"Food waste" e "food loss": le problematiche e l’impatto globale

DI EMMA FELISATTI

30/06/2021

Il problema inizia ad emergere dal momento in cui questa risorsa fondamentale viene trasformata in opportunità, vista come un lusso, un privilegio per pochi Paesi.

“Food waste” e “food loss”: quali sono le manovre per porre fine alla fame e raggiungere la sicurezza alimentare?


Fin dai tempi più antichi, l’uomo, come ogni altra specie sul pianeta terra, ha interagito con la natura in base a un imperativo dominante: sopravvivere. La base è data dall’opzione più conveniente tra l’essere mangiati o mangiare, da qui la nascita della capacità attribuita agli esseri umani di poter manipolare la natura, sfruttando le risorse a proprio vantaggio. La prima vera svolta risale alla scoperta del fuoco: il poter mangiare cibo cotto, invece che al naturale, ossia crudo, rappresenta il primo passo verso una società più moderna, marcando una transazione tra natura e cultura. Era la prima volta che l’uomo manipolava risorse naturali utilizzandole per un proprio beneficio.

Da questo momento in poi, il cibo diventa il punto di partenza per straordinari sviluppi di ogni società in tutto il pianeta, rendendo la storia del rapporto dell’uomo con il cibo ricca di valore sociale e culturale. Il problema inizia ad emergere dal momento in cui questa risorsa fondamentale viene trasformata in opportunità, vista come un lusso, un privilegio per pochi Paesi.


Ad oggi, purtroppo, parlando di approvvigionamenti alimentari, il primo punto di discussione non è più il fattore culturale che lega le società ai propri piatti tipici, ma le varie problematiche legate allo spreco alimentare.

Per capire le radici del problema, è necessario distinguere tra quello che viene definito “food loss”, ossia le perdite che si determinano nelle filiere agroalimentari durante le fasi del ciclo produttivo (semina, coltivazione, raccolto…) e la problematica del “food waste”, ovvero lo spreco che avviene nelle ultime fasi del ciclo di vita di un alimento sul mercato (trasformazione industriale, distribuzione e consumo).


Le cause di perdite e sprechi alimentari sono molteplici e si differenziano a seconda delle varie fasi della filiera agroalimentare, ma anche a seconda dei paesi in cui queste ultime sono collocate.

Nei Paesi in via di sviluppo le perdite più significative avvengono nella prima parte del ciclo di produzione, principalmente a causa dei limiti nelle tecniche agricole, macchinari adeguati, scarsa organizzazione durante la fase di conservazione, o per la mancanza di adeguate infrastrutture per il trasporto e l’immagazzinamento.

Nei Paesi industrializzati la quota maggiore degli sprechi avviene invece durante le fasi finali (consumo domestico e ristorazione). Ma anche qui si registrano perdite di entità non trascurabile nella fase agricola, soprattutto a causa di standard di tipo estetico e di norme sulla qualità dei prodotti. Ad esempio, in Italia nel 2009 la merce agricola rimasta nei campi ammontava a 17,7 milioni di tonnellate, pari al 3,25% della produzione totale (Segrè e Falasconi, 2011).


La problematica rimane una sola, le distinzioni sono necessarie al fine di trovare misure risolutive più efficaci. Tuttavia, la primissima soluzione alla quale possiamo fare affidamento, sta nella consapevolezza da parte dei consumatori dei comportamenti adeguati da mantenere: spesso, la disinformazione porta le famiglie a mantenere uno stile di vita poco sostenibile, sprecando risorse (in questo caso, cibo, ma non solo) senza magari esserne veramente consapevoli. Per esempio, in quanti sanno che anche le “abbuffate” rientrano nella categoria di spreco alimentare?

Ebbene sì, mangiare più del nostro fabbisogno giornaliero è considerato spreco, poiché la stessa quantità di cibo che ingeriamo facendo un unico pasto troppo abbondante, potrebbe essere tranquillamente consumato in più giorni, risparmiando risorse alimentari ma anche finanziarie. Ogni italiano, spreca in media 700,7 grammi di cibo settimanalmente, per un valore di quasi 200 euro annuali per singolo consumatore e 12 miliardi per l’intera nazione. Nel nostro Paese, il settore in cui avvengono più sprechi è proprio quello alimentare, per cause che variano dal cibo scaduto, all’eccessivo acquisto e alla consumazione eccessiva durante i pasti, come affermato in precedenza. Oltre al consumatore finale, ci sono da tenere in considerazione anche i 3 miliardi di euro riferiti allo spreco alimentare di filiera: parliamo quindi di una cifra che supera i 15 miliardi di euro, solo in Italia, della quale i 4/5 sono rappresentati dallo spreco nelle famiglie.


Il caso italiano non è neanche uno dei più critici: in media, l’Europa e gli Stati Uniti d’America hanno una percentuale di perdite che si aggira attorno al 16%, la quale è molto superiore alla media dell’Australia e della Nuova Zelanda, dove la percentuale delle perdite alimentari complessive durante le varie fasi della catena di distribuzione è pari al 5-6%; ma inferiore alla quota del 20-21% registrata in Asia centrale e meridionale.

Nel complesso, nel 2018 circa 820 milioni di persone hanno sofferto la fame, nove milioni in più rispetto al 2017, un aumento registrato per il terzo anno consecutivo, che non ha mai smesso di crescere. Parallelamente, il numero delle persone in sovrappeso continua a crescere in tutto il mondo, passando dal 30,8% nel 2000 al 38,9% nel 2016 per gli adulti.

Sulla base dei dati raccolti, l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, propone, nel suo secondo punto, delle manovre per invertire queste tendenze negative. Una di queste riguarda la necessità investire nel settore agricolo, che comprende anche attività come pesca e silvicoltura, specialmente nei Paesi in via di sviluppo. Inoltre, è necessario un incentivo volto alla crescita della produttività per rafforzare i piccoli produttori e la loro capacità di adattamento.


È necessario migliorare i sistemi di irrigazione in agricoltura e ridurre le perdite nelle reti di distribuzione urbane. Infine, una misura importante sarebbe quella di migliorare la trasparenza delle informazioni sui prezzi e sull'offerta e domanda degli alimenti di base, consentendo ai mercati di operare in modo più efficiente e permettendo ai consumatori una giusta informazione in materia.

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