Una narrazione problematica

DI PESAVENTO LAURA NOAH

24/02/2022

Non ci si può ricordare della violenza di genere solo il 25 Novembre di ogni anno. La violenza di genere avviene tutti i giorni e in tutti i luoghi.

Cosa si intende quando si usa il termine “femminicidio”? Una definizione, ampia ma decisamente chiara, ci viene fornita dall’Oxford languages, secondo cui il femminicidio è:

Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.

Uccisione di una donna o di una ragazza”.


Da quanto appena enunciato, si evidenzia come il femminicidio sia solo la punta dell'iceberg della violenza di genere, l'atto estremo preceduto da altri comportamenti, visibili o invisibili, espliciti o sottili. Infatti, alla base  vi stanno l'uso del linguaggio sessista o il controllo; a metà si arriva alla svalutazione e al ricatto emotivo; infine si giunge a minacce, stupri sino alla morte stessa.


Uno sguardo sulla situazione in Italia

In Italia, il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme di violenza più grave come lo stupro. (da fonte Istat: https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza )

Le donne uccise in Italia nel 2020 sono state 116, per il 92,2% dei casi il femminicidio è stato compiuto da una persona conosciuta in ambito familiare-affettivo. (fonte Istat: https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/omicidi-di-donne )

Il termine “femminicidio” è stato introdotto nell’ordinamento penale italiano con il decreto legge 14 agosto 2013, n. 93 (convertito nella legge 15 ottobre 2013, n. 119) recante “Nuove norme per il contrasto della violenza di genere che hanno l’obiettivo di prevenire il femminicidio e proteggere le vittime“.

Tuttavia, il numero di femminicidi e di violenze domestiche è rimasto costante dal 2016 ad oggi, mentre il numero di denunce è addirittura sceso del 12%, a dimostrazione del sentimento generale di sfiducia verso la legge.


In Italia, il sistema di sostegno e accoglienza delle donne che subiscono abusi si regge sul lavoro dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio, strutture la cui esistenza è prevista dalla legge ma che lo Stato non è mai riuscito a finanziare e organizzare in modo adeguato. I primi sono strutture che accolgono gratuitamente le donne, e i loro eventuali figli minorenni, vittime di violenza. Al 31 dicembre 2018 sono 302 i Centri antiviolenza (CAV) segnalati dalle regioni (che hanno aderito all’Intesa Stato-Regioni del 2014), pari a 0,05 centri per 10mila abitanti. Questi differiscono dalle Case Rifugio perché queste ultime sono strutture ad indirizzo segreto, con il fine di salvaguardare l'incolumità fisica e psichica delle persone che vi si recano.



(In questo articolo si vuole prendere in esame unicamente la violenza di genere fatta dagli uomini verso le donne. Non vuole essere un articolo esaustivo, d'altronde sarebbe impossibile in così poche parole, ma vuole cercare di dotare la persona che lo leggerà di una chiave di lettura diversa che possa attivare un trigger warning alla prossima frase sessista letta/udita.)


I pericoli in cui può imbattersi una ragazza sono tanti, ma fondamentalmente se ne evidenzia uno: l'aggressività sessuale del maschio. Ma dell'aggressività del maschio non si discute, tocca alla donna difendersi. Perchè?

Sta alla ragazza difendersi, è colpa sua se le capita qualcosa di brutto.

(Le frasi sessiste che seguono sono state veramente pronunciate da persone di vario profilo sui giornali o in televisione per commentare fatti di cronaca accaduti negli ultimi anni).

È risaputo che il web può essere un luogo pericoloso, bisogna stare attente a ciò che si fa. Non doveva lei per prima inviargli foto/video compromettenti, non doveva fare sexting, è sempre meglio mantenere un po' di riservatezza - è ormai risaputo che il proibizionismo non ha mai portato a nulla di positivo, eppure si dice al mandante ( donna) di non attuare certe pratiche piuttosto che insegnare al ricevente (uomo) che la condivisione non consensuale di materiale sessuale a terzi è un atto ignobile da non permettersi di fare in nessun caso, oltre che un reato punibile dalla legge.

È colpa sua se viene stuprata, com'era vestita? Aveva assunto droghe o alcool? Sapeva che in quella festa le persone si sarebbero drogate, sapeva di andare in un ambiente malsano. Se l'è cercata.

Doveva lasciarlo e andarsene al primo schiaffo ricevuto, anzi no, doveva aiutarlo a gestire la sua rabbia, doveva rimanere lì con lui ed aiutarlo poverino, doveva essere una vera donna e prendersi cura di lui. Non doveva lasciarlo in quel momento difficile, doveva stargli accanto. Non doveva tradirlo, è per un raptus di gelosia che lui l'ha picchiata.

È colpa sua se viene uccisa, aveva denunciato il compagno per le violenze subìte? Il silenzio è complice - Piccola parentesi, una grandissima percentuale di donne non denuncia, perché? Per paura di non essere creduta (difficile quando non hai il volto tumefatto e i lividi da mostrare come prova, e anche lì non è poi tutto rosa e fiori) ; per paura di dover continuamente rivivere ciò che le è accaduto ed essere comunque costantemente messa in dubbio; per sfiducia nella giustizia, perchè se anche riesci a trovare le forze per presentarti alla polizia e denunciare poi leggerai sui giornali di donne che lo hanno fatto prima di te e che sono state poi uccise dal loro carnefice.


A chi subisce violenza viene data l'intera responsabilità di riconoscerla, combatterla, prevenirla, oltre che viverla come un problema di inadeguatezza personale e non sistemico, come invece è. I cosiddetti “delitti passionali” non sono altro che “delitti a sfondo culturale”, ma manca la capacità (e forse anche la volontà) di dare la giusta responsabilità alla società. Una donna subisce violenza e/o viene uccisa perchè donna, perché ha la colpa di aver sovvertito le regole alle quali, secondo la logica maschilista, dovrebbe sottostare, perché si è voluta discostare da quell'educazione che le impone di vivere in funzione dei valori che il maschio detiene.

E poi, suvvia, non tutti gli uomini! Sono dei mostri, delle bestie quelli che muovono un dito contro una donna, e invece no, sono i figli sani di questa società malata.


La narrazione sessista dei giornali italiani

Le parole che scegliamo per narrare un determinato evento trasmettono al lettore anche un certo modo di approcciarsi alla realtà.

Ora vi propongo di analizzare insieme a me alcuni titoli, esempi lampanti di come il giornalismo italiano descrive (in maniera chiaramente problematica) le violenze di genere.

  • Pista  passionale per il delitto → chiamasi femminicidio, non amore

  • Trentenne  perde la testa e finisce in carcere per le violenze

  • Si  innamora dell'impiegata e si presenta all'ufficio tutti i giorni  per un mese: arrestato → chiamasi stalking, non amore

  • Uccide  l'ex moglie, poi fugge. Lei lo aveva lasciato →  la colpa è della vittima, se non lo avesse lasciato sarebbe ancora  viva (forse)

  • Il  mio Andrea è  un burlone, non un violentatore →  l'intervista ai familiari, in questo caso la compagna, è una  tecnica che porta alla continuazione di una prassi melodrammatica,  infantilizzante (è un burlone, era solo un gioco, non sapeva quello  che stava facendo, non voleva fare del male) e sentimentale. Si  perde così il punto della situazione e soprattutto non si condanna  il gesto violento. In questo caso, il gesto era un palpeggiamento  fatto da un tifoso ad una giornalista in diretta TV – una chiara dimostrazione del fatto che gli uomini sentono di avere il  controllo sul corpo delle donne, anche e soprattutto quando il loro  consenso non è stato dato. Per questo, quando si vuole trasmettere il concetto di violenza si usa l’istinto da capobranco tipicamente maschile tramite la tecnica del “pensa se fosse  stata tua figlia/la tua ragazza a subire quel gesto”.

Procediamo ora con un’esaminazione più approfondita.

Innanzitutto ogni termine è volto alla ricerca del clickbait col fine di attirare subito l'attenzione del lettore, infatti un titolo come “*nome dell'assassino* perseguita e poi uccide *nome della vittima *” non riscuoterebbe molto successo, oltre a risultare monotono dato il numero ingente di violenze.

Come avrete notato, nei titoli di giornale le donne non vengono praticamente mai chiamate con il loro nome e cognome a causa di una voluta omissione che le rende irriconoscibili, non memorizzabili, figure generiche intercambiabili in uno scenario di uomini molto ben specificati. Omettere il cognome delle donne crea un contesto semantico di finta familiarità, enfatizzato dalla scelta di usare categorie relazionali parentali per raccontare qualcosa che con la parentela non c'entra nulla, ad esempio quando si evidenzia della donna il suo ruolo in relazione a un uomo (moglie di, ex-ragazza, figlia, madre). Il non uso del cognome, o l'utilizzo della sola identità sociale o funzionale, è un processo di spersonalizzazione, ossia un depotenziamento sociale, una dequalificazione della figura di cui si sta parlando oltre che una negazione di parità.

Un’altra questione si trova in titoli come “Rossi e la sua Francesca”, dove l'articolo possessivo serve ad evidenziare come il ruolo delle donne  non sia quello di essere soggetti indipendenti ma oggetti da  possedere, il cui unico scopo è di diventare di proprietà di un  uomo per dimostrarne il potere.

Quando avviene un episodio di violenza, dell’aggressore si evidenziano sempre le origini, se non italiane ovviamente, il fatto che avesse recentemente perso il  lavoro o che fosse stato lasciato, in modo da creare un legame di  empatia con lui, sentire che era in un momento tragico della sua  vita e in qualche modo assolverlo e dare la colpa alla donna che si  è permessa di non prendersi più cura di lui.  
 
Narrare  gli uomini come analfabeti emotivi le cui gesta sono  guidate da impulsi puerili è maschilista, è una narrazione tossica  che deresponsabilizza le scelte maschili e il risultato è che i comportamenti degli uomini non sono mai azioni ma  reazioni a qualcosa che fanno le donne. Descrivendo la vittima come  “Bella e impossibile” e dicendo che la ragazza è stata “Uccisa dal vicino di casa respinto” si mette al centro l'assassino, mentre si sarebbe dovuto dire “Ossessivo e  molesto” e “Uccisa dal vicino di casa che la  molestava”. Assumere il punto di vista del violentatore suscita  empatia verso le sue azioni, senza contare che spesso ci si permette  pure di evidenziare che fosse una brava persona, “un gran  lavoratore”, “un tipo tranquillo”, che poi però si è  trasformato in un pazzo dopo essere stato rifiutato o lasciato.  
 
Questo  tipo di mala-informazione è ancora fortemente presente nonostante  vi sia il Manifesto di Venezia (Manifesto delle giornaliste e dei  giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell'informazione  – lo trovate a questo link  https://www.fnsi.it/upload/70/70efdf2ec9b086079795c442636b55fb/0d8d3795eb7d18fd322e84ff5070484d.pdf  ) che spiega in modo coinciso come raccontare correttamente le  manifestazioni della violenza di genere. La tesi che voglio  sostenere in questo mio articolo viene affermata dal Manifesto in questo modo: “Il  diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. Ogni  giornalista è tenuto al rispetto della verità sostanziale dei  fatti. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in  dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando  l’informazione in sensazionalismo.”


La violenza non è un prodotto per fare più click o più soldi, è un problema sociale radicato. Le storie devono essere raccontate rispettando le necessità di chi è direttamente coinvolto, riportando il soggetto al centro. Se la narrazione della violenza da parte dei media è una storia per un guadagno, allora questa non potrà mai voler contribuire all'eliminazione della violenza perché in tal caso verrebbe meno il prodotto stesso.

Ogni articolo di giornale che parla impropriamente di violenza non fa altro che normalizzarla, giustificarla e incentivarla.


Per redarre questo articolo mi sono basata sul puntuale e costante lavoro delle attiviste e femministe Carlotta Vagnoli e Valeria Fonte e sulla “rassegna sessista” fatta settimanalmente da Michela Murgia sul suo profilo Ig.

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