, quanto sull’opportunità stessa di delinearlo, considerato che la quasi totalità delle operazioni di guerra contemporanea avviene in scenari “multidominio”, richiedendo dunque una preparazione del personale interforze, piuttosto che settoriale. A proposito di personale, il maggior ostacolo all’innovazione in questo campo è proprio la rapidità con cui si evolve e l’obsolescenza delle tecnologie, che richiedono sempre operatori più preparati e in costante aggiornamento.


Perché l'underwater è così strategico?

I conflitti odierni sono ormai di difficile delimitazione e interessano tutte le sfere della vita delle popolazioni coinvolte. Oltre ad essere un dominio da cui combattere una guerra navale, l’underwater è sicuramente lo scenario in cui si potrebbero con maggiore facilità interdire le comunicazioni, il commercio e gli approvvigionamenti di un paese nemico, con enormi ricadute anche e soprattutto sulla popolazione civile. Non è un caso che le due maggiori potenze revisioniste, Cina e soprattutto Russia, siano così attive in questo settore, con sistemi d’arma a lungo raggio per contrastare un nemico strutturalmente più forte, ma i cui assetti, specie i più sofisticati e costosi, sono particolarmente vulnerabili a queste armi relativamente meno dispendiose. Il controllo dell’ambiente sottomarino potrebbe infatti non solo impedire operazioni avversarie, ma anche isolare completamente un paese sia virtualmente che economicamente. Sempre sul piano economico, oltre all’ovvia dipendenza dalla pesca per il fabbisogno alimentare dei paesi rivieraschi, non si deve trascurare la presenza di diversi giacimenti e condotti di petrolio e di gas sottomarini, che nell’ottica di una strategia di sicurezza e autonomia energetica devono essere protetti da eventuali azioni coercitive (esempi recenti sono il sabotaggio del gasdotto Nord Stream II e di un cavo di sorveglianza norvegese).


Gli scenari futuri

Sono troppe le variabili in gioco per cercare di predire il futuro dell’underwater. Quel che è certo è che sarà sicuramente arena di competizione quanto e forse più di altri domini. Allo stesso tempo, tanto più aumenta l’interconnessione quanto aumenta la vulnerabilità, dunque ci si dovrà aspettare, in questo momento storico, significativi investimenti in sistemi sottomarini sia offensivi che difensivi. Lo stimolo potrebbe provenire non solo dalla Difesa, ma anche dal settore privato, viste le potenzialità che sistemi di rilevamento e sensori di precisione offrono, per esempio, nel settore della pesca o nella prevenzione di eventi climatici estremi. Infine, la ASW (area situational awareness), ovvero la mappatura dei fondali, avrà ampi impatti anche sulle capacità di intelligence e sarà cruciale per assicurarsi la superiorità in caso di conflitti che richiedano operazioni anfibie. Le domande da porci non sono dunque chi o dove se ne dovrà occupare, ma quando e se saremo in grado di proteggere quest’arena così importante da eventuali competitor, sfruttando al contempo le grandi opportunità che offre per il futuro.

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