Uno o più modelli scandinavi?
Un’analisi comparata del grande Nord

DI FABIO LISSI

30/09/2022

Quante volte ci siamo sentiti ripetere che “bisogna fare come *inserire paese scandinavo*” a seconda della situazione? Indubbiamente, questa regione così remota e affascinante offre moltissimi spunti di riflessione, non da ultimo per il fatto ricoprire inevitabilmente le prime posizioni di tutti i ranking sulla qualità della vita. Facciamo insieme un piccolo salto indietro per scoprire qualche curiosità in più su questi paesi!

Quale Scandinavia?


Ai più attenti osservatori non sarà sfuggito, guardando l’immagine di copertina, che ci sono un po’ troppe bandiere, non solo quelle della penisola scandinava. Vero. Ma chi legge i miei articoli da più tempo sa che non si può non iniziare con un bel riassunto storico! Partiamo dunque dal principio. Quello che accomuna le bandiere delle cinque nazioni è infatti la cosiddetta “croce scandinava”, che rimanda alla bandiera scelta per l’Unione di Kalmar nel 1397. Benché questa unione personale, ovvero basata sulla riunione dei regni di Norvegia e Svezia sotto la corona danese, abbia avuto vita relativamente breve (fino al 1523), il sogno di unità scandinava ha lasciato impronte ben visibili nella storia della regione, con l’ultimo tentativo di unione tramontato definitivamente nel 1905 (Svezia-Norvegia). Da un punto di vista demografico, infatti, la regione della Scandinavia, la Finlandia e l’Islanda erano state tutte zone soggette allo stabilimento di popolazioni vichinghe o Sami (Finlandia e Norvegia settentrionali). Benché esistano differenze a livello linguistico, principalmente fra Est (Danimarca e Svezia) e Ovest (Norvegia e Islanda), tutta la regione discende dal ceppo scandinavo delle lingue germaniche, il che facilita la mutua comprensione, con l’eccezione della Finlandia, che alla lingua finalndese(ceppo balto-finnico) affianca però ancora lo svedese come co-ufficiale. Storicamente, lo stato nazionale più antico è la Danimarca, che ha riunito per secoli sotto la sua corona anche i regni di Norvegia (comprendente anche l’Islanda e le isole scozzesi) e Svezia (di cui era parte integrante la Finlandia). A seguito della secessione dall’Unione di Kalmar, la Svezia diventa una potenza europea di primo rango, ed estende i propri domini anche sulla sponda opposta del Baltico, in Estonia e in Pomerania, ma perde la propria egemonia con la Grande Guerra del Nord (1700-1721), essendo costretta a cedere alla Russia la Finlandia e l’Estonia, mentre perde il controllo su tutti i domini tedeschi durante le guerre napoleoniche. È invece proprio l’alleanza con Napoleone che costa alla Danimarca la perdita della Norvegia, la quale viene ceduta alla Svezia per circa un secolo (1814-1905), mentre gli ultimi grandi possedimenti d’oltremare (Islanda e Groenlandia), dichiarano l’indipendenza e vengono occupate dagli anglo-americani in seguito all’invasione tedesca della madrepatria nell’aprile 1940. La Finlandia, dal canto suo, approfitta della rivoluzione bolscevica e del trattato di Brest-Litovsk (3 marzo 1918), per staccarsi dalla Russia, con la quale si confronta poi in altre due guerre (1939-40; 1941-44), riuscendo a conservare la propria indipendenza anche se sconfitta. Appare dunque chiaro come queste entità statali oggi distinte, siano state accomunate in passato da fattori etnico-linguistici, ma soprattutto come abbiano condiviso gran parte degli eventi storici degli ultimi secoli.


Il famoso welfare scandinavo: un modello esportabile?


Facciamo un salto avanti nel tempo e arriviamo ad oggi: tutti i paesi scandinavi sono fra le democrazie più avanzate al mondo, occupando i primi posti di tutte le classifiche relative a Democracy Index, Human Development Index, World Happiness Report, portando diversi autori a parlare di un “modello scandinavo”. Questo modello è basato su due assunti, a una prima occhiata superficiale contrastanti: un dinamico capitalismo di mercato e un esteso stato sociale. Per approfondire questa questione mi concentrerò sulla Danimarca, in cui ho vissuto, ma cercherò di compararla ove possibile con l’esperienza dei suoi vicini. La prima variabile che salta all’occhio in questo paese è l’estensione del suo welfare state, che accompagna i suoi cittadini in ogni aspetto della vita sociale, dall’educazione (gratuita fino all’università), alla sanità (gratuita ad eccezione di quella dentale, che è parzialmente a pagamento dopo i 18 anni), al lavoro (sussidi di disoccupazione e uffici di collocamento), alla famiglia (congedi parentali di 4 settimane prima della nascita e fino a 46 in seguito, senza distinzione fra madre e padre). Da studente, un cittadino danese ha diritto a un assegno di supporto allo studio (SU) per tutta la durata dell’educazione superiore e dell’università, modulato sulla base del corso di studi e della residenza o meno con la famiglia (molto improbabile già dai 18 anni in su), ma che si attesta in media attorno ai 750€ al mese, nonché a un sussidio a parziale copertura dell’affitto. Di conseguenza, appare perfettamente razionale che un giovane esca di casa appena possibile anche da un punto di vista economico. Per la famiglia, infatti, non sfruttare questi benefici rappresenterebbe una perdita secca, soprattutto tenendo a mente che le tasse sul reddito personale possono raggiungere il 56% dell’importo mensile in Danimarca. Se questo può sembrare un sistema largamente statalizzato, come testimonia l’altissima partecipazione alle unioni sindacali (70% circa), in realtà l’economia danese è perfettamente inserita in un mercato libero e globalizzato, raggiungendo il decimo posto fra le economie più libere al mondo e con uno stipendio medio netto di circa 4000€ mensili. Per il mercato del lavoro danese è stato coniato il termine “Flexicurity”, ovvero una comunione fra dinamicità del mercato del lavoro controbilanciata da efficaci assicurazioni statali. A questo punto sorge spontanea la domanda: dov’è il trucco? Innanzi tutto, con la grande eccezione della Svezia, i paesi scandinavi non sono così aperti all’immigrazione. Andando quindi a comparare il tasso di disoccupazione fra Danimarca e Svezia, notiamo già la prima differenza: questo è infatti di 3 volte superiore (con un picco del 25% per i giovani) in Svezia. Anche il salario aggiustato per potere d’acquisto è di un quarto inferiore in quest’ultima, suggerendo che probabilmente questo modello di welfare entra in crisi con l’apertura non tanto alla competizione dei prodotti, quanto al mercato del lavoro internazionale. Di rimando, infatti, sempre più governi scandinavi, benché guidati tutti dagli storici partiti socialdemocratici, hanno cercato di rendere relativamente più complesso il trasferimento di stranieri, studenti inclusi (oggi per molte discipline è obbligatoria la conoscenza di una lingua nordica, benché la maggior parte dei corsi sia interamente in inglese). Inoltre, il clima rigido e l’alto costo della vita di questi paesi, può rendere meno invitante l’idea di trasferirsi per un periodo limitato con l’intenzione di trovare lavoro, specie per gli impieghi meno qualificati e retribuiti. C’è da aggiungere anche che mentre la maggiore quota dell’economia sia dedicata ai servizi, alcuni di questi paesi hanno dovuto la propria fortuna all’abbondanza di materie prime (che non si può certo considerare un merito), come la Norvegia con il pesce, il gas e il petrolio (dai cui proventi è stata istituita la cassa previdenziale nazionale, che supera in valore l’intero debito pubblico), o la Svezia con il legname e il ferro. Dunque, per quanto rappresenti certamente un unicum nel panorama internazionale, se questo modello funziona qui, perché non altrove? Oltre ai già citati problemi legati all’apertura all’immigrazione, non sembra impossibile traslare questo paradigma all’estero, ma di certo una persona più competente del sottoscritto in economia farebbe notare che questa mole di sussidi sia una variabile negativa sull’efficienza del sistema. Come affrontano dunque i danesi (e gli scandinavi) il problema del free riding? Semplice: non lo fanno. Quello che è stato definito da un professore dell’università di Aarhus “fattore X”, ovvero la fiducia nella comunità e nelle istituzioni, è secondo la ricerca da lui condotta la variabile mancante che spiega il successo del modello danese (in Danimarca). Esistono certamente, come ovunque, membri della società che se ne approfittano. Sembra tuttavia che essa, in qualche modo, tenda a valutarli in maniera estremamente negativa, e non come “furbi”, portando sul lungo termine allo sviluppo di una rigida etica sociale. Si tratta ovviamente di un’ipotesi, ma potrebbe essere una spiegazione parziale della performance di queste economie nonostante la ridotta dimensione delle loro industrie e l’elevato intervento statale, soprattutto alla luce del fatto che gli altri paesi immediatamente successivi nei rankings citati all’inizio hanno dei modelli completamente opposti (Nuova Zelanda, Svizzera, Australia, Olanda).


La Scandinavia nel mondo globalizzato, dove collocarla?


Ingrandiamo infine il nostro focus dal livello micro a quello macro e cerchiamo di collocare questi paesi all’interno dell’Europa e del mondo più in generale. Il processo di integrazione europea ha incluso la Danimarca nel 1973, la Svezia e la Finlandia nel 1995, mentre Norvegia e Islanda fanno parte dell’EFTA. Addirittura, la Norvegia per ben due volte ha visto la sua adesione alla CEE/UE rifiutata da un referendum popolare (1972, 1994). Tuttavia, l’appartenenza alla NATO fin dalla sua creazione e la partecipazione agli accordi di Schengen, la legano comunque in larga misura all’area euro-atlantica. Al contrario, sono Svezia e Finlandia a non fare parte dell’Alleanza Atlantica, la prima per una scelta di neutralità storica, dal momento che ha visto tramontare il suo ruolo di grande potenza, mentre la seconda più per imposizione al termine del secondo conflitto mondiale. Questa neutralità è stata messa in discussione solo da febbraio con l’invasione russa dell’Ucraina, e per la prima volta nella Storia i cittadini svedesi e finlandesi si sono detti in maggioranza favorevoli all’ingresso nella NATO, mentre in Danimarca si è tenuto a giugno un referendum che ha revocato l’opt out sulla difesa comune europea (PESD). Un’altra curiosità riguarda l’integrazione monetaria, con la Svezia che detiene una moneta a cambi flessibili, la Danimarca una a cambi fissi, e la Finlandia che ha adottato direttamente l’euro (non si considerano Islanda e Norvegia perché extra-UE). La ragione di queste scelte differenti sembra risiedere ancora una volta nella storia dell’economia svedese, fortemente orientata all’export, benché la Svezia, al contrario della Danimarca, non abbia mai formalmente espresso un opt-out sull’euro. In conclusione, nonostante si trovino alla periferia geografica del continente, tutti i paesi scandinavi sono oggi integrati, seppur a vari livelli, nel sistema europeo, con delle economie competitive e orientate ai servizi, spinte sicuramente da una formazione terziaria fra le migliori al mondo e da un’estesa rete di supporto al cittadino. Dalla mia esperienza diretta fino ad oggi ho potuto farmi principalmente due idee. Primo, tutti gli stereotipi sono veri, dagli spazi verdi all’uso della bicicletta, dai matrimoni estremamente giovani (pena una doccia di cannella legati a un palo, se si tarda oltre i 25 anni) alla diffusa cultura del bere. L’unica smentita è stata (almeno per la Danimarca, che è il paese più “caldo”) l’alta incidenza di disturbi psicologici, che sembra legata a una minore stigma del problema, piuttosto che al clima. Secondo, nonostante tutti i benefit, è evidente come questi paesi non siano alla portata di tutti, e che trovare un lavoro che garantisca stabilità economica in breve tempo può rivelarsi estremamente difficile per uno straniero, per di più se si pone l’ostacolo linguistico. Tuttavia, in un’ottica di maggiore integrazione europea, magari immaginando una completa abolizione delle barriere al mercato del lavoro e un’unione fiscale, sarebbe curioso analizzare come e quanto potrebbe cambiare questo modello socioeconomico oggi così solido.

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