Il ciclo non è un lusso

DI PESAVENTO LAURA NOAH

29/01/2022

Abbassare (o meglio, abolire) la tampon tax è una battaglia importante perché lotta contro una questione di disuguaglianza e ingiustizia.

Nota iniziale: in questo articolo non verrà utilizzato il femminile universale, anche se per una questione puramente statistica potrebbe essere considerato corretto. Infatti, è bene ricordare che non tutte le donne hanno il ciclo e non tutte le persone con il ciclo sono donne. Verranno utilizzati piuttosto i termini “persona con utero” o “persona che menstrua”, nei quali rientrano le donne cis, le persone afab, uomini transgender che mestruano e persone non binarie.


Period poverty

La period poverty, o povertà mestruale, è l'impossibilità economica di potersi garantire un'igiene adeguata durante il periodo mestruale attraverso appositi dispositivi sanitari e in luoghi adeguati. Questa situazione si è creata a causa dei prezzi talvolta insostenibili degli assorbenti o di prodotti simili che costringono le fasce più povere della popolazione ad un'inevitabile scarsa igiene mestruale, ricavandone così problemi di salute e infezioni del tratto urinario e riproduttivo.

Un'altra conseguenza derivante dalla period poverty riguarda la necessità di dover talvolta sospendere giorni di scuola, lavoro o relazioni sociali, frenando così le persone dal proseguire la loro vita in modo normale e quindi anche dal raggiungere il loro pieno potenziale. Ciò causa chiaramente anche degli effetti negativi sulla salute mentale, perché il tabù legato al ciclo può portare a provare sentimenti di imbarazzo riguardo ad un normale processo biologico. Infatti, la period poverty non riguarda solo la povertà finanziaria, ma è anche collegata allo stigma che vige sulle mestruazioni che lascia le persone disinformate e impreparate a gestire il ciclo mestruale.


Questo problema riguarda tutti i paesi, anche se in modo diverso. I più colpiti sono chiaramente quelli a basso reddito e meno privilegiati del cosiddetto “terzo mondo”, dove la povertà costituisce già il maggiore problema sociale. A livello globale si contano più di 500 milioni di persone che menstruano senza accesso ai servizi igienici e all'igiene di base e nemmeno ad informazioni su mestruazioni sicure, secondo la rivista “BioMed Central on Women’s Health”. Mentre secondo l’Unicef, le persone che non riescono a “gestire in maniera dignitosa” il ciclo ammonterebbero addirittura ad 1,8 miliardi.

Tuttavia, gli assorbenti sono un'esigenza che si ripete circa ogni mese: una persona con utero, durante il periodo fertile che dura in media 40 anni, ha circa 450 cicli mestruali e consuma tra i diecimila e i quattordicimila assorbenti. La diretta ed inevitabile conseguenza? Una discriminazione fiscale di genere che causa un dispendio di soldi ingente e asimmetrico e che peggiora ulteriormente la condizione economica di chi l’ha già precaria (ad esempio a causa del gender pay gap o della distribuzione ineguale delle ore di cura della famiglia tra uomo e donna) a causa della pervasiva disparità di genere che caratterizza ogni ambito della società, anche quello sanitario .


La tampon tax

La tampon tax è il nome dell'imposta sul valore aggiunto (IVA) che viene applicata su tutti i prodotti sanitari per le mestruazioni, come tamponi, assorbenti esterni o coppette mestruali. Qualsiasi prodotto inserito nel sistema economico prevede un aggravio fiscale, ma il problema nasce quando questo è pari all’aliquota imposta sui beni di lusso e non a quella sui beni di prima necessità, rivelando quindi un profondo gender bias nel sistema della tassazione di praticamente tutto il mondo.

Come si legge su un articolo di Internazionale, vi sono alcuni stati che sono stati spinti a cercare di risolvere il problema. Ad esempio, in Canada la tassazione è stata abolita nel 2015 a seguito di una petizione presentata al governo, come poi è successo anche negli Stati Uniti nello stato di New York un anno più tardi, a cui poi sono seguiti altri sedici stati. Nel 2019 in Australia si è passati da un’imposta del 10% alla sua eliminazione, dopo 18 anni di proteste. Il Kenya l’aveva abolita dal 2004 e, a seguito di accese manifestazioni, anche in India l’aliquota del 12% sugli assorbenti è stata eliminata nel 2018.


La situazione è differente a livello europeo perché, secondo una direttiva del Consiglio dell'Unione Europea del 2006, gli stati membri hanno la facoltà di scegliere l’aggravio sul valore aggiunto da applicare a beni e servizi, senza scendere sotto al 15%. In più, i paesi possono prevedere aliquote ridotte, non inferiori al 5%, per un numero ridotto di beni, oltre ad un tasso “super-ridotto” se preesistente alla direttiva.

Attualmente, ci sono paesi che hanno una tassa pari al 27% o al 25% (rispettivamente Ungheria e Danimarca) e in totale sono dodici quelli dove i prodotti igienici mestruali sono fiscalmente considerati come un lusso. Tuttavia, una risoluzione del 2016, adottata all’unanimità dai paesi dell’Unione, ha concesso più flessibilità riguardo all’imposizione di un’IVA ridotta sui beni, con una nota specifica che permette l’eliminazione totale della tassa sui prodotti sanitari, e quindi anche su assorbenti, tamponi ecc. Alcuni stati l’hanno recentemente abbassata, ad esempio il Belgio dal 21 al 6%, il Lussemburgo dal 17 al 3%, la Francia dal 20 al 5,5%. Il Regno Unito è passato da una tassa al 5% ad abolirla completamente dopo la Brexit, con la Scozia che aveva avviato un programma di distribuzione gratuita di assorbenti nelle scuole, mentre l’Irlanda l’aveva già eliminata del tutto nel 2005.

La tampon tax è un problema strettamente legato ai diritti umani dato che l'igiene mestruale e l'accesso ai prodotti di igiene mestruale riguarda il diritto alla salute fisica e mentale, all'educazione, alla dignità, alla non discriminazione sulla base del sesso, tra le altre cose.


Tampon tax in versione italiana

La povertà mestruale non è una realtà lontana da noi: secondo l’Istat, sono 2 milioni 277mila le donne che vivono in condizioni di indigenza, senza contare che la problematica della period poverty è condivisa anche da studentesse che vivono da sole e devono provvedere a se stesse e da persone transgender e sofferenti di disforia.

Nel 1972 il Testo unico sull’IVA, un Decreto del Presidente della Repubblica, aveva diviso i prodotti in commercio con una classificazione per fasce di imposta. Questa norma indicava quali prodotti potevano essere considerati beni essenziali con un'IVA agevolata al 4, 5 o 10% e quali come beni di lusso con un'IVA al 22%. Da quel Decreto, i prodotti sanitari hanno sempre fatto parte della seconda categoria (insieme ad esempio a sigarette, vino, carburante) - anche se all’inizio l’aliquota era pari al 12%, cresciuta poi negli anni fino all’attuale 22% - fino a quando, nell'ottobre 2021, il governo Draghi ha annunciato che nella prossima legge di Bilancio l'IVA scenderà dal 22% al 10%. In Italia, considerando 40 anni di mestruazioni, una persona spende più di 5000 euro, 900 dei quali in IVA, per i prodotti sanitari. Con l'abbassamento al 10%, una persona potrà risparmiare 400 euro circa, che sicuramente sarà un grande aiuto, ma non è abbastanza per ridurre le discriminazioni di genere che derivano dalla period poverty. È anche vero che recentemente i prodotti igienici biodegradabili e compostabili si sono visti ridurre l'IVA al 5%, ma questi rappresentano una minima parte dei prodotti in commercio e non sono comunemente usati poiché molto più cari (anche a seguito dell’abbassamento dell’IVA).


Le mestruazioni non sono un lusso, una colpa e nemmeno una scelta. Chi le ha non dovrebbe farsi carico della spesa per far fronte al ciclo mestruale, essendo questo un naturale processo biologico, importante sotto il punto di vista della salute.

L'eliminazione della povertà mestruale è un passo cruciale per un progresso sostenibile e per annullare discriminazioni e disparità: l'equità mestruale vuole un accesso universale ai prodotti igienici necessari, ma anche una necessaria educazione riguardo alla salute riproduttiva.

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