Le nuove sinistre latinoamericane

DI GIULIA RITA BONACCORSI

09/11/2022

Con la vittoria di Lula, candidato del Partito dei Lavoratori (PT) lo scorso 30 ottobre, anche il Brasile si aggiunge ai paesi dell’America Latina che tra il 2018 e quest’anno hanno eletto governi di sinistra. Il Presidente designato, infatti, appartiene allo stesso “spettro politico” di Andrés Manuel López Obrador in Messico, Alberto Fernández in Argentina, Luis Arce in Bolivia, Pedro Castillo in Perù, Gabriel Boric in Cile e Gustavo Petro in Colombia. La “svolta a sinistra” politica nella regione potrebbe garantire dialoghi più fluidi tra le nazioni che si ritrovano con programmi politici in gran parte convergenti; una cooperazione nel blocco che potrebbe significare maggior rilevanza negli scenari internazionali.

È una sinistra diversa da quella dei primi anni ‘2000, ossia dall’esperienza “Marea Rosa” (o anche detta “pink tide”, fenomeno politico sudamericano caratterizzato dall’ascesa al governo di forze socialiste moderate all’inizio del XXI secolo). Quell’onda progressista e di solidarietà transnazionale venne interrotta da due fattori determinanti, ossia: la fragilità dei sistemi economici emersa con la crisi del 2008 e con la conseguente fine del boom delle materie prime, e la corruzione dei partiti di sinistra. Rispetto a vent’anni fa vi sono nuovi protagonisti, Messico e Colombia;  non vi è più la repulsione da parte dei governi alla partnership con gli Stati Uniti ed è inoltre aumentato il malcontento sociale ed economico, ulteriormente accentuato dalla pandemia.

Per capire l’attuale situazione politica eterogenea nella regione ed ipotizzarne il futuro, analizziamo tre “attori” centrali:


Brasile

A 77 anni, Luiz Inácio “Lula” da Silva assume per la terza volta la carica di Presidente della Repubblica brasiliana. È stato eletto con il 50,9% dei voti e rappresenta una coalizione di 10 partiti di centro e di sinistra. Tra le sfide che lo attendono nei prossimi quattro anni  vi è sicuramente il ripristino del rispetto e della stima verso le istituzioni democratiche, come il Tribunale Superiore Elettorale ed altri organi istituzionali che sono stati il bersaglio delle accuse prodotte da Jair Bolsonaro, presidente uscente. Dal 1° gennaio Lula dovrà affrontare la gestione del Paese duramente colpito dalla pandemia di COVID-19, la protezione delle risorse della Foresta Amazzonica e dei terreni agricoli per invertire la tendenza alla deforestazione, e la grave crisi economica e sociale. Oltre a ciò, il neo presidente dovrà risolvere anche problemi interni al suo partito, ovvero rinnovare il Partito dei Lavoratori, e trasferire il supporto e la fiducia di milioni di brasiliani verso un suo possibile successore all’interno del partito stesso cercando di evitare che si ripresenti la stessa situazione politica del 2016 con l’impeachment di Dilma Rousseff (PT) – che gli è succeduta nel 2011.


Argentina

Le prossime elezioni presidenziali in America Latina si terranno in Argentina nel 2023. Il governo di sinistra populista di Fernández è in fase finale e presenta fragilità e immobilismo politico. Tra le prime suggestioni di candidature vi è: Javier Milei, che si definisce un “anarco-capitalista”, è fondatore del partito di estrema destra La Libertad Avanza e rappresenterebbe l’alternativa alla politica tradizionale; Mauricio Macri, ex-presidente dal 2015 al 2019, leader di centro-destra e dell’opposizione attuale; e l’attuale vicepresidente Cristina Fernández de Kirchner, che assieme a suo marito, l’ex-presidente Néstor, ha creato la corrente politica del “kirchnerismo” che deriva dalla sinistra peronista. Chiunque sarà eletto dovrà prendere a carico la crisi economica nel paese, che ebbe il suo periodo peggiore nel  2020 quando l’Argentina andò tecnicamente in default.


Venezuela

In Venezuela vi è l’estrema sinistra autoritaria guidata dal presidente Nicolás Maduro, colui che ha succeduto Hugo Chávez dal 2013. Nel 2018 è stato rieletto tramite un processo considerato non-democratico e quindi non riconosciuto dalla comunità internazionale. Nonostante lo stato sia uno dei principali produttori ed esportatori mondiali di petrolio, le sue condizioni economiche sono in continuo peggioramento. Nel 2019 fallì il tentativo del leader dell’opposizione Juan Guaidó di autoproclamarsi presidente ad interim per la scarsa adesione delle forze armate sebbene avesse ricevuto la legittimazione di Stati Uniti e Unione Europea. Durante questo mese è prevista la ripresa del dialogo tra il presidente e le opposizioni, e nel frattempo si attendono le elezioni presidenziali del 2024 che potrebbero rompere il regime e l’isolamento del paese.


Per concludere è necessario tenere conto degli ostacoli di questi attuali e futuri governi di sinistra. Indubitabilmente le destre latinoamericane si sono ampliate, raccogliendo anche gli anticonformisti, e sono più organizzate rispetto a fasi politiche precedenti. I loro “assi nella manica” sono le leadership carismatiche, tra le quali Bolsonaro, Milei e José Antonio Kast (l’opposizione di Gabriel Boric).  I nuovi governi dovranno fronteggiare paesi polarizzati, con minor coesione sociale e consenso attorno ad un unico progetto nazionale. In America Latina il progressismo è bloccato dalla permanenza dei regimi autoritari di Maduro in Venezuela e Daniel Ortega in Nicaragua, che sono stati ripetutamente condannati per la violazione dei diritti dalle rappresentanze di altre nazioni e che sono responsabili di intensi flussi migratori nella regione. Infine è fondamentale che i leader trovino una via comune per affrontare la questione ambientale e raggiungere gli obiettivi che verranno stabiliti a fine summit Cop27.

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